La tutela del benessere animale e il problema della defiscalizzazione

Durante la conferenza stampa dell’8 Febbraio scorso il deputato Pdl Paolo Russo ha introdotto il tema della gestione e della fiscalità relativa agli animali domestici. L’associazione ecologista Fare Ambiente ha proposto l’inserimento dei cani nello Stato di Famiglia al fine di registrare gli animali da affezione.

Durante la presentazione è emerso infatti che oltre il 55% delle famiglie italiane ha un animale domestico, i possessori superano i 60 milioni; in particolare, gli animali preferiti sono i gatti, 8 milioni, e i cani, 7 milioni (rapporto Assalco-Zoomark, 2015). Il sentimento sociale che emerge dalla lettura dell’anagrafe canina regionale rispecchia la concezione tipica delle famiglie italiane sul rapporto con gli animali domestici o “pet”: in particolar modo avere un cane è considerata come una sorta di psicoterapia, e in effetti la “pet therapy” fa risparmiare 4 milioni ai servizi sociali, agendo come vero e proprio ammortizzatore sociale. Gli animali da compagnia possono facilmente essere amici fedeli per bambini e anziani; anche nel diritto familiare, durante le separazioni, si assiste sempre più spesso a un gestione condivisa di “Fido”. L’istituzione di reati penali per l’abbandono in autostrada o l’attuazione di campagne anti-abbandoni estivi dei cani, non deve però essere solo un esercizio legislativo e di comunicazione fine a se stesso, ma devo rispecchiare l’importanza della tutela del benessere animale. Il riconoscimento degli animali quali “esseri senzienti” (Trattato di Lisbona, 2007) e quindi portatori di diritto, è un principio fondamentale nell’ottica europea. Il “piano nazionale per il benessere animale (PNBA)” applica le disposizioni di norme comunitarie e nazionali, uniformando controlli, modalità di esecuzione e la formazione dei medici veterinari e degli allevatori oltre ad introdurre disposizioni più restrittive sul trasporto.

Ad oggi, le cure veterinarie degli animali domestici sono detraibili dalla dichiarazione dei redditi per il 19% del loro ammontare; il limite massimo di spesa detraibile è di circa 400 euro, con una franchigia di circa 130 euro, al di sotto della quale non può essere scalato nulla. Le assicurazioni sanitarie coprono invece le spese di malattia, visite notturne e operazioni chirurgiche e le spese di custodia dell’animale in buona salute. Il proprietario non è coperto però dalla responsabilità civile verso terzi la cui franchigia è alta e variabile. Si conferma, attraverso il Codice civile, la regola che il proprietario di un animale è responsabile dei danni causati dall’animale stesso sia quando è sotto la sua diretta custodia sia quando non lo è. L’animale domestico ormai diventato un membro della famiglia a tutti gli effetti comporta di fatto una spesa per le cure veterinarie e per l’alimentazione che in totale si aggira intorno ai 2.500 milioni di euro l’anno, senza contare il problema degli oneri fiscali, che al momento raggiungono il 22% di Iva non detraibile. La necessità di introdurre una detrazione fiscale e franchigie veterinarie su interventi chirurgici e ambulatoriali dovrebbe prevedere un redditometro e sarebbe inoltre necessario ridurre le imposte sulle vaccinazioni preventive delle malattie trasmissibili all’uomo, come la leishmaniosi.

Questo tema introduce però anche il tema degli animali domestici considerati come “beni di lusso”. Diversificare le normative fiscali diventa dunque fondamentale soprattutto per distinguere il proprietario di un animale che alleva l’animale a fini terapeutici o sociali – come nel caso dei cani da ricerca nelle catastrofi – e il proprietario che alleva cani di razza per fare gare da competizione e ottenere un profitto.

L’immagine della famiglia da mulino bianco incompleta senza un compagno a quattro zampe sembra talvolta prevalere, ma l’animale non può e non deve essere considerato una proprietà privata. Chi si prende cura di un cane deve essere incentivato a occuparsene bene, deve essere informato sulle politiche di contrasto al randagismo ed evitare di rientrare nell’immagine stereotipata del cane assunto a status-symbol. L’interesse culturale per una determinata razza deve fare i conti con la necessità di impiegarlo in attività socialmente utili, la disponibilità di tempo necessario per occuparsene, le esigenze di movimento della razza. Non ultimo, la disponibilità economica per affrontare le spese di addestramento. Un incremento di cani con pedigree, certificati, pagati a peso d’oro, inoltre, incentiva un mercato nero che conferma la necessità di una maggiore responsabilità nella scelta dell’adottare un cane, che dovrebbe essere indotta dalla conoscenza delle peculiarità dei cani stessi e delle loro necessità che più si addicono allo stile di vita di ognuno.

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