Nuove emigrazioni e vecchie soluzioni

di Bachisio Canu

I dati del rapporto “Italiani nel mondo 2016” redatto dalla Fondazione Migrantes parlano chiaro : i giovani tra i 18 e i 32 anni si trovano protagonisti dei nuovi flussi migratori e non si tratta semplicemente di una fuga ma di “una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità” (il 43 per cento di loro afferma di considerarla come “unica opportunità di realizzazione”).

Un bel colpo a certo ottimismo d’accatto nostrano, a base di strepitosi PIL annunciati e mai raggiunti con tanto di portentoso futuro a portata di mano per merito di riforme che cambieranno il nostro Paese.

Tipicamente, la fascia anagrafica che va tra i 18 e i 34 anni è quella più soggetta all’emigrazione, raccogliendo oltre un terzo degli italiani residenti all’estero ed è – ovviamente – quella in cui si registra il maggior numero di partenze nel 2015.

Una constatazione che fa il paio con una previsione dello scorso maggio diffusa dal laboratorio di Statistica applicata dell’Università Cattolica di Milano, che parla del rischio dell’Italia di perdere, nella fascia femminile tra i 30 e 34 anni, elettiva per la maternità, una “potenziale madre” ogni cinque. I nati nel 2015, infatti, sono stati 478 mila, al di sotto dei 500 mila bambini l’anno, la soglia minima per sopravvivere al declino demografico. Un rischio assai serio, non solo perché le donne tra i 30 e i 34 anni sono meno numerose (erano 2.263.843 nel 2005 contro le 1.797.049 nel 2015) ma poi le loro oggettivamente precarie condizioni di vita sociale (nonostante il livello sempre più elevato di istruzione) rendono problematico il progetto di mettere al mondo dei figli.

Si tratta di dati che cospirano verso la pericolosa realizzazione di una vera e propria “trappola demografica“, resa tangibile dalla drammaticità della disoccupazione (soprattutto femminile) al Sud, dall’assenza del welfare nonché dal ristagno culturale.

Altro che fertility day!

Ma non è tutto. Nella graduatoria di chi è emigrato nell’ultimo anno, segue la fascia sino ai 49 anni che, sommata alla precedente, rivela che le persone maggiorenni con meno di 50 anni hanno costituito la metà degli italiani che hanno portato la residenza fuori dai nostri confini nel 2015. “Il grave problema dell’Italia di oggi è proprio l’incapacità di evitare il depauperamento dei giovani e più preparati a favore di altri Paesi”, ha commentato la Fondazione Migrantes nella premessa del rapporto, aggravato – è il caso di aggiungere – dal prossimo stillicidio – in itinere – di quella parte di popolazione attiva che dovrebbe immediatamente costituire la struttura portante del nostro Paese.

Un’incapacità prospettica del nostro Paese che si ripercuote sul suo presente.

Gli italiani residenti all’estero hanno raggiunto, al 31 dicembre 2015, il numero di 4.811.163, con un aumento della mobilità negli ultimi dieci anni del 54,9% ed un aumento rispetto al 2014 del 3,7 per cento: poco più di un italiano su 12 è emigrato.

Nell’anno trascorso, 107.529 italiani hanno lasciato il nostro Paese, diecimila in più rispetto all’anno precedente con il 50 per cento di questa sorta di diaspora che ha origini meridionali e con risvolti già drammatici (a Licata e Favara, in Sicilia, più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all’estero).

Rimandando all’impressionante serie dei numeri alla base degli studi citati, è recente la diffusione di una brochure – con il logo del Ministero dello Sviluppo Economico – pure distribuita a Milano, durante la recente presentazione del piano nazionale Industria 4.0, alla presenza del Presidente del Consiglio Renzi. In essa si legge che “Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”; più in generale, “I costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitor come Francia e Germania. Inoltre, la crescita del costo del lavoro nell’ultimo triennio (2012-14) è la più bassa rispetto a quelle registrate nell’Eurozona (+1,2% contro +1,7)”.

Ora, riesce difficile trovare un termine per qualificare un governo che presenta all’estero come “vantaggio” qualcosa che, per i cittadini che la vivono, é in realtà un dramma nonché tra le prime cause di questa nuova emigrazione: perché chi ha un’alta formazione, con opportunità di impiego più vantaggiose, dal punto di vista della retribuzione dovrebbe rimanere in Italia ?

Eppure c’è un filo logico che potrebbe ricondurre a unità la politica contraddittoria di questo Governo, fatta della richiesta di sempre maggiori sacrifici accanto alla sopravvivenza – se non all’aumento – di privilegi, del continuo lamento di mancanza di poteri per decidere accanto alla mancanza di ascolto delle reali necessità, della presunta insonnia per il futuro dei nostri figli accanto alla sostanziale indifferenza nel vederli partire: condurrebbe, però, a cattivi pensieri, sfumati definitivamente allo spirare di un ventennio che ha dato l’alba alla nostra Costituzione.

Non credo che gli italiani vogliano rinunciare a quest’ultima, per come la conosciamo, e tornare agli incubi autoritari.

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