Lorenzo Castellani, il futuro del centrodestra italiano?

Intervista a Lorenzo Castellani, giovane studioso ed esponente politico con l’obbiettivo di rilanciare il centrodestra italiano. Modernizzare le tematiche, comprendere i cambiamenti e migliorare la visione internazionale per portare la politica fuori dalla narrazione populista.

Quali sono le tue basi e origini politiche?

Mi sono avvicinato alla politica partendo dal lato giornalistico-culturale, mi sono laureato alla LUISS, dove mi sono occupato di giornalismo universitario e networking studentesco. Mi sono sempre definito liberale puro, cresciuto coi testi liberali e liberisti di autori di riferimento come Antonio Martino, Friedman, Hayek, Burke, Einaudi. Nel 2013 ho vinto un dottorato all’IMT di Lucca, una scuola di eccellenza fondata da Marcello Pera dove mi occupo di ricerca su organizzazioni di governi centrali e amministrazioni. Ho fatto il ricercatore al King’s College di Londra per un anno e mezzo. Politicamente non vengo da esperienze partitiche e potrei definirmi un liberale immoderato di centrodestra. Queste posizioni mi hanno portato a organizzare tra il 2014 e il 2015 una serie di eventi con la mia associazione La Cosa Blu intitolati “Sveglia centrodestra!”, interfacciandomi con tutta la classe politica del centrodestra italiano. La Cosa Blu è uno strumento di dibattito per i giovani che si ispirano a principi liberal conservatori e si rivolge a quei politici disponibili a dibattere e dialogare con nuove energie.

Qual è la tua attuale occupazione?

Da gennaio 2016 sono stato nominato direttore scientifico della Fondazione Einaudi e a marzo è uscito il mio nuovo libro Il potere vuoto. Le democrazie liberali e il ventunesimo secolo (Guerini&Associati), che riassume una serie di riflessioni sulle democrazie contemporanee, come il XXI secolo ha cambiato l’offerta politica e le strutture istituzionali, inoltre collaboro con Il Foglio. Con la Fondazione Einaudi mi occupo di organizzazione di eventi di cultura politica e studi di public policies.

I9788862506311l potere vuoto, di cosa parla il tuo libro?

Il libro vuole essere una radiografia delle democrazie contemporanee individuando una serie di tratti caratteristici. Il primo è la fine dei partiti e la leadership come elemento di ritorno del capo carismatico in un qual modo hegeliano, dall’altro la mediatizzazione delle politica, ovvero quanti media influenzano la politica e come cambiano i messaggi, rendendola progressivamente più semplificatrice e in alcuni tratti apertamente populista, di come il peso delle decisioni giudiziarie sia sempre più forte, basti pensare alle corti di livello europeo ma anche di centri di produzione giuridica che possono regolare grandi settori a livello globale. La tesi di fondo è che la democrazia contemporanea si sia progressivamente depoliticizzata, il tasso di tecnicismo e di cariche non elette, soggetti competenti nominati (giudici, tecnici scelti dalla politica etc.) abbia accresciuto questo tasso, tale anche per la fine dei partiti stessi e del loro potere di parterniship che avevano espresso fino alla fine degli anni ’80. Questo fa sì che la democrazia contemporanea oscilli tra la tecnocrazia da un lato e il populismo dall’altro, con una forte destrutturizzazione dei messaggi. Questo provoca, a mio avviso, un fallimento del bipolarismo e rischia anche il collasso negli USA. I media influenzano il dibattito quindi la giustizia penale diventa populismo penale, la fine dei partiti diventa leaderizzazione assoluta e con pochissimi attori politici. Questo ha effetti devastanti per gli elettori, la fiducia nelle istituzioni viene distrutta poiché l’autorevolezza dei politici viene meno. Evidenzio quindi uno scollamento sempre più vistoso tra elité internazionali che hanno forti skeels e la popolazione che vive la vita reale, sfociando in una estrema semplificazione da un lato e una protesta dall’altro. Per questo abbiamo una forte tendenza della politica a delegittimarsi perché cerca sempre il nuovo destrutturando il suo messaggio politico, un effetto devastante sulle istituzioni. C’è un livello di aspettativa da parte dei cittadini nei confronti della classe politica elevatissimo, l’elettore è diventato ultra-esigente. La politica ha di per sé molto difficoltà a decidere, il ricatto dei media è enorme, la gente non è più disposta a lasciare nessuno dei suoi interessi costituiti ma allo stesso tempo vuole continuare a vivere come prima, in questo si inseriscono i meccanismi del mercato, un mondo iperconnesso, con un click posso ordinare un oggetto su Amazon ma non posso avere la stessa risposta immediata dalla politica. Il mercato va a una velocità mentre il servizio pubblico non va alla stessa. Qui nasce la crisi della politica.

