Cittadinanza: Gli “italiani con permesso di soggiorno” lanciano il loro appello al Senato

«So’ siriano de’ Roma» scherza Saajid «frequento locali romani, ho amici romani, ho una ragazza di Garbatella e lavoro in questa città. Perché devo aspettare che un documento mi “conceda” la cittadinanza? Io cittadino già mi ci sento a tutti gli effetti. Si tratta solo di fare domanda e aspettare la burocrazia. È un po’ come chiedere un permesso per vivere a casa tua, ma i miei amici italiani non ne hanno bisogno. È un po’ umiliante».

Era il 13 ottobre 2015, proprio un anno fa, quando la Camera approvava con 310 voti favorevoli, il no della Lega e l’astensione del Movimento 5 Stelle la riforma della legge in materia di cittadinanza.

Una riforma che doveva porre fine alla legge n. 91 del 5 febbraio 1992, ormai obsoleta, basata sul principio dello “Ius Sanguinis”, cioè il diritto acquisito di essere italiani “per sangue”. Una norma vecchia e superata, che non trova alcuna aderenza col Paese reale, un’Italia decisamente plurale, multiculturale e multi religiosa; una norma, insomma, che non tiene conto di Saaijd. Una legge, quella del 1992 attualmente in vigore, che rende molto complessa l’acquisizione della cittadinanza, ottenuta solo dopo un lungo e tortuoso percorso ad ostacoli, pieno di “trappole burocratiche” e documentazione da produrre, con tempi di attesa di 24 mesi, nel migliore dei casi…

Il 13 ottobre 2015 fu stato un bel giorno per la nostra democrazia, le istituzioni riconobbero finalmente, con quello storico voto, un pezzo d’Italia, guardando in faccia quella parte del Paese composta da ragazze e ragazzi nati e cresciuti qui, ma ancora nel limbo del “permesso di soggiorno”.

Oggi sono appunto 365 giorni che questa legge giace nei cassetti del Senato, impantanata nella Commissione Affari Costituzionali e soffocata da circa 7000 emendamenti presentati per lo più dalla Lega Nord, preoccupata a preservare l’italianità degli italiani. Il perché di questo ritardo, però, il Senato domani dovrà spiegarlo a  Nilima,  nata in Bangladesh ma giunta in Italia piccolissima con i suoi genitori a Parma. Vive qui con un permesso di soggiorno per studio ed è preoccupatissima ora che la laurea si avvicina. E ad Amir, torinese di 26 anni, arrivato in Piemonte quando aveva solo sei mesi; lavora in un ristorante ed è ancora incastrato nelle maglie della burocrazia. A Roger, che voleva costruirsi una carriera nel basket ma sfortunatamente senza cittadinanza non può gareggiare.

Oggi pomeriggio alle 15 tutti questi ragazzi si ritroveranno davanti al Senato per ricordare ai legislatori che esistono, nonostante i loro ritardi, che sono “italiani senza cittadinanza”, figli di uno Stato che frustra le loro aspettative e abusa della loro pazienza.

Sono 800.000 in tutta Italia in questa condizione e sono stufi di aspettare.

Questi ragazzi vengono a gridarci la loro voglia di normalità, la impellente necessità di sentirsi parte di questo nostro Paese, ci dicono che anche loro amano Francesco Totti e vanno ai concerti di Tiziano Ferro, che seguono con passione Piazza Pulita e Gazebo ma che non possono votare, non possono scegliere chi li rappresenta in Comune, in Parlamento, in Europa.

E che questo è fortemente ingiusto.

Silvia De Marchi

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