Il demanio pubblico, un federal building all’italiana

Le audizioni di questo ultimo mese presso la Commissione di Inchiesta sulle Periferie hanno posto l’attenzione sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città, in particolare a Roma. La messa in sicurezza e la riqualificazione delle aree urbane, come anche le attività di valorizzazione delle risorse del territorio, comportano un analisi preliminare sugli usi dell’edilizia pubblica.

Gli immobili destinati a uso governativo derivano dall’acquisizione di beni di proprietà privata o dal cambiamento di uso di immobili pubblici. Nel concetto americano per federal building si intendono gli immobili che concentrano più uffici della pubblica amministrazione, mentre in Italia questo concetto viene usato con riferimento al demanio. Le 14 città metropolitane italiane detengono il 29% dei beni pubblici nazionali; di questi beni a Roma un terzo appartiene dell’ agenzia del demanio e ha usi governativi. La conversione del decreto nella legge n. 89/2014 (sulla spending review)  definisce gli immobili pubblici disponibili “polo degli uffici della pubblica amministrazione”, che includono l’Archivio di Stato, i Vigili del Fuoco, le Dogane, l’Agenzia delle Entrate. In particolare il decreto legge n. 66/2014, all’articolo 24 dice che la “razionalizzazione degli spazi della pubblica amministrazione”, riguarda il “complessivo efficientamento della presenza territoriale, attraverso l’utilizzo degli immobili pubblici disponibili o di parte di essi, anche in condivisione con altre amministrazioni pubbliche”. A questo fine sono stati finalizzati piani di valutazione sismica ed energetica con l’intento di ridurre la bolletta energetica di 1/3 rispetto al totale e di garantire una maggiore qualità del costruito.

L’agenzia del demanio ha calcolato che dei 44.623 beni pubblici al 2016, dal valore di 60 mld di euro, l’84 % è in uso governativo, suddiviso tra ministeri e loro articolazioni territoriali. Del demanio storico artistico, mettendo da parte il patrimonio indisponibile – composto da musei, biblioteche e palazzi storici -, il patrimonio disponibile non più strategico per la PA che può essere trasferito ad altri soggetti è rappresentato da parti di strade ferroviarie da riutilizzare come piste ciclabili e aree agricole con piccoli fabbricati da ridestinare ad attività produttiva. Le varie possibili modalità di recupero del patrimonio immobiliare e la messa in sicurezza del territorio dovrebbero tenere conto dai criteri di contenimento della spesa pubblica, rifunzionalizzare il patrimonio non ancora ad come ufficio pubblico e razionalizzazione lo spazio da destinare ai cittadini. Al fine di evitare locazioni passive si dovrebbero concentrare le funzioni pubbliche in uno stesso ambiente, migliorando allo stesso tempo la qualità del lavoro che si svolge all’interno degli edifici. I requisiti dell’operazione di recupero degli insediamenti abusivi deve soddisfare infatti la convenienza dell’operazione di edilizia pubblica.

Utilizzare il patrimonio pubblico per abbattere il debito non è però pensabile: infatti, la vendita di qualche anno fa di parte del patrimonio edilizio pubblico da parte del governo, nato con l’idea di abbattere il debito pubblico di 4 miliardi, costa attualmente 300 milioni di euro di canone. Per contro, se si rinegoziassero le locazioni con i privati si risparmierebbero circa 200 milioni l’anno di spesa. L’obiettivo da perseguire è quello di arrivare a locazioni passive zero attraverso, per esempio, il riuso delle caserme abbandonate, come nel caso della ex caserma Guido Reni a Roma. Nonostante il patrimonio governativo destinato ad ufficio sia oggetto di interventi manutentivi e di attività di efficientamento energetico, gli interventi di ricostruzione che si orientano alla rigenerazione urbana attraverso il riuso dei beni comuni non devono implicare il consumo del suolo o il degrado urbano. La pianificazione delle aree abbandonate urbane andrebbe dunque correlata all’assenza di una idea di città intesa come capitale relazionale e spazi comuni. L’ambiente urbano non è più infatti solo rappresentazione di spazi abitati di aree più o meno decorose, in particolare per l’edilizia destinata alla PA, ma di aree dal forte valore storico e culturale.

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