Cirino Pomicino non risparmia Napolitano e si schiera per il no al referendum costituzionale


Il quasi settantasettenne di scuola andreottiana Paolo Cirino Pomicino, non siede più tra gli scranni del parlamento dal 2006, anno in cui venne eletto alla Camera dei deputati con una lista che univa la Dc per le Autonomie di Gianfranco Rotondi e quella del Nuovo Psi di Gianni De Michelis. Certamente però non ha mai smesso di “fare opinione” facilitato dal suo passato e dalle diverse collaborazioni giornalistiche.

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Paolo Cirino Pomicino oggi è presidente di una società del gruppo autostrade per l’Italia, si è recentemente risposato con una donna più giovane di lui, cura il suo blog e si diletta anche coi social.

Ultimamente si sta molto impegnando contro il Si al Referendum Costituzionale, tanto da non trattenersi nemmeno dall’uso di parole forti contro vecchi antagonisti politici come quel Giorgio Napolitano a cui ha fatto la ramanzina in un suo recente messaggio: “Napolitano sostenendo il SI perde l’occasione per fare finalmente una cosa giusta visto che nella prima vita da comunista non ne ha indovinata una”. Su quest’onda, qualche giorno fa sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, non aveva speso parole tenere nemmeno per il Presidente del Consiglio Renzi, “in un raptus onirico“, colpevole a suo dire di aver  personalizzato il referendum popolare in maniera quasi fanciullesca con quel “o il popolo vota SI o vado a casa”.

Per “Geronimo”, questo lo pseudonimo con cui firma i suoi articoli, se dovesse vincere il si “gli italiani non voterebbero più né i senatori, né la metà (forse anche la maggioranza) dei deputati, perché i primi saranno nominati dai consiglieri regionali in base agli accordi tra i partiti e i secondi saranno nominati dai segretari di partito con i famosi capilista bloccati. Saremo insomma un popolo bue che viene ritenuto non idoneo a scegliere oltre il 60% dei propri legislatori in un sistema politico rappresentato quasi per intero da partiti personali e lideristici adusi più a dividere che ad unire“. Nei corridoi della sede nazionale del Pd di Via Sant’Andrea delle Fratte, dove qualche volta Cirino Pomicino è stato anche visto, qualcuno facendo riferimento al suo trascorso, commenta sarcasticamente un suo recente intervento apparso sul Corriere della Sera: “Figurasse se Pomicino è pe’ eliminare i costi di un ramo del parlamento, accelerare l’iter legislativo, dare slancio all’intero sistema politico … sii… vabbuò..”.

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Ma Cirino Pomicino è convinto che il governo del Paese, grazie al premio di maggioranza del 15 per cento nell’unica Camera che dà la fiducia al governo, verrebbe affidato a una minoranza che rappresenterà un terzo dei votanti e sì e no solo un 20 per cento dei cittadini:  “Qualcuno tra gli amici che sono schierati per il sì possono argomentarci perché un governo di minoranza sostenuto prevalentemente da senatori e deputati, nominati e non eletti, sia compatibile con una democrazia politica di stampo occidentale? Se una democrazia parlamentare è in affanno, la cultura politica offre una risposta democratica con il sistema presidenziale che dà stabilità e forza all’esecutivo e rappresentatività a un Parlamento, entrambi scelti dal popolo. Infine un’ultima domanda. I sostenitori del sì possono spiegarci la differenza che ci sarebbe tra questa nuova democrazia politica disegnata dalla riforma della Costituzione e quella del 1923 quando c’era il Re, il Senato non votava la fiducia e, grazie alla famosa legge Acerbo, la lista che prendeva un voto in più pomicinopdlancorché minoranza aveva la maggioranza assoluta nella Camera dei deputati? A nostro giudizio nessuna“.

Insomma, sul no al referendum costituzionale e sui temi che riguardano il Paese, Paolo Cirino Pomicino continua a dire la sua; non più imbrigliato tra le maglie dei compiti di quella “balena bianca”  che fece i suoi successi politici, ma come figlio di una politica che non c’è più e che forse Pomicino continua a rimpiangere.

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