Referendum Trivelle: facciamo chiarezza

 

Il prossimo 17 aprile si vota il referendum abrogativo sulle trivellazioni in mare, una consultazione voluta da 9 Regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto. Numerosi gli appelli per votare SI da parte di cittadini e associazioni, molto silenzio dalle parti politiche, pochi assoli per i NO. La trivellazione prevede l’estrazione di gas e petrolio nelle acque territoriali italiane entro le 12 miglia dalle coste.

Il referendum faceva originariamente parte di una serie di quesiti su questioni ambientali volti a contrastare i recenti cambiamenti del decreto “Sblocca Italia”, in particolare sulle prospezioni petrolifere. La magistratura ha bloccato quasi tutti i quesiti, anche in seguito agli aggiustamenti dal decreto effettuati dal Governo Renzi, lasciando irrisolto solo quello “NO-TRIV”, relativo alle trivellazioni. Una sfida a viso aperto a Matteo Renzi da parte delle 9 regioni promotrici, che tra l’altro sono a larga maggioranza governate dal Partito Democratico, la Puglia col Presidente Michele Emiliano in testa.

Chiudere anticipatamente le piattaforme estrattive entro le 12 miglia significa aumentare le importazioni di gas naturale e petrolio, almeno nel breve periodo, per un Paese come il nostro, avaro di risorse naturali che importiamo, è un tema non da poco. È quindi giusto analizzare meglio la questione, poiché la maggior parte di coloro che andranno a votare ha espresso preferenze giustificate da molte ingenuità e inesattezze, scritte e pronunciate.

COSA DICE IL QUESITO?

La domanda che si troverà nella scheda è “”Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Si parla di “fermare le concessioni”, in pratica si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo, non rinnovando loro la licenza, anche se i giacimenti dovessero risultare ancora produttivi. I titoli di norma sono concessi per trent’anni; la compagnia concessionaria può chiedere una prima proroga di dieci anni e altre due di cinque ciascuna. Parliamo non di trivellazioni esplorative ma piattaforme già esistenti e attive che dovrebbero essere progressivamente spente. La legge di stabilità 2016 però parla di “vita utile” del giacimento, che significa allungare una concessione in modo indefinito.

Chi vorrà fermare le trivellazioni dovrà votare SI, chi vorrà che vengano continuate deve votare NO.

QUANTO CI COSTA?

Il referendum di per sé costa circa 400 milioni di euro. Se parliamo di quanto valgano l’estrazione di gas metano e petrolio soggette al voto sul peso dello Stato i dati non sono certi. A detta degli ambientalisti l’estrazione di gas e petrolio nelle nostre acque vale neanche l’1% del fabbisogno nazionale, gli uffici stampa delle società che usufruiscono delle concessioni affermano che il prodotto supera abbondantemente il 10%.

COME FUNZIONA IL QUORUM?

A differenza del referendum costituzionale di ottobre, per il referendum abrogativo è necessario raggiungere il 50% più uno degli aventi diritto al voto. In questa votazione ciò che è più a rischio è l’uso della consultazione referendaria come strumento democratico valido soprattutto se, questa l’ipotesi più probabile allo stato attuale, il 17 aprile dovesse mancare il quorum necessario ma la vittoria del SI superasse oltre il 90% dei votanti. A parte il referendum del giugno 2011 (i due sui servizi pubblici locali a rilevanza economica e sulla determinazione della tariffa del servizio idrico, gli altri sull’energia nucleare e sul legittimo impedimento), dalla consultazione del 1995 i referendum non hanno raggiunto il quorum e sono quindi stati dichiarati nulli.

COSA COMPORTANO LE TRIVELLAZIONI?

Secondo la rivista Wired il vero rischio dell’estrazione, soprattutto di petrolio, è quello dei sversamenti in mare di greggio, ma la maggior parte dei pozzi italiani è dedicata all’estrazione di gas metano, una eventuale fuoruscita di questo prodotto ha un impatto ambientale molto meno devastante. A preoccupare però non sono solo gli incidenti ma anche le operazioni di routine che provocano un inquinamento di fondo. Un interessante dibattito non ancora concluso sulle trivellazioni è la connessione tra terremoti e trivelle. L’Italia è un paese fortemente soggetto a eventi sismici, ma l’unica conclusione condivisa da molti rapporti tecnici è che la coltivazione di idrocarburi possa al massimo favorire l’innesco di un terremoto, non generare dal nulla un evento sismico. Un’altra problematica sono le forme di inquinamento indotte dalla presenza dei pozzi. Indubbia la loro esistenza, soprattutto per la scarsezza di controlli, e la maggior parte delle piattaforme sembrerebbe non rispettare i parametri standard di sicurezza ambientale previsti per legge.

QUALI SONO LE AREE INTERESSATE?

Questa mappa chiarisce dove si trovano le piattaforme che estraggono petrolio e gas in mare in Italia

trivelle-internazionale

(fonte internazionale.it)

COSA COMPORTA CHIUDERE UN IMPIANTO?

Sempre secondo Wired, la “sigillatura” di un impianto collegato a un giacimento non esaurito, soprattutto di quelli per l’estrazione del metano, prevede di bloccare la fuoruscita anche accidentale del gas con l’iniezione di malta di cemento nel giacimento, una procedura complessa, costosa e a volte rischiosa.

Letti questi dati, se è vero che il settore energetico è di interesse strategico per ogni paese ma le ragioni ecologiste pongono l’accento sul futuro del pianeta, qualunque sia il risultato finale delle votazioni, ciò che è messo in discussione è l’impatto ambientale di trivelle in azione e idrocarburi estratti. Delle 135 piattaforme marine presenti sul territorio italiano (dato del Ministero dello sviluppo economico del 31 dicembre 2015), quelle che si trovano entro 12 miglia dalla costa sono 92.

In pratica con questo referendum decideremo quale futuro energetico dare al nostro paese, se delegare le necessità italiane solo alle importazioni da paesi stranieri (per il gas quasi totalmente dalla Russia) e affidarci alle rinnovabili sui cui però è necessario fare un grosso investimento, non avendo però garanzie di grande affidabilità e quantità di energia prodotta.

 

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