Addio Voucher. Come funzionano e su cosa vertevano i referendum promossi dalla CGIL

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto su voucher e appalti, i temi oggetto dei quesiti referendari proposti dalla Cgil. I buoni lavoro saranno quindi aboliti, così come prevedeva la proposta di legge uscita ieri dalla Commissione Lavoro della Camera. Anche sulla responsabilità solidale negli appalti, il presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano, primo firmatario di una proposta di legge, aveva sollecitato l’intervento dell’esecutivo, se avesse scelto la strada del decreto sui voucher. Viene lasciato un periodo di transizione fino al 31 dicembre per consentirne l’utilizzo a chi li ha già acquistati.

Decadono così anche i referendum popolari promossi dalla CGIL relativi alla “abrogazione di disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e alla “abrogazione di disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)”. Le consultazioni referendarie si sarebbero dovuto svolgere domenica 28 maggio 2017.

L’istituto del referendum popolare è sancito dall’articolo 75 della nostra Costituzione ed è indetto per abrogare, in modo parziale o totale, una legge o un atto avente valore di legge. I quesiti referendari proposti dalla Cgil, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 23 marzo 2016 n. 69, sono stati tre e hanno raccolto oltre 3milioni di firme, tra aprile e luglio 2016. Era previsto un quorum, perché i risultati fossero validi sarebbero dovuti andare a votare il 50% più uno degli aventi diritto.

Dopo il parere favorevole della Corte di Cassazione (10 dicembre) la Corte Costituzionale si è pronunciata a gennaio promuovendo due referendum su tre. E’ stato ritenuto inammissibile il quesito relativo alla “reintroduzione della reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa e sua estensione alle imprese sopra i 5 addetti – “articolo 18” – perché considerato dalla Consulta “manipolativo e dunque propositivo anziché abrogativo”.

I QUESITI:

PRIMO QUESITO
Scopo: reintroduzione della reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa e sua estensione alle imprese sopra i 5 addetti – “articolo 18”.

Il Jobs act ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico – che cresce con l’anzianità di servizio, con un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità – in caso di licenziamento disciplinare giudicato illegittimo. Il reintegro sarebbe esteso ai dipendenti di aziende sotto i 15 dipendenti, fino a 5 dipendenti (anche se per queste aziende non sarà automatico ma a discrezione del giudice).
Esito: INAMMISSIBILE
«Volete voi l’abrogazione del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, recante “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” nella sua interezza e dell’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, recante “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” comma 1, limitatamente alle parole “previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell’art. 1345 del codice civile”; – comma 4, limitatamente alle parole: “per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili,” e alle parole “, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto”; – comma 5 nella sua interezza; – comma 6, limitatamente alla parola “quinto” e alle parole “, ma con attribuzione al lavoratore di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi” e alle parole “, quinto o settimo”; – comma 7, limitatamente alle parole “che il licenziamento è stato intimato in violazione dell’art. 2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento” e alle parole “; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell’indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell’ambito della procedura di cui all’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo”; – comma 8, limitatamente alle parole “in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento”, alle parole “quindici lavoratori o più di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonché al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che nell’ambito dello stesso comune occupa più di quindici dipendenti e all’impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa più di” e alle parole “,anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa più di sessanta dipendenti”.». Secondo quesito (eliminazione dei voucher) «Volete voi l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”?». Terzo quesito (responsabilità e controllo sugli appalti) «Volete voi l’abrogazione dell’art. 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, recante “Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30”, comma 2, limitatamente alle parole “Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative del settore che possono individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti,” e alle parole “Il committente imprenditore o datore di lavoro è convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all’appaltatore e con gli eventuali ulteriori subappaltatori. Il committente imprenditore o datore di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio dell’appaltatore medesimo e degli eventuali subappaltatori. In tal caso il giudice accerta la responsabilità solidale di tutti gli obbligati, ma l’azione esecutiva può essere intentata nei confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio dell’appaltatore e degli eventuali subappaltatori”?».

SECONDO QUESITO
Scopo: eliminazione dei voucher per scongiurarne “l’utilizzo incontrollato”.

I buoni lavoro sono passati dai 536mila del 2008 ai 115 milioni del 2015 ai 133,8 milioni del 2016. Introdotti dalla Legge Biagi del 2003 (Legge delega n.30 /2003) come prestazioni occasionali (non ripetitive nel tempo) di tipo accessorio (non attinente alla missione principale dell’azienda) erano in origine riservati a precise categorie sociali: pensionati, studenti, disoccupati. Con la Legge Fornero del 2012 (Governo Monti) è stato ampliato il loro raggio d’azione nei settori dell’industria, dell’edilizia, dei trasporti, dei servizi e dei pubblici esercizi. Il Jobs Act del Governo Renzi ha sistematizzato l’istituto, elevando da 5mila a 7mila il limite massimo di compenso annuo a lavoratore (confermando, comunque, il tetto di 2mila euro per ciascun committente). Mediante un decreto correttivo del Jobs act è stata introdotta la loro tracciabilità (comunicazione all’Ispettorato nazionale del lavoro di un sms o mail un’ora prima dell’inizio della prestazione) e in caso di violazioni sono state previste multe salate, da 400 a 2.400 euro per ogni lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione.
TESTO
«Volete voi l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”?».
Terzo quesito
Scopo: abrogare delle norme (articolo 29 della legge Biagi, poi modificato dalla legge Fornero) che limitano la responsabilità solidale negli appalti.
Così l’azienda che ha ricevuto la commessa e quella cui l’opera viene subappaltata avrebbero uguale responsabilità in materia di contratti (ad esempio diritti retributivi e contributivi). Sarebbe assicurato pari trattamento ai lavoratori, a prescindere dal loro rapporto con le aziende. Oggi la responsabilità dell’azienda madre è attenuata.
«Volete voi l’abrogazione dell’art. 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, recante “Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30”, comma 2, limitatamente alle parole “Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative del settore che possono individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti,” e alle parole “Il committente imprenditore o datore di lavoro è convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all’appaltatore e con gli eventuali ulteriori subappaltatori. Il committente imprenditore o datore di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio dell’appaltatore medesimo e degli eventuali subappaltatori. In tal caso il giudice accerta la responsabilità solidale di tutti gli obbligati, ma l’azione esecutiva può essere intentata nei confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio dell’appaltatore e degli eventuali subappaltatori”?».

TERZO QUESITO
Scopo: abrogare delle norme (articolo 29 della legge Biagi, poi modificato dalla legge Fornero) che limitano la responsabilità solidale negli appalti.

Così l’azienda che ha ricevuto la commessa e quella cui l’opera viene subappaltata avrebbero uguale responsabilità in materia di contratti (ad esempio diritti retributivi e contributivi). Sarebbe assicurato pari trattamento ai lavoratori, a prescindere dal loro rapporto con le aziende. Oggi la responsabilità dell’azienda madre è attenuata.
«Volete voi l’abrogazione dell’art. 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, recante “Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30”, comma 2, limitatamente alle parole “Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative del settore che possono individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti,” e alle parole “Il committente imprenditore o datore di lavoro è convenuto in giudizio per il pagamento unitamente all’appaltatore e con gli eventuali ulteriori subappaltatori. Il committente imprenditore o datore di lavoro può eccepire, nella prima difesa, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio dell’appaltatore medesimo e degli eventuali subappaltatori. In tal caso il giudice accerta la responsabilità solidale di tutti gli obbligati, ma l’azione esecutiva può essere intentata nei confronti del committente imprenditore o datore di lavoro solo dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio dell’appaltatore e degli eventuali subappaltatori”?».

Commenta

commenta

Rispondi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi