Referendum costituzionale: Le ragioni di un Sì al voto del 4 dicembre

Domenica saremo chiamati a votare per confermare definitivamente la riforma che modifica la seconda parte della Costituzione, l’Ordinamento della Repubblica, senza toccare minimamente i principi e i valori fondanti della nostra Repubblica.

Fiumi di parole, a mio avviso scorretti e tendenziosi,  sono stati spesi negli ultimi mesi per criticare specifici “difetti tecnici” della riforma, trascurando completamente però il suo, ben più importante, significato generale. Sebbene il disegno di legge sia stato già approvato dal Parlamento il 12 aprile 2016, appare  chiaro come questo referendum, per i politici che si oppongono alla riforma, è occasione per “far fuori” Renzi indebolendolo politicamente. Per alcuni esponenti del centro-destra la riforma costituzionale ci porterà ad un regime autoritario, nonostante essi siano stati gli stessi a dare un contributo, anche importante, alla stesura stessa del testo. Per altri, annoverati fra le fila della “sinistra del Pd”, ciò che veramente conta non è il bene del Paese, ma che Renzi non si rafforzi troppo così da poterlo successivamente sfidare al prossimo congresso di partito.

Abbiamo assistito così al trionfo del politicismo e del più misero populismo propagandisitico, perdendo di vista l’unica questione realmente importante per il nostro futuro: Quale Paese vogliamo?

Il cuore del provvedimento è il superamento del bicameralismo perfetto, questa riforma costituzionale introduce un cambiamento storico nella democrazia italiana. Con la fine del bicameralismo la riforma costituzionale ridisegna le competenze delle due Camere. Il Parlamento continuerà ad articolarsi in Camera e Senato, ma i due organi avranno composizione diversa e funzioni differenti. Solo la Camera dei deputati, che rappresenta la nazione con i suoi 630 deputati, potrà accordare o revocare la fiducia al governo ed inoltre avrà la preminenza legislativa, così come oggi avviene in tutte le grandi democrazie parlamentari. Con questa riforma, si porrà fine al “ping-pong” delle leggi tra una camera e l’altra. Quando si dovrà votare la legge di stabilità dello Stato, ad esempio, non si verificherà nemmeno la competizione tra deputati e senatori che solitamente avanzano richieste di un certo tipo per rafforzare le rispettive “fortune” elettorali nella propria circoscrizione. Questa, in sostanza, è una riforma che punta a snellire i tempi per l’approvazione di una legge, semplificando anche il processo decisionale .

Sono anni che si invoca alla riforma della seconda parte della Costituzione per evitare che le leggi rimbalzino da Camera a Senato (e viceversa) ritardandone la promulgazione; … annacquate in un  andirivieni che le relegano ai desideri e agli interessi particolari che, molto spesso, non coincidono con quelli generali.

Come cambia il Senato?

Il Senato rappresenterà le istituzioni territoriali, subirà un taglio dei 325 senatori.  I nuovi senatori saranno 100, 74consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori di nominati, come accade anche oggi, dal Presidente della Repubblica. I membri del nuovo Senato saranno eletti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, secondo le modalità che verranno stabilite con una legge che verrà varata entro 6 mesi dall’entrata in vigore della riforma costituzionale. I 5 senatori di nomina presidenziale, inoltre, non saranno più in carica a vita ma saranno legati al mandato dell’inquilino del Colle, ossia 7 anni. E non potranno essere rinominati.

I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i  senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i  sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. La durata del mandato dei senatori coinciderà con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti. Ai nuovi senatori resterà l’immunità parlamentare come ai deputati. I nuovi senatori non riceveranno indennità se non quella che spetta loro in quanto sindaci o membri del consiglio regionale. La retribuzione (indennità) di un consigliere regionale non potrà superare quella percepita dai sindaci dei comuni capoluogo di Regione.

Il Titolo V della Costituzione, di cui sentiamo spesso parlare, è la parte della Costituzione dedicata agli Enti autonomi che costituiscono la Repubblica.  Con la riforma verrà soppressa la competenza concorrente (competenza decisionale su una determina questione). Nel concreto, per esempio,  se passa il Sì e si modificherà il Titolo V in materia di sanità:

– andremo a pagare per la stessa prestazione sanitaria lo stesso costo su tutto il territorio nazionale, così come per il reperimento di farmaci specialistici (es. farmaci oncologici o farmaci salvavita). Un’uniformità per tutto il nostro Paese  e mai più costi diversi tra Regioni;

– ci sarà un più semplice e rapido accesso alle vaccinazioni che sarà uguale per tutti a prescindere dalla regione di residenza;

– avremo, finalmente, un sistema sanitario nazionale unificato e non più 20 sistemi differenti, sconnessi ed incerti. Ogni cittadino italiano potrà godere della stessa qualità del sistema sanitario nazionale indifferentemente dalla Regione di residenza. Di contro in materia di infrastrutture e trasporti, nella fattispecie del trasporto pubblico locale la competenza rimarrà agli enti locali. Le Regioni, quindi, rimarranno autonome nella pianificazione del loro territorio e nella mobilità al loro interno.

Con una redistribuzione delle materie tra competenza esclusiva statale e competenza regionale,  si è riscritto l’elenco delle materie riportandone molte alla competenza dello Stato ed è stata introdotta la “clausola di supremazia”. Tale clausola consentirà alla legge dello Stato, su proposta del Governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando sarà necessario tutelare l’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

La riforma prevede anche l’abolizione delle province. La politica crea e istituzionalizza i modelli comportamentali di riferimento, l’approvazione della riforma costituzionale aiuterebbe a creare un Paese che non teme il cambiamento e l’efficienza, ma anzi li considera condizioni per il benessere collettivo. Nelle democrazie funzionanti e valide, i capi di governo e i loro esecutivi prendono sì decisioni, ma all’interno di sistemi bilanciati rendendo conto agli elettori delle proprie decisioni. Questa riforma costituzionale rafforza addirittura i bilanciamenti per quanto riguarda ad esempio l’elezione del Presidente della Repubblica. Sarà eletto, difatti, con i due terzi di senatori e deputati nei primi tre scrutini e con i tre quinti dal quarto scrutinio. Dal settimo si passa ad un quorum dei tre quinti dei votanti. Attualmente, invece, la Costituzione prevede che all’elezione partecipino anche tre delegati per ogni Regione (la Valle d’Aosta con un solo). Viene eletto Presidente chi riceve la maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

Verrà  introdotta una nuova disposizione – lo statuto delle opposizioni – che attribuisce ai regolamenti parlamentari la garanzia dei diritti delle minoranze in Parlamento e si attribuirà, al solo regolamento della Camera, anche la definizione di una disciplina dello statuto delle opposizioni.

I referendum costituzionali non si osteggiano con le “tecnicalità”. Si vincono o si perdono sull’idea di Paese che si vuole promuovere o difendere. Ogni Costituzione vive nel tempo in cui viene approvata. Il referendum del 2-3 giugno 1946 non riguardò solo la scelta  tra monarchia e repubblica, ma una visione tra passato e futuro.

A volte è come se soffrissimo di “riformite”, è come se avessimo paura del cambiamento. Da bioculati davanti e dietro (futuro e passato) siamo diventati monoculati  anteriormente, ma solo per le contingenze e per le istanze del momento. Il referendum di domenica riguarda la scelta tra un’Italia che vuole essere efficiente, stabile e responsabile, e quindi capace di esercitare anche il suo ruolo in Europa, e un’Italia intorpidita e sclerotizzata, eternamente prigioniera delle proprie ombre, della propria pigrizia e delle proprie “comodità”.

Quello che più dispiace sulla questione referendaria, lo dico da appassionato del mondo della politica, è stato vedere diviso il Paese a tutti i livelli. Come due “tifoserie avversarie” inneggiare  slogan di bassa lega intellettuale, privi talvolta di quella vivace contrapposizione dialettica ricca di sostanza politica che fa comprendere meglio. Questi sono fatti. Chi voterà no al referendum perché ha le sue buone ed argomentate ragioni, farà bene. Ma chi vota no, come spesso mi capita di sentire, per fare un “dispetto” a Renzi non è un cittadino responsabile, ma un incosciente forse immaturo, che non sa o non vuol ragionare se non in termini di simpatia ed antipatia.

Io, personalmente, voterò Sì. “Prova a pensare, ti darà gioia”.

Leo Mastrototaro

Resp. Naz. De Il Centro democratico

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