Lavoro autonomo, la delega tende verso le tutele del lavoro subordinato

di Marta Donolo

L’esame del disegno di legge C. 4135 per la regolamentazione degli ordini professionali riguardante le misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e le misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato si è svolto tramite le audizioni di varie organizzazioni professionali tra cui il Cup, Comitato unitario permanente degli ordini e collegi professionali. Gli iscritti agli ordini professionali sono circa 2 milioni e 300mila, 4 milioni i soggetti che lavorano grazie ai posti di lavoro creati dall’esercizio della professione in forma autonoma. L’idea di andare verso una equiparazione degli istituti del lavoro subordinato e traslarli al lavoro autonomo non è tuttavia la strada da percorrere indicata in quanto il professionista svolge funzioni legate alla tipicità delle singole professioni all’interno di ordini professionali e consigli nazionali di riferimento. Questa iniziativa si può dunque intendere come una svolta culturale dove i professionisti che non hanno finora usufruito delle tutele del lavoro subordinato né dei sostegni e degli incentivi alle imprese divengono soggetti da tutelare a livello costituzionale. L’individuazione di professionisti che svolgono la sola funzione sussidiaria di intermediazione non favorisce infatti la valorizzazione della triangolazione tra stato, cittadini e imprese nell’ottica di efficientamento dei servizi e di cancellazione di adempimenti inutili.

E’ necessario quindi tenere conto delle differenze tra le due modalità di accesso ai percorsi professionali, attraverso l’esame di Stato o attraverso la legge n. 4/2016 che consente casi di collocamento lavorativo tramite la sostituzione del professionista da parte di un familiare; quest’ultima modalità di accesso andrebbe riesaminata alla luce delle abilitazioni professionali richieste. La proposta intermedia riguarda quindi la regolamentazione di forme atipiche di lavoro che passano attraverso processi di certificazione, la quale tuttavia potrebbe comportare un aumento dei costi per i cittadini e le imprese. Sotto questo aspetto per i sindacati è prevista la contrattazione collettiva mentre Confindustria indica per le piccole o medie aziende accordi individuali e per le grandi aziende accordi territoriali. Inoltre, nonostante il lavoro autonomo sia cresciuto del 27% la barriera maggiore è rappresentata dalla bassa retribuzione, spesso dovuta alla incapacità gestionale degli studi da parte dei professionisti, come ad esempio nell’utilizzo dello strumento del marketing. La criticità del sistema è rappresentata dal fatto che molte normative considerano l’ente pubblico il garante di un esercizio della professione di qualità e di equo compenso, mentre il diffuso sfruttamento del lavoro intellettuale indica la necessità di rendere nulle le clausole contrattuali inique. La misura salariale sta diventando una questione fondamentale: i parametri attuali da utilizzare sono gli stessi che utilizza il giudice nella fase di liquidazione giudiziale del compenso al di sotto dei quali la cifra è da considerare incongrua. Gli squilibri riguardano in particolare le fasce professionali dei giovani e delle donne che percepiscono redditi inferiori alla soglia minima sussistenza. Una interessante chiave di lettura del disegno di legge riguarda a questo proposito lo smart working: valorizzare quest’ultimo significa favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e sostenere il welfare alle famiglie. In un contesto di digitalizzazione dell’ economia, il ripristino alle tariffe eviterebbe inoltre il dumping sociale.

Un altra perplessità riguarda infine la possibilità che la delega rappresenti un inizio di svuotamento del potere degli ordini professionali, che andrebbe in ogni caso estesa anche ai collegi notarili. La norma tuttavia indirizza sempre più verso la semplificazione fiscale degli ordini professionali perchè attualmente la certificazione autonoma comporta svariate incertezze. Se il sistema autorizzativo dello Stato si modifica verso una funzione di indirizzo, mentre la delega tenta di stabilire quali siano le attività sussidiarie da tutelare certamente non in un’ottica di deregulation

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