“Investire di più per superare le paure dell’Europa”. L’intervista al ministro Calenda.

di Carmine Fotina

All’alba la prima telefonata con Renzi. Meno di due ore dopo la riunione di emergenza a Palazzo Chigi, per fare il punto su una situazione che improvvisamente da uno scenario sventato si era tramutata in una crisi reale. Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, ancora molto ascoltato dal premier sui temi europei affrontati con piglio nella breve parentesi di Rappresentante italiano a Bruxelles, mette per qualche minuto in secondo piano le priorità del ministero per un’intervista a tutto campo sul ciclone Brexit.

Ministro, il governo studia possibili misure di emergenza?

“Come è ovvio per un grande Paese del G7 come il nostro il governo ha lavorato anche sullo scenario Brexit considerando rischi e risposte. Ma per ora mi attengo alle parole di Renzi: il governo tutelerà con ogni mezzo necessario la stabilità e i risparmiatori. Continua da pagina 1 «Ad ogni modo in questi giorni saranno fondamentali le risposte europee, legate alla riunione di Berlino di lunedì e al Consiglio Ue di martedì e mercoledì. Domani sarò a Bruxelles in preparazione del Consiglio. Da questi due appuntamenti dovranno necessariamente emergere le linee guida, bisognerà far capire che di fronte a questa crisi c’è un’istituzione fatta di leader, idee, proposte”.

Qual è la risposta che l’Italia proporrà in sede Ue?

“Una risposta che parta dalla ridefinizione della governance, che implichi una politica più assertiva, istituzioni più rapide, una chiarezza nel difendere i propri interessi a livello europeo molto più netta e penso ad esempio, dal mio osservatorio, alla discussione surreale che c’è stata sul possibile riconoscimento dello status di mercato alla Cina. E va sconfitta l’idea che stare fermi o tornare indietro sia una forma di protezione. Convinciamo i cittadini che per non essere sconfitti dal futuro bisogna giocare in attacco”.

Ritiene concreti i rischi di emulazione della Gran Bretagna?

“Il rischio emulazione esiste e ha molte declinazioni, vedi Olanda e Polonia. Oggi la costruzione è molto fragile e la tentazione per le leadership nazionali di scaricare le responsabilità sull’Europa è molto forte. Si innesca in questo modo un circolo vizioso in cui la crisi europea deriva da quella degli Stati membri e la rialimenta a sua volta. Al fondo vi è una crisi epocale delle democrazie occidentali. La globalizzazione, presentata ingenuamente all’inizio degli anni 90 come un processo lineare e senza contraddizioni, ha portato 1 miliardo di persone fuori dalla povertà nei Paesi emergenti ma ha spaccato in due le nostre società dividendo nettamente vincitori e vinti. Anziani verso giovani, classe media verso élite, aziende internazionalizzate e domestiche. Le distanze sono aumentate, la paura del futuro e il rifiuto della modernità hanno preso il sopravvento. Anche le innovazioni tecnologiche, velocissime, spiazzano e spaventano”.

Come uscirne?

“Innanzitutto agendo sulle istituzioni in Europa come negli Stati Membri. Brexit fa detonare una crisi di governance che l’Europa già aveva. Perché il modello intergovernativo come predominante rispetto a quello comunitario ne ha impaludato l’azione: sono tendenzialmente portato a dire che gli Stati membri hanno responsabilità molto grosse, come ho avuto modo di vedere nel commercio dove la strategia di riportare competenze su basi nazionali sta uccidendo la politica commerciale Ue. Anche qui la tentazione è quella di fermarsi. Ci dimentichiamo però che oggi l’Europa è l’area del mondo con le più basse protezioni e che vive di export. Dobbiamo quindi, come dicevo, tornare a giocare in attacco, completare attraverso gli accordi con Canada e Usa l’alleanza dei Paesi che accettano regole uguali e standard elevati. Solo così riprenderemo in mano il timone della globalizzazione riequilibrandone gli effetti”.

Ma rafforzare la governance europea può davvero bastare?

“In questi mesi il dibattito sulle istituzioni è stato molto contenuto per non influenzare il referendum inglese. Ora però il re è nudo e questo diventa il tema centrale. Ma il rimodellamento della governance, tanto su base europea quanto nazionale, è l’infrastruttura abilitante al di sopra della quale poggia ogni soluzione di policy efficace, anche per questo la riforma istituzionale è fondamentale in Italia. Oltre al lavoro sulle istituzioni l’Europa ha bisogno di definire poche chiare priorità su cui lavorare da domani. La dimensione esterna innanzitutto: dalla sicurezza e difesa comune, al migration compact e alla politica commerciale. In secondo luogo gli investimenti su cultura, education e innovazione dove abbiamo bisogno di molta più libertà d’azione in termini di budget europeo e nazionale. Gli investimenti in capitale umano e innovazione sono gli unici capaci di chiudere i gap tra aziende, cittadini e generazioni dando gli strumenti intellettuali e materiali per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza. Attraverso gli investimenti si curano le diseguaglianze sociali e culturali”.

Ha in mente nuovi strumenti per rilanciare la crescita attraverso gli investimenti?

“Lasciare più flessibilità agli Stati su questi specifici capitoli. È importante poter adattare le politiche di investimento alle specifiche esigenze degli Stati, stando molto attenti a considerare investimenti ammissibili solo quelli direttamente collegati all’attività economica. In Italia ai fini della competitività investire in asili nido è importante quanto investire in macchinari. Per fare tutto questo la politica deve riappropriarsi di un pensiero ampio e lungo, partendo da una profonda comprensione delle paure che nutrono i populismi. A questa crisi di fiducia e identità si risponde con la forza calma di una visione e con un piano “industriale” per il Paese che va ben spiegato ai cittadini”.

Si può ripartire dal piano Juncker o bisogna andare oltre?

“Questa Commissione ha iniziato a invertire la rotta, con il piano Juncker così come con la comunicazione sulla flessibilità. Il piano Juncker va benissimo, va rafforzato, però adesso è fondamentale dare spazio agli investimenti nazionali, perché ogni Paese continua ad avere la sua specificità. Ma serve coraggio, non scelte a impatto ridotto”.

Può farci qualche esempio?

“Pensi al migration compact che l’Italia ha presentato alla Commissione.Finora i fondi per lo sviluppo, 10 miliardi annui, sono stati dati senza alcuna relazione con le priorità della migrazione. L’idea era rivedere questo meccanismo, finalizzando l’uso degli investimenti attuali e costruendo una linea di risorse proprie, europee, che possono essere bond o linee di finanziamento che derivino da una tassa europea. Però poi la Commissione, anche in vista del referendum britannico, ha scelto una soluzione su scala ridotta dove l’elemento di risorse proprie non c’è. È stato un errore che andrà corretto”.

Avete elaborato stime sul possibile impatto-Brexit per la nostra economia reale?

“Nell’indice di ‘sensitivity’ elaborato da S&P siamo penultimi. Abbiamo un export forte verso la Gran Bretagna ma la Sace ha stimato un impatto contenuto che va da 600 milioni a 1,7 miliardi su 414 miliardi totali di export di beni. Dunque non sono preoccupato. Se mi chiede possibili impatti in termini di Pil derivante dai riflessi di Brexit sulla crescita mondiale le dico che in questo momento non lo sa nessuno. Questo non è uno shock isolato, dal 2008 ne abbiamo avuto uno, economico o geopolitico, ogni sei mesi perché siamo a un crocevia della storia. E non finirà con Brexit, per questo serve un assetto delle istituzioni sempre più forte in grado di rispondere a questo cambiamento”.

La Gran Bretagna è uno storico sostenitore del libero scambio. Non teme un colpo mortale agli accordi Ttip con Stati Uniti e Ceta con Canada?

“Da un punto di vista di pesi all’interno del consiglio il contraccolpo può sicuramente esserci. Ma il problema è più profondo. Siamo stati l’unico Paese europeo a supportare la richiesta della Commissione di approvare il trattato con il Canada con il voto del Consiglio e del Parlamento europeo senza passare per 38 parlamenti nazionali. Ci riempiamo la bocca con alti proclami di europeismo ma poi quando si tratta di dare budget alla Commissione per gestire le migrazioni o di riconoscerne la competenza sulla politica commerciale come previsto dai trattati, siamo spesso gli unici a mostrare coerenza”.

Considera possibile che la Gran Bretagna resti nello Spazio economico europeo con un regime come quello di Norvegia o Svizzera?

“In questo momento la posizione europea non può che essere «siete fuori» perché non possiamo permetterci più condizionamenti esterni di Stati che non credono nella progressione dell’Europa. Dopodiché, l’Inghilterra è molto vicina a noi, hanno 5mila norme europee recepite, 53 accordi di libero scambio in comune e standard uguali. E questo fatto andrà tenuto in considerazione”.

Ministro, per l’Europa propone il rilancio degli investimenti. Le misure italiane andranno nella stessa direzione?

“Ho già detto che dal mio punto di vista la prossima legge di stabilità dovrà avere al centro proprio gli investimenti in tutti i settori. Abbiamo un tema di produttività molto significativo su cui lavorare. Nella mia area di responsabilità quello che stiamo facendo è guardare con priorità agli investimenti in tecnologia e macchinari, e nella stabilità rafforzeremo quello che ha funzionato meglio. Pensa al superammortamento al 140%? Diciamo che è un esempio che si può fare. Un’accelerazione ulteriore dell’ammortamento, chiamiamolo iperammortamento, su investimenti per il digitale: sarebbe una misura anche in chiave di Industria 4.0”.

Il decreto competitività è slittato o definitivamente tramontato?

“Mi sono dato settembre come termine per la presentazione del piano industriale del ministero con le cose da fare nell’arco di un orizzonte temporale ordinato, e ci sarà anche il lavoro che sta facendo Enrico Bondi sulla cancellazione degli incentivi che non hanno funzionato. La Stabilità è il contenitore per intervenire su superammortamento e credito di imposta per la ricerca e per inserire le misure del piano Industria 4.0 che presenterò entro luglio. Potrebbero però esserci altre misure anticipabili e stiamo ragionando con la cabina di regia economica di Palazzo Chigi e con il ministero dell’Economia su quando e se farlo. Intanto arriveranno novità sul credito alle imprese”.

Di che cosa si tratta?

“Già a luglio vareremo la riforma del Fondo centrale di garanzia, per renderlo più orientato agli investimenti che al circolante. Inoltre gradueremo le coperture con un modello di rating intermedi: non ha senso coprire tutto all’80%, è più efficace aumentare il livello di garanzie dove c’è una situazione più esposta o difficile”.

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