E’ digitale la nuova frontiera della violenza

In occasione del “Safer Internet day“, si è tenuto il Workshop promosso dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni riguardante il tema “Sicuri sul web per una navigazione consapevole“. Il workshop è stato suddiviso in tre parti, la prima riguardante “La regolazione e la rete: la tutela dei diritti fondamentali”; la seconda riguardante le “Libertà di informazione e la socialità in rete, confronto sui fenomeni di fake news e hate speech“; si è concluso infine con la tavola rotonda su “Pianificazione, strategie di intervento e misure di prevenzione”. Il “tempo delle responsabilità”, così definito dall’On. Boldrini, sottolinea la necessità di osservare come su 14 Commissioni permanenti esistenti, nessuna si fosse occupata della materia della sicurezza sul web. Per questo motivo sono in seguito state istituite due commissioni ad hoc, una sulle tematiche riguardanti Internet e una sulle forme di discriminazione e sulle forme di odio.

Il protocollo, che includeva il tema della violenza digitale, ha infatti portato la Commissione parlamentare a entrare nelle scuole, segnando un importante passaggio culturale nel percorso di formazione di cittadini digitali consapevoli, proprio nel momento storico in cui l’odio marca il discorso pubblico. La richiesta di una maggiore partecipazione ha infatti comportato una apertura alla società civile, coinvolgendola nei lavori delle Commissioni di pari passo a esperti e deputati, fino ad arrivare alla compilazione di una Carta dei diritti e doveri in Internet (2015), al fine di esercitare i diritti di cittadinanza nella dimensione immateriale della rete. Dall’accesso a Internet, alla possibilità di aggiornarsi in un ambiente “neutro” (net neutrality), al diritto all’inviolabilità dei sistemi informatici, la questione della sicurezza in rete riguarda dunque sia la tutela delle infrastrutture che le discriminazioni esercitate da poteri economici o causate da pressioni sociali.

Assumersi la responsabilità dei post e dei tweet di gruppi chiusi di Facebook sposta quindi il problema alle scelte di impresa: quando a essere oscurato è il profilo di chi denuncia invece di chi offende è però compito delle istituzioni chiedersi se stare dalla parte dei violenti, degli stalker, dei perseguitori non rappresenti la nuova frontiera della violenza in forma digitale.

Le soluzioni sono sul tavolo da tempo, a partire dalla proposta di inserimento di un icona per i contenuti ritenuti inadeguati, tipo il “like” di Facebook; l’attivazione di una linea di un numero verde e la proposta di un appello volto ad impedire le bufale e le fake news, intese non come goliardate ma come pericolosa disinformazione. L’incitamento all’odio (hate speech) è conosciuto come un comportamento persecutorio, presente nei vari tipi di socialità in rete – dai blog alle chat ai social network -, caratterizzato da discorsi orientati all’intolleranza verso una persona o un gruppo etnico, religioso o di genere; come anche il flaming (infiammare), caratterizzato dall’invio di messaggi violenti volti a suscitare scontri verbali online o la pubblicazione di pettegolezzi che rovinano la reputazione online (digital reputation).

Questo tipo di odio ha un costo sociale elevato, non è un incitamento privo di conseguenze: intacca l’autostima delle persone coinvolte, evidenzia le deficienze della scuola, implica la perdita di reti sociali solidali, rinsalda lo status di minoranza delle vittime. La legge n. 205 del 1993 o Legge Mancino, tuttavia, sebbene incrimini le istigazioni che abbiano finalità discriminatorie e violente (purtroppo non più se l’istigazione avviene in privato), non incrimina per altri motivi discriminatori, tra i quali l’identità di genere e le disabilità. Lo stesso deficit di tutela di diritti è presente anche nel rapporto redatto da Human Rights Watch.

La legge italiana sul cyber-bullismo, ritornata alla Camera dopo il passaggio al Senato, evidenzia tuttavia la volontà del legislatore di intervenire con più forza su questi temi. Si tratta pur sempre di un reato, quello della violenza in rete, non tipicizzato e che fa riferimento ad altre norme, ma che comunque evidenzia un primo passo verso lo sviluppo di competenze digitali adeguate e il rafforzamento di processi educativi già presenti sul web.

 

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