L’Italia è il nostro partito. La mozione di Michele Emiliano.

Siamo il Partito Democratico, nato per attuare i principi della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica. Siamo il Partito erede della Resistenza, del movimento operaio, dello Statuto dei lavoratori, di un patrimonio di storie e valori che hanno unito una comunità. Siamo nati per attuare quei principi e quegli ideali democratici di uguaglianza e di giustizia sociale che i nostri padri e le nostre madri costituenti, con passione civile e lungimiranza, hanno voluto assegnare alla parte I della Carta e di cui l’articolo 3 rappresenta la più alta tensione ideale, morale, culturale e politica.

La nostra Costituzione non si ferma al riconoscimento dell’uguaglianza contro ogni forma di discriminazione, formale e materiale, ma va oltre, assegnando allo Stato il compito di creare azioni positive per superare quelle barriere di ordine naturale, sociale, economico che non consentono a ciascuno di noi di realizzare pienamente la propria personalità ed il proprio progetto di vita. Questo concetto è fondamentale perché, in esso, lo Stato e le sue articolazioni si assumono la responsabilità e l’impegno di rimuovere gli ostacoli materiali di partenza, che impediscono il raggiungimento di questi obiettivi: la visione di una piena uguaglianza delle opportunità, come principale finalità politica e sociale della Repubblica, nell’agire concreto dell’insieme delle politiche pubbliche, per mettere tutti i cittadini nelle stesse condizioni di partenza.

Corre oggi nel Paese, per dirla con Salvatore Settis, prendendo a volta i colori dell’indignazione, a volta quelli della rassegnazione e della rinuncia, una domanda: è ancora possibile progettare un futuro in cui abbiano cittadinanza valori come giustizia, equità, democrazia, libertà? In cui il cuore della politica non sia incentrato sulle alleanze politiche, ma sui diritti civili? In cui per politica non si intenda un mestiere fra tanti, ma il confronto fra cittadini nella polis, cioè nella comunità?

Può essere possibile, noi crediamo, solo se sapremo ricollocare i diritti sociali e civili e il bene comune, al centro di un nuovo discorso sulla democrazia e sulla cittadinanza. Se sapremo unire il Paese, ricucire le sue ferite, affrontare le diseguaglianze e le troppe ingiustizie sociali. E tutto questo deve prendere corpo, in un nuovo progetto di coesione sociale e nazionale rappresentato dal Partito Democratico che dev’essere il principale riferimento della società italiana a cui tutti sono invitati a partecipare.

Oggi il 40 per cento dei giovani italiani è disoccupato, la precarietà ha rubato il futuro a milioni di ragazzi e ragazze, non si formano nuove famiglie perché non c’è sicurezza, un italiano su 5 è in povertà assoluta, mentre l’1 per cento più ricco del paese, detiene il 25 per cento della ricchezza nazionale, l’accesso alle cure sanitarie è fortemente condizionato dal reddito e dal grado di istruzione. Un nuovo progetto di coesione nazionale e sociale è il grande tema da cui ripartire, su cui rifondarci e su cui ricostruire l’identità del Partito Democratico.

La crisi economica ha di fatto aumentato la fascia della popolazione più povera, (4 milioni e mezzo secondo Istat), dei working poors, dei precari, lasciandosi alle spalle una schiera di disoccupati, famiglie in diffi- coltà, anziani con pensioni che non consentono di provvedere adeguatamente alle cure. Avere un reddito basso e vivere da soli, senza una rete di protezione o senza l’ammortizzatore sociale per eccellenza, ovvero la famiglia, significa ammalarsi di più di malattie croniche e curarsi peggio.

Sono 3 milioni e mezzo i bambini che vivono in povertà in Italia, con conseguenze a livello di abbandono scolastico, esclusione sociale, alimentazione, salute, come ci ricordano l’Istat e Save the Children. In Italia, il 32 per cento dei giovani con meno di 17 anni è a rischio povertà ed esclusione sociale, contro una media europea del 27.7%. Come rilevato da tutte le indagini economiche, sono proprio l’occupazione, il reddito e la ricchezza a rappresentare le dimensioni in cui i cittadini percepiscono oggi le disuguaglianze più forti.

E poi c’è il problema Europa. La crisi iniziativa nel 2008 è la più grave dopo quella del 1929 ed ha radici profonde nell’economia, nella società, e in tutte le promesse di crescita, sviluppo e uguaglianza che si sono infrante. Viviamo una fase di depressione economica che ha messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di civiltà su cui esse si sono fondate, se pensiamo a tutto il tema della immigrazione. La reazione dell’Europa, di fronte a questa crisi è del tutto inadeguata. Essa si è espressa in modo superficiale con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, una risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi di tutti, e mettono in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e l’integrazione fra i paesi europei. Bisogna invertire la rotta, rilanciando l’investimento pubblico per la crescita e la coesione sociale.

Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, a costruire una nuova coesione nazionale e sociale a partire dai principi cardine della nostra Costituzione. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, a riprendere per mano gli ultimi, i milioni di italiani che sono in difficoltà, che si sono sentiti abbandonati, i milioni di giovani in cerca di un lavoro vero.

Dobbiamo guardare il mondo con lo sguardo delle periferie. Con lo sguardo dei più deboli. Di chi non riesce ad esprimere e mettere a frutto i propri talenti e le proprie capacità perché intrappolato nella sofferenza e nella povertà. Occorre spezzare le trappole della disuguaglianza, che impediscono a gruppi e persone di sviluppare le proprie ambizioni di vita contribuendo al progresso della comunità. Non la meritocrazia formale di chi guarda solo ai vincitori e premia chi è già forte, lasciando indietro i più deboli. La meritocrazia deve essere sostanziale. Deve essere uno sforzo continuo per rendere uguali i punti di partenza, per correggere e compensare le disuguaglianze nelle opportunità, per dare a tutti gli strumenti e i mezzi per esprimere talenti e capacità.

Noi non siamo nati per essere il partito dell’establishment, come spesso ci vede il nostro popolo, snaturando la nostra identità. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivismo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della partecipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una comunità, ad una rete di circoli e iscritti che, attraverso una piattaforma digitale, possa costantemente essere collegata e consultata.

Dobbiamo essere noi, il partito di chi non viene ascoltato, di chi si sente solo e senza protezione, a ricucire il tessuto sociale che si è lacerato per scrivere un nuovo patto nazionale, di unità e convivenza, di crescita per tutto il popolo italiano. La coesione è il puntello imprescindibile del principio di unità nazionale che dobbiamo rilanciare, riavvicinando quelle differenze culturali che sono l’essenza di una società pluralistica, e di appartenenza alla stessa comunità. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, il partito della solidarietà e del lavoro, teso a svolgere una funzione di inclusione sociale contro l’esclusione dei più deboli, dei più fragili, dei disoccupati, dei precari, di minori, stranieri, portatori di disabilità. In questi anni invece, il Partito Democratico ha perduto la “connessione sentimentale” con il suo popolo, indispensabile alla costruzione di una visione di cambiamento coerente con le condizioni del paese reale, e con le sue domande di giustizia sociale. Abbiamo perseguito la logica dell’uomo solo al comando, della rottura della concertazione e di quella vocazione all’intesa tanto cara ad un padre costituente come Aldo Moro, nella consapevolezza del valore del confronto come punto essenziale per la costruzione di una comunità nazionale. Popolo è la parola da cui ricostruire il Partito Democratico, la parola più pregnante per individuare il soggetto collettivo che è il protagonista della Costituzione e della sua attuazione: ad esso appartiene la sovranità, in suo nome viene amministrata la giustizia, ad ogni suo componente, senza discriminazioni, la Repubblica riconosce diritti sociali e civili inviolabili, in primis quello al lavoro. Questa idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta in questi anni alla teoria della rottamazione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosufficienza delle decisioni prese a colpi di maggioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana. Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica, nel Paese e nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non da diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere protagonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio. Partecipazione vuol dire passare dall’io al noi, essere un partito di popolo, aperto alla società, al civismo, alla partecipazione dei cittadini. E tutto questo attiene alla necessità di riconnettere la politica alle istituzioni, di riattivare i cosiddetti corpi intermedi, rispettandone la piena autonomia, di investire sul concetto di responsabilità sociale. La partecipazione attiene anche al rapporto fra i diversi livelli territoriali delle istituzioni e le comunità, e in questa dimensione pluralistica dei livelli di governo sancita dall’art.119 della Costituzione, si riconosce l’esistenza di contesti sociali ed economici bisognosi di interventi mirati, per riequilibrare il sistema complessivo attraverso politiche di perequazione. Pensiamo alle comunità dei territori in ritardo di sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno. A Sud, dove il divario rispetto al resto dell’Italia è cresciuto in questi anni, l’aumento del disagio, della disoccupazione, della povertà, indebolisce il sistema dei diritti e la coesione sociale. Ciò rende indispensabile un forte rilancio degli investimenti pubblici, politiche di sviluppo innovative, non più contrapposte alla salute e all’ambiente, che coniughino il lavoro con il rispetto della vita umana e del creato. La lotta alle mafie e alla corruzione rappresentano la prima battaglia da portare avanti, ogni giorno, dando il buon esempio e attraverso un capillare lavoro di antimafia sociale. Queste sono le ragioni di fondo che ci convincono dell’urgenza di aprire una nuova fase del Partito Democratico basata su linee programmatiche alternative a quelle prodotte in questi anni. La nostra è una proposta di programma aperta alla società, la consideriamo il punto di partenza di un processo di ampia partecipazione, che comunque ci impegniamo a sperimentare nel Paese. Avremmo voluto farlo già in questo Congresso, insieme agli iscritti ed agli elettori delle primarie, se avessimo potuto svolgere una conferenza programmatica come avevamo proposto. Ci proveremo comunque anche in queste poche settimane, perché siamo convinti, che queste idee possano essere il nuovo motore di crescita per l’ occupazione e per il rafforzamento dello Stato sociale, che possa restituire fiducia alla società italiana, accrescendo gli anticorpi democratici per respingere ogni forma di populismo, e al contempo i fenomeni destabilizzanti della corruzione, delle mafie, della criminalità. Come diceva Enrico Berlinguer, “Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’essere umano, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.” Questi sono i motivi, per cui mi candido alla Segreteria del Partito Democratico; perché amo l’Italia con tutto me stesso, perché l’Italia è il nostro partito! Siamo il Partito Democratico, nato per attuare i principi della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica. Siamo il Partito erede della Resistenza, del movimento operaio, dello Statuto dei lavoratori, di un patrimonio di storie e valori che hanno unito una comunità. Siamo nati per attuare quei principi e quegli ideali democratici di uguaglianza e di giustizia sociale che i nostri padri e le nostre madri costituenti, con passione civile e lungimiranza, hanno voluto assegnare alla parte I della Carta e di cui l’articolo 3 rappresenta la più alta tensione ideale, morale, culturale e politica. La nostra Costituzione non si ferma al riconoscimento dell’uguaglianza contro ogni forma di discriminazione, formale e materiale, ma va oltre, assegnando allo Stato il compito di creare azioni positive per superare quelle barriere di ordine naturale, sociale, economico che non consentono a ciascuno di noi di realizzare pienamente la propria personalità ed il proprio progetto di vita. Questo concetto è fondamentale perché, in esso, lo Stato e le sue articolazioni si assumono la responsabilità e l’impegno di rimuovere gli ostacoli materiali di partenza, che impediscono il raggiungimento di questi obiettivi: la visione di una piena uguaglianza delle opportunità, come principale finalità politica e sociale della Repubblica, nell’agire concreto dell’insieme delle politiche pubbliche, per mettere tutti i cittadini nelle stesse condizioni di partenza. Corre oggi nel Paese, per dirla con Salvatore Settis, prendendo a volta i colori dell’indignazione, a volta quelli della rassegnazione e della rinuncia, una domanda: è ancora possibile progettare un futuro in cui abbiano cittadinanza valori come giustizia, equità, democrazia, libertà? In cui il cuore della politica non sia incentrato sulle alleanze politiche, ma sui diritti civili? In cui per politica non si intenda un mestiere fra tanti, ma il confronto fra cittadini nella polis, cioè nella comunità? Può essere possibile, noi crediamo, solo se sapremo ricollocare i diritti sociali e civili e il bene comune, al centro di un nuovo discorso sulla democrazia e sulla cittadinanza. Se sapremo unire il Paese, ricucire le sue ferite, affrontare le diseguaglianze e le troppe ingiustizie sociali. E tutto questo deve prendere corpo, in un nuovo progetto di coesione sociale e nazionale rappresentato dal Partito Democratico che dev’essere il principale riferimento della società italiana a cui tutti sono invitati a partecipare. Oggi il 40 per cento dei giovani italiani è disoccupato, la precarietà ha rubato il futuro a milioni di ragazzi e ragazze, non si formano nuove famiglie perché non c’è sicurezza, un italiano su 5 è in povertà assoluta, mentre l’1 per cento più ricco del paese, detiene il 25 per cento della ricchezza nazionale, l’accesso alle cure sanitarie è fortemente condizionato dal reddito e dal grado di istruzione. Un nuovo progetto di coesione nazionale e sociale è il grande tema da cui ripartire, su cui rifondarci e su cui ricostruire l’identità del Partito Democratico. La crisi economica ha di fatto aumentato la fascia della popolazione più povera, (4 milioni e mezzo secondo Istat), dei working poors, dei precari, lasciandosi alle spalle una schiera di disoccupati, famiglie in diffi- coltà, anziani con pensioni che non consentono di provvedere adeguatamente alle cure. Avere un reddito basso e vivere da soli, senza una rete di protezione o senza l’ammortizzatore sociale per eccellenza, ovvero la famiglia, significa ammalarsi di più di malattie croniche e curarsi peggio. Sono 3 milioni e mezzo i bambini che vivono in povertà in Italia, con conseguenze a livello di abbandono scolastico, esclusione sociale, alimentazione, salute, come ci ricordano l’Istat e Save the Children. In Italia, il 32 per cento dei giovani con meno di 17 anni è a rischio povertà ed esclusione sociale, contro una media europea del 27.7%. Come rilevato da tutte le indagini economiche, sono proprio l’occupazione, il reddito e la ricchezza a rappresentare le dimensioni in cui i cittadini percepiscono oggi le disuguaglianze più forti. E poi c’è il problema Europa. La crisi iniziativa nel 2008 è la più grave dopo quella del 1929 ed ha radici profonde nell’economia, nella società, e in tutte le promesse di crescita, sviluppo e uguaglianza che si sono infrante. Viviamo una fase di depressione economica che ha messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di civiltà su cui esse si sono fondate, se pensiamo a tutto il tema della immigrazione. La reazione dell’Europa, di fronte a questa crisi è del tutto inadeguata. Essa si è espressa in modo superficiale con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, una risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi di tutti, e mettono in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e l’integrazione fra i paesi europei. Bisogna invertire la rotta, rilanciando l’investimento pubblico per la crescita e la coesione sociale. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, a costruire una nuova coesione nazionale e sociale a partire dai principi cardine della nostra Costituzione. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, a riprendere per mano gli ultimi, i milioni di italiani che sono in difficoltà, che si sono sentiti abbandonati, i milioni di giovani in cerca di un lavoro vero. Dobbiamo guardare il mondo con lo sguardo delle periferie. Con lo sguardo dei più deboli. Di chi non riesce ad esprimere e mettere a frutto i propri talenti e le proprie capacità perché intrappolato nella sofferenza e nella povertà. Occorre spezzare le trappole della disuguaglianza, che impediscono a gruppi e persone di sviluppare le proprie ambizioni di vita contribuendo al progresso della comunità. Non la meritocrazia formale di chi guarda solo ai vincitori e premia chi è già forte, lasciando indietro i più deboli. La meritocrazia deve essere sostanziale. Deve essere uno sforzo continuo per rendere uguali i punti di partenza, per correggere e compensare le disuguaglianze nelle opportunità, per dare a tutti gli strumenti e i mezzi per esprimere talenti e capacità. Noi non siamo nati per essere il partito dell’establishment, come spesso ci vede il nostro popolo, snaturando la nostra identità. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivismo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della partecipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una comunità, ad una rete di circoli e iscritti che, attraverso una piattaforma digitale, possa costantemente essere collegata e consultata. Dobbiamo essere noi, il partito di chi non viene ascoltato, di chi si sente solo e senza protezione, a ricucire il tessuto sociale che si è lacerato per scrivere un nuovo patto nazionale, di unità e convivenza, di crescita per tutto il popolo italiano. La coesione è il puntello imprescindibile del principio di unità nazionale che dobbiamo rilanciare, riavvicinando quelle differenze culturali che sono l’essenza di una società pluralistica, e di appartenenza alla stessa comunità. Dobbiamo essere noi, il Partito Democratico, il partito della solidarietà e del lavoro, teso a svolgere una funzione di inclusione sociale contro l’esclusione dei più deboli, dei più fragili, dei disoccupati, dei precari, di minori, stranieri, portatori di disabilità. In questi anni invece, il Partito Democratico ha perduto la “connessione sentimentale” con il suo popolo, indispensabile alla costruzione di una visione di cambiamento coerente con le condizioni del paese reale, e con le sue domande di giustizia sociale. Abbiamo perseguito la logica dell’uomo solo al comando, della rottura della concertazione e di quella vocazione all’intesa tanto cara ad un padre costituente come Aldo Moro, nella consapevolezza del valore del confronto come punto essenziale per la costruzione di una comunità nazionale.

Popolo è la parola da cui ricostruire il Partito Democratico, la parola più pregnante per individuare il soggetto collettivo che è il protagonista della Costituzione e della sua attuazione: ad esso appartiene la sovranità, in suo nome viene amministrata la giustizia, ad ogni suo componente, senza discriminazioni, la Repubblica riconosce diritti sociali e civili inviolabili, in primis quello al lavoro. Questa idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta in questi anni alla teoria della rottamazione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosufficienza delle decisioni prese a colpi di maggioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana.

Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica, nel Paese e nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non da diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere protagonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio.

Partecipazione vuol dire passare dall’io al noi, essere un partito di popolo, aperto alla società, al civismo, alla partecipazione dei cittadini. E tutto questo attiene alla necessità di riconnettere la politica alle istituzioni, di riattivare i cosiddetti corpi intermedi, rispettandone la piena autonomia, di investire sul concetto di responsabilità sociale. La partecipazione attiene anche al rapporto fra i diversi livelli territoriali delle istituzioni e le comunità, e in questa dimensione pluralistica dei livelli di governo sancita dall’art.119 della Costituzione, si riconosce l’esistenza di contesti sociali ed economici bisognosi di interventi mirati, per riequilibrare il sistema complessivo attraverso politiche di perequazione. Pensiamo alle comunità dei territori in ritardo di sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno.

A Sud, dove il divario rispetto al resto dell’Italia è cresciuto in questi anni, l’aumento del disagio, della disoccupazione, della povertà, indebolisce il sistema dei diritti e la coesione sociale. Ciò rende indispensabile un forte rilancio degli investimenti pubblici, politiche di sviluppo innovative, non più contrapposte alla salute e all’ambiente, che coniughino il lavoro con il rispetto della vita umana e del creato.

La lotta alle mafie e alla corruzione rappresentano la prima battaglia da portare avanti, ogni giorno, dando il buon esempio e attraverso un capillare lavoro di antimafia sociale. Queste sono le ragioni di fondo che ci convincono dell’urgenza di aprire una nuova fase del Partito Democratico basata su linee programmatiche alternative a quelle prodotte in questi anni. La nostra è una proposta di programma aperta alla società, la consideriamo il punto di partenza di un processo di ampia partecipazione, che comunque ci impegniamo a sperimentare nel Paese. Avremmo voluto farlo già in questo Congresso, insieme agli iscritti ed agli elettori delle primarie, se avessimo potuto svolgere una conferenza programmatica come avevamo proposto. Ci proveremo comunque anche in queste poche settimane, perché siamo convinti, che queste idee possano essere il nuovo motore di crescita per l’ occupazione e per il rafforzamento dello Stato sociale, che possa restituire fiducia alla società italiana, accrescendo gli anticorpi democratici per respingere ogni forma di populismo, e al contempo i fenomeni destabilizzanti della corruzione, delle mafie, della criminalità.

Come diceva Enrico Berlinguer, “Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’essere umano, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.”

Questi sono i motivi, per cui mi candido alla Segreteria del Partito Democratico; perché amo l’Italia con tutto me stesso, perché l’Italia è il nostro partito!

PUNTI PROGRAMMATICI
IL PD È IL NOSTRO PARTITO

L’idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta alla teoria della rottamazione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosuffi- cienza delle decisioni prese a colpi di maggioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana. Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non dà diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere protagonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio. Il partito democratico è nato dall’unione fra le culture cattolico-democratiche, ambientaliste e le tradizioni progressiste, che hanno scritto la storia di libertà e democrazia del Paese, per raccoglierne i valori di emancipazione ed uguaglianza e proiettarle nella modernità. Non un partito che si trasforma in un comitato elettorale permanente, un votificio a disposizione dei capicorrente territoriali, ma la grande casa delle battaglie per la giustizia sociale, la solidarietà e l’uguaglianza. Stare nel Partito democratico non può più significare subire le scelte dall’alto di pochi dirigenti. Il nuovo Partito Democratico che vogliamo costruire avrà al centro un modello di partecipazione autentico, in cui ogni tesserato sarà coinvolto nella scrittura dei programmi e nella loro attuazione, a qualsiasi livello territoriale, e verrà consultato sulle scelte strategiche. Il partito democratico deve tornare ad essere innanzitutto una comunità di uomini e donne che insieme stabiliscono percorsi e proposte, in cui la maggioranza non sia tale solo per esercitare il potere e l’arroganza contro la minoranza. Il pluralismo è la risorsa di un partito che ha l’ambizione di essere maggioritario. La minoranza deve essere una voce critica e propositiva per il partito, la maggioranza deve avere un orecchio pronto ad ascoltare proposte e suggerimenti, l’insieme dei gruppi dirigenti deve avere l’obbligo di rispettare questa comunità, vincolando scelte e decisioni al coinvolgimento della base del partito, attraverso un modello partecipativo organizzato con nuovi strumenti tecnologici: noi proponiamo una piattaforma digitale – che sperimenteremo anche in questo congresso – e che consentirebbe a milioni di italiani iscritti al PD, di mandare le proprie proposte, di partecipare a tutte le decisioni importanti, di essere coinvolti nella stesura dei programmi elettorali, di poterne verificare l’attuazione a tutti i livelli, di essere collegati agli eletti. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivismo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della partecipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una rete di circoli, iscritti, rappresentanti istituzionali, che, attraverso la piattaforma digitale possa essere costantemente connessa e consultata. Avere in tasca la tessera del PD non può e non deve rappresentare solo il momento dell’elezione degli organismi dirigenti ma un tratto identitario di appartenenza ad una comunità decidente. Il partito democratico non può dimenticare i territori come è avvenuto. Un partito concepito come unnuPUNTI PROGRAMMATICI IL PD È IL NOSTRO PARTITO cleo centrale che lancia input senza avere la capacità di trasferire o ricevere stimoli per assenza di una rete strutturata non può formare classi dirigenti e non ha la capacità di ascoltare e dunque cogliere le problematichedelterritorio. Le federazioni regionali, provinciali ed i circoli devono tornare ad essere i centri di discussione vera, in cui la politica del partito democratico si forma, vive e diffonde la sua essenza. Per rilanciare i partito, abbiamo bisogno di una riconnessione sentimentale con la nostra base di iscritti ed elettori, e ciò non può avvenire se i circoli sono chiusi e le federazioni abbandonate. Dobbiamo rivedere anche il nostro Statuto su un punto fondamentale: il Pd non può essere il partito dell’uomo solo al comando. Non si possono cumulare la carica di segretario con quella di candidato premier. Questa sovrapposizione ha prodotto molti danni alla vita democratica del nostro partito, perché concentra troppi poteri in mano ad uno solo, il/la quale può esercitarli in maniera distorta, ad esempio con una selezione degli eletti “per fedeltà al capo”. E’ bene dunque, che i ruoli siano distinti. E’ bene che il Partito Democratico salvaguardi la propria vita democratica evitando che un segretario usi il partito come trampolino di lancio per la leaderschip. E riteniamo che per statuto tutti gli organi debbano essere composti in egual numero da uomini e da donne e che i giovani democratici debbano stare di diritto e con diritto di voto in tutti gli organismi dirigenti. La formazione dei giovani e dei gruppi dirigenti deve tornare ad essere essenziale a tutti i livelli. Studio e conoscenza devono tornare ad essere un campo di sperimentazione continua, di approfondimento culturale, lo spazio in cui definiamo tutta la nostra cassetta degli attrezzi. Moralità, correttezza e verità – dire ciò che si pensa, fare ciò che si dice – sono per noi le chiavi di volta per ricostruire un pensiero democratico, una cultura democratica opposta ai populismi, che sia guida per una società più giusta. La crisi iniziata nel 2008 è la più grave crisi economica dopo quella del 1929: una fase di depressione economica con conseguenze assai preoccupanti sull’economia reale, le attività produttive, il lavoro, la coesione sociale. La crisi, per inciso, ha anche messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di tolleranza e di civiltà su cui esse si sono fondate. La reazione dell’Europa è stata del tutto inadeguata: ad una crisi economica che si è espressa in superficie con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, ma che ha radici profonde nell’economia e nella società, è stata data la sola risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi. E’ in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e dell’integrazione tra i paesi europei. Il 25 marzo si celebreranno, a Roma, i sessant’anni dell’Unione europea: un appuntamento che – come ha ricordato lo stesso presidente Jean-Claude Juncker presentando al Parlamento europeo il Libro Bianco sul futuro dell’Unione – costituirà anche, dopo la Brexit, “il certificato di nascita della nuova Unione a 27”. Basta questo dato per segnalare la necessità che – a fronte dei rischi di uno scenario internazionale in cui l’accento torna a battere sul tasto delle barriere sovraniste a discapito dei tentativi di governo democratico della globalizzazione – Partito Democratico e Partito Socialista Europeo si facciano protagonisti, in Italia e in Europa, di una discussione alta e partecipata sulle prospettive di tenuta e sviluppo del progetto europeo. Si tratta, dunque, di rendere anzitutto chiara la strutturale ambiguità di un Libro Bianco che risponde all’interrogativo sul “Quo vadis Europa” prospettando la possibilità di cinque diversi percorsi: “continuare”, “nient’altro che il mercato unico”, “chi chiede di più deve impegnarsi maggiormente”, “fare meno in modo più efficiente”, “fare molto di più insieme”. Percorsi registrati quasi “notarilmente”, anziché scegliere e muovere nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, con un governo eletto democraticamente, dal riconoscimento dell’esigenza dell’apertura di una nuova stagione del progetto politico europeo, che assuma come centrali l’impegno per la crescita e per l’occupazione, per le politiche sociali e per la tutela dell’ambiente e, coerentemente con il perseguimento di questi obiettivi, la soluzione dei nodi dell’unione fiscale e di un bilancio dell’eurozona con risorse proprie, di una unione bancaria finalmente dotata di un fondo comune di garanzia per i depositi bancari, della messa in opera di strumenti di mutualizzazione dei debiti pubblici. Alla prospettiva dello sfaldamento del progetto politico europeo, non ci sembra che possa essere data risposta se non ripartendo dalla radice dei problemi e rendendo chiaro ai cittadini europei che un’alternativa al paradigma dell’austerità e della contrazione espansiva è tanto necessaria, quanto possibile. In Europa ci sono troppe velocità: dalla moneta per alcuni, a Schengen per altri, alla Difesa con visioni diverse, dall’unione bancaria all’immigrazione, dal mercato unico al fisco, fino al welfare, su cui ognuno fa quel che gli pare. Siamo ancora molto lontani dall’Europa sognata da Spinelli e De Gasperi. L’Europa deve invertire la rotta, superando i dogmi e le miopie del rigore e avviando una nuova fase che abbia come obiettivi la crescita e il rafforzamento della coesione sociale, rimettendo al centro la persona che lavora e i suoi diritti, riaffermando la centralità di un intervento pubblico di correzione delle dinamiche di mercato. Innanzitutto, più welfare europeo, riducendo il divario tra il modello nordico e quello dell’area meridionale che non emerge dalla fascia mediterranea. Rafforzare il sistema sociale europeo, vuol dire assicurare una rete universale di protezione sociale (disoccupazione, malattia, pensionamento, maternità). Garantire agli individui e alle famiglie un reddito minimo, basato sull’approccio “human capital”, che prevede che il sussidio venga fornito alla condizione che il lavoratore partecipi a programmi pubblici di riqualificazione, in modo da facilitare il rientro nel mercato del lavoro. Più occupazione giovanile e mobilità, e su questo versante dobbiamo sostenere il riconoscimento di un piano di investimenti pubblici su vasta scala, e chiedere il potenziamento del programma Erasmus + fino al 2020 con maggiori risorse del bilancio europeo da destinare a questo programma di mobilità per l’apprendimento. Prioritario potenziare i fondi per l’innovazione delle imprese, per creare reti d’accesso di nuova generazione, banda larga e infrastrutture materiali e immateriali, in un’ottica di sviluppo integrato. In questo quadro, pensando al ruolo delle Regioni nella politica di coesione post 2020, il tema della macroregioni dell’UE è strategico (in particolare EUSAIR ed EUSALP che coinvolgono l’Italia) nell’ambito di progetti transnazionali e per il rafforzamento dei rapporti di cooperazione e di vicinato con i paesi non europei. Sono necessari maggiori investimenti finanziari diretti dell’UE per sostenere il turismo e tutta la filiera interessata, e per le smart cities, in termini di energia, trasporti ed efficienza energetica negli edifici. L’Europa attraversata da tensioni senza precedenti, anche a causa della pressione dei fenomeni migratori, rispetto ai quali si fatica ad avere una pur minima condivisione di approccio e di responsabilità, ulteriormente aggravate dalla Brexit, va vissuta con la determinazione di chi vuole gli Stati Uniti d’Europa e si comporta di conseguenza: non flessibilità per pochi anni e pochi decimali di spesa, ma sfida a viso aperto ai nuovi nazionalisti nemici di fatto dell’euro e dell’idea stessa di Unione Europea. Sull’Europa il nostro paese, e quindi il Partito Democratico, è chiamato alla sfida più grande e difficile degli ultimi cinquant’anni. Oggi alla politica è chiesto coraggio. Il coraggio di pensare e costruire una politica comune europea su welfare, difesa, fisco, immigrazione, un progetto politico fondato su nuovi processi democratici e di partecipazione, nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Equità, etica e redistribuzione: i valori dei riformisti Il più grande errore che potremmo commettere sarebbe quello di andare incontro alla rivoluzione del capitalismo globale a compartimenti stagni. Equità, etica e redistribuzione non sono valori negoziabili per un grande partito riformista. Con l’economia digitale siamo di fronte a una rivoluzione epocale, superiore per impatto economico a quelle che hanno poi portato alla rivoluzione industriale. La dematerializzazione della ricchezza necessita di un approccio radicalmente nuovo e l’intelaiatura fiscale che regola i rapporti tra i vecchi Stati nazionali, società e imprese deve necessariamente adattarsi alle nuove regole del mercato. E anche il fisco deve seguire questi straordinari cambiamenti. Chi non è d’accordo e sostiene il contrario deve anche spiegare il perché alle migliaia di aziende che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per norme incoerenti in Europa e negli stessi Stati membri, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi profitti che riescono a fare nei singoli Paesi. Ora alla politica italiana ed europea serve il coraggio di regolare le distorsioni. L’IVA devono pagarla anche le multinazionali del web. Nel contesto descritto infatti, si inserisce la necessità di una webtax per regolamentare il mercato che, a causa di una carente normativa in materia, è diventato un far west. Vincono sempre i più forti. Dobbiamo mettere le aziende italiane come le altre imprese nazionali dei principali Paesi europei nella condizione di operare in un regime di concorrenza leale fermando l’elusione fiscale senza precedenti praticata da imprese multinazionali che erogano servizi o vendono beni in Italia, fatturando da Lussemburgo, Irlanda o Olanda, o in alcuni casi anche da paradisi fiscali, utilizzando l’ormai obsoleto concetto di ‘non stabile organizzazione’. Il Parlamento italiano nel 2013 aveva approvato una norma, fortemente voluta dal Partito Democratico, innovativa e che ha determinato in Europa l’apertura del dibattito parlamentare. Nel settembre del 2014, in Aula alla Camera, durante in semestre europeo di presidenza italiano, le commissioni Bilancio dei 27 Paesi arrivarono alle stesse conclusioni. Purtroppo, uno dei primi atti del governo Renzi fu la cancellazione annunciata da un infausto tweet che si è trasformato in un boomerang per tutti, per le entrate della nostra amministrazione fiscale e per lo stesso dibattito politico-culturale in Italia e in Europa. Abbiamo potuto recuperare centinaia di milioni di euro solo attraverso il lavoro più duro e complesso fatto dalla Procura della Repubblica di Milano e dalla Guardia di Finanza. Il PD che abbiamo in mente dovrebbe dotare il Paese di regole chiare, semplici e rispettate da tutti, senza costringere Magistratura e Forze di Polizia tributaria a sforzi successivi, come quelli a cui gli italiani hanno assistito in questi ultimi anni. Occorre costruire in Italia e in Europa, una vera proposta anti-austerità che batta le destre sovraniste, la dobbiamo promuovere noi, aprendo subito un confronto con tutte le sinistre europee. Crediamo che al Paese serva innanzitutto un piano straordinario per l’occupazione. Per superare la crisi e porre le basi di una crescita equa e sostenibile l’Italia deve partire dal lavoro. L’attuale mercato del lavoro è caratterizzato da produttività stagnante, alta disoccupazione, specie giovanile, stagnazione delle retribuzioni, discontinuità dei percorsi lavorativi e eccessiva occasionalità delle occupazioni. Questi ultimi aspetti determinano spesso precarietà e vulnerabilità della condizione di vita di individui e famiglie. Inoltre, in molti settori economici il ricorso al lavoro nero è diventato un elemento strutturale del modello di specializzazione produttiva. Di fronte a questa situazione, il pacchetto di interventi sul mercato del lavoro enfaticamente denominato “Jobs Act”, ha avuto come unico esito concreto quello di incrementare sperequazioni e disuguaglianze sociali a danno di chi lavora, di ridurre le tutele per i lavoratori, senza determinare un reale aumento dell’occupazione. Nonostante l’ingente impiego di risorse finanziarie per incentivare le assunzioni, nonostante la diversificazione delle tipologie contrattuali e la revisione “al ribasso” di molte tutele per i lavoratori (tra questi l’abrogazione dell’art. 18), i risultati raggiunti sono assolutamente deludenti. Ben al di sotto di ciò che serve al Paese. Gli effetti sull’occupazione si sono rivelati del tutto effimeri e legati alla presenza di sconti fiscali; vice versa, è rimasto l’indebolimento delle tutele. È ora di prendere atto della realtà e di comprendere che, per affrontare i problemi che affliggono il mercato del lavoro, è necessario un cambiamento di prospettiva: occorre adottare misure che promuovano una crescita economica ad alta intensità di lavoro. Di un lavoro svolto in condizioni dignitose. La politica per l’occupazione deve operare su più fronti. Da un lato, deve contribuire a creare le condizioni affinché le imprese possano assumere, attraverso il rafforzamento della capacità produttiva complessiva e la ripresa dell’agenda delle riforme strutturali. Dall’altro, lavorare ad un sistema di regole e di tutele sociali che impediscano che le nuove forme precarie e instabili del lavoro si traducano in precarietà, insicurezza e vulnerabilità della vita delle persone. Una politica che miri a creare occupazione deve abbandonare l’impostazione di politiche dell’offerta fino ad ora seguite e fondarsi invece su una strategia complessiva basata su più pilastri: La leva fiscale Occorre una riduzione stabile e strutturale dell’imposizione sul reddito da lavoro e più in generale del cuneo fiscale, ed una revisione della scala delle aliquote, al fine di sostenere i redditi della classe media e delle famiglie a più basso reddito migliorando al tempo stesso gli incentivi alla partecipazione al lavoro per gli individui e alle assunzioni da parte delle imprese; la riduzione del prelievo sul reddito da lavoro deve essere strutturale e non episodica, e, per essere credibile, deve essere sia finanziata con: • un recupero della tassazione ordinaria sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari; • una convincente politica di recupero dell’evasione; • l’introduzione nel nostro ordinamento della tassazione per le multinazionali che operano in Rete (webtax), con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale in una economia digitale, attraverso il contrasto all’evasione fiscale tipica delle transazioni online. Il fisco nel linguaggio comune si intreccia, spesso, con quello dello Stato come soggetto dell’attività finanziaria nei rapporti con il cittadino contribuente. Il PD riparte da qui: dai rapporti fondamentali che regolano le relazioni dell’amministrazione fiscale tra cittadini, imprese e Stato. Un sistema tributario equo deve cagionare il medesimo sacrificio a ogni contribuente. È questa la differenza fondamentale tra sinistra e destra. Fare tutti gli stessi sacrifici non si può tradurre, come teorizza qualcuno a destra, che si debba pagare la stessa aliquota. La progressività delle imposte è un valore imprescindibile. Abbassare le aliquote più basse è il nostro impegno. Ridurre l’aliquota più bassa Irpef dal 23% al 20% deve essere il nostro principale obiettivo. Il limite della politica sul fisco degli ultimi anni è stato non avere il coraggio di intervenire sui redditi e sulle imposte indirette al fine di modificare la composizione delle entrate fiscali. Sul fisco oggi in Italia non è garantita l’equità: da un lato c’è chi accumula sempre più ricchezza e dall’altro chi ha sempre meno certezze; equità, etica, ridistribuzione, devono essere il punto fermo per le misure legislative connesse al fisco. Dobbiamo superare la politica dei bonus per rimettere al centro i diritti. Decontribuzione strutturale Tra il 2008 e il 2015 abbiamo vissuto una durissima recessione, con una riduzione di 100 mld di prestiti alle imprese e sofferenze bancarie arrivate fino a 200 mld e una dura contrazione dei consumi. In quel contesto la riduzione dell’Irap sul costo del lavoro e la decontribuzione sul lavoro sono state buone misure del governo Renzi. Il limite però resta la provvisorietà della misura connessa alla decontribuzione sul lavoro. La decontribuzione piena per i neo assunti ha avuto nel 2015 effetti positivi, poi svaniti appena sono terminate le misure temporanee. Se vogliamo dare una svolta al mercato del lavoro, dobbiamo puntare sulla decontribuzione strutturale piena. Le aziende, come i lavoratori, hanno bisogno di certezze, non di bonus. Finanzieremo la decontribuzione strutturale sul lavoro con le risorse stanziate per gli 80 euro che rappresentano dei bonus, la cui scarsa efficacia è stata dimostrata nelle audizioni parlamentari sulla legge di Bilancio, sia da Banca d’Italia che da Istat. Con il bonus degli 80 euro lo Stato impiega oltre lo 0,7 del Pil per ritrovarsi benefici di spinta alla crescita dello 0,2. Un’operazione fallimentare. Finanziando la riduzione per sempre del costo fiscale sul lavoro per oltre 8.000 euro l’anno a lavoratore, le imprese saranno spinte a investire su nuovi prestatori d’opera e una parte del risparmio fiscale servirà ad aumentare i salari netti, ben oltre gli 80 euro. E sarà per sempre. La riforma dell’IVA Di una vera e propria “questione fiscale”, occorre parlare a fronte di una evasione stimata in circa 9 punti di PIL e, in particolare, a fronte di un’evasione IVA ammontante a circa 47 miliardi di euro. Le misure di contrasto dell’evasione fiscale e la proposta di riforma del regime IVA elaborate da NENS segnalano, a regime, la possibilità di conseguire un maggior gettito IVA prossimo ai 27 miliardi di euro ed un maggior gettito IRPEF, IRES e IRAP prossimo ai 32 miliardi di euro. Il tutto come abbattimento della quota di evasione e senza aggravi di prelievo nei confronti dei contribuenti in regola. Il tutto, ancora, facendo anzitutto leva sulla tax compliance , cioè su efficaci meccanismi normativi ed amministrativi di emersione della base imponibile, piuttosto che sull’azione di accertamento. Basti pensare che già il riordino delle aliquote IVA – con un più mirato utilizzo di una sola aliquota ridotta del 5% e con un’aliquota ordinaria inferiore al 19% – consentirebbe di conciliare recupero di evasione per circa 5 miliardi di euro e riduzione di prelievo a carico dei contribuenti in regola per circa 1,6 miliardi di euro. Il rilievo di queste cifre conferma, una volta di più, che l’efficacia dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale è condizione fondamentale per qualsiasi credibile e strutturale processo di riduzione della pressione fiscale complessiva a carico dei contribuenti in regola. Lo è per la progressiva eliminazione delle vecchie clausole di salvaguardia su IVA e accise, così come per il riordino delle aliquote IRPEF e per gli interventi di riduzione del cuneo fiscale. Grazie alla nuova legge di Bilancio approvata nel 2016 non esisteranno più nuove clausole di salvaguardia e questo dovrà spingere l’amministrazione fiscale a definire sempre più corretti obiettivi di entrata e i principali ministeri di spesa a fare previsioni coerenti con le reali politiche di bilancio. Le regole del lavoro e le tutele del lavoratore E’ necessario contrastare il ricorso surrettizio a strumenti formativi per mascherare veri e propri rapporti di lavoro, incentivare l’arricchimento professionale dei lavoratori e non soltanto l’adattamento on the job, semplificare davvero il quadro delle tipologie contrattuali in modo da prevenire la precarizzazione dei rapporti, dare un ordine alle nuove forme di lavoro digitale. In particolare: • le imprese devono esercitare la facoltà di licenziare in modo serio e responsabile, ragione per cui è necessario reintrodurre l’art- 18, e cioè il rimedio della reintegrazione al lavoro in tutti i casi in cui i licenziamenti siano ingiustificati; • i voucher devono essere completamente riconfigurati diventando, come in molti Paesi europei, il mezzo che le famiglie possono utilizzare per pagare i dipendenti di agenzie specializzate allorché effettuino in loro favore attività di cura alle persone o i piccoli interventi di manutenzione; • l’impiego irregolare dei lavoratori deve essere contrastato in ogni modo, anche per garantire una leale competizione tra imprese; • anche ai lavoratori della economy on demand deve essere assicurata una protezione sociale adeguata e ciò implica che alla loro remunerazione deve essere sempre associata una contribuzione previdenziale. Un piano di investimenti Negli ultimi anni, a fronte di un debito pubblico che non si è ridotto, è diminuita sensibilmente la spesa in conto capitale, cioè la spesa per il futuro. Gli investimenti pubblici e gli interventi per sostenere quelli privati sono ai