Il ruolo dei partiti. Una volta la classe politica faceva una selezione dei dirigenti, dando spazio a chi si riconosceva una qualità. Ma le primarie servono anche nel centrodestra, regolamentate, con controllo, una proposta che arrivava anche da Quagliariello, e il controllo on-line non è credibile. Le primarie nel centrodestra servono, ma allo stesso tempo valorizzano questo populismi.

Il populismo esiste comunque. Salvini non ha mai fatto primarie ma è il capo di un’area politica, un personaggio maturato in studi televisivi tramite una comunicazione molto diretta e feroce che è segno distintivo del nostro tempo. Quello che per molto tempo abbiamo chiamato populismo, dobbiamo capire che da qui non si torna più indietro, è semplicemente la comunicazione politica del XXI secolo. C’è chi la interpreta in maniera più istituzionale come Renzi e chi in maniera più brutale come Grillo. Io credo che le primarie siano un veicolo di scelta e un modo per ordinare la competizione, soprattutto in un centrodestra che vive una crisi di leadership e legittimazione.

14022202_10208972012930563_4304806229174751601_nEuropa. Il riferimento è il partito popolare?

Credo che un po’ tutti i partiti abbia dentro un po’ di tutto e di tutto un po’. Oggi mi riconosco principalmente nel gruppo ECR dei Conservatori, ma alcune idee valide circolano anche tra i popolari. Ho una visione realista. Non sono un euroentusiasta perché oggi non ci sono le condizioni politiche per fare una Europa federale e nemmeno le classi dirigenti europee hanno un’idea precisa di cosa sia. Inoltre le differenze tra i vari stati, che sono numerosi, sono talmente tante che è difficile immaginare un progetto Europa condiviso dalle classi dirigenti. L’Europa ha un problema istituzionale enorme, la governance dell’UE ha molti limiti ma è anche difficile da cambiare, vedi il fallito tentativo di fare una costituzione o come vengono prese le decisioni, con bracci di ferro tra i principali paesi. E, in queste condizioni, immaginare una costituzione federale europea è molto difficile. Oggi l’Europa andrebbe immaginata come un’alleanza tra nazioni che mettono in comune una serie di principi condivisi e poche competenze comuni come la libera circolazione, il libero mercato, l’energia, le infrastrutture, la difesa dei confini.

Questa Europa guidata dalla Germania dovrebbe cedere il suo potere e lasciare a un sistema più condiviso?

La guida condivisa Germania-Francia è in parte collassata per le debolezze della Francia. La Germania persegue il proprio interesse nazionale. E’ legittimo, ma così l’Europa non fa passi avanti e annega nelle differenze. Tutti dovrebbero impegnarsi per fare un passo in avanti. Noi mediterranei su riduzione del debito e della competitività, loro su assetto istituzionale e meccanismi comuni di finanza pubblica.

Per avere una ripresa economica che parta dalla classe media, non è necessaria una politica di investimenti che arrivi dagli stati stessi o il problema è la concorrenza extra-europea?

La concorrenza esterna esiste comunque a prescindere dall’Unione, si può fare poco e i dazi non sono la soluzione bisognerebbe, invece, lavorare su alcuni standard legali internazionali. Internamente all’UE, servirebbe uno stimolo agli investimenti dei privati con riduzioni fiscali e burocratiche. Si potrebbero fare anche investimenti pubblici e strategici molto mirati come quelli sulle infrastrutture.

Quale pensi possa essere il tuo futuro nella politica italiana?

Di base vorrei continuare a coltivare la ricerca su governi e pubbliche amministrazioni e continuare con l’insegnamento universitario. In politica mi piacerebbe dare voce, che sia la mia o quella di un gruppo di persone, a quei principi di liberalismo in cui credo da sempre. Vorrei dare il mio contributo al dibattito su questi temi. Non amo molto la politica del sottobosco e i “luoghi” partitici, anche perché contano sempre di meno. M’interessa molto di più influenzare l’opinione pubblica con la diffusione d’idee, ricerche e manifestazioni pubbliche. Oggi la politica è governata dai media, dalla comunicazione e dalle modalità di selezione del personale politico, su queste questioni mi piacerebbe indirizzare la mia passione e il mio contributo politico.

di Davide La Cara e Tiziana De Fiores

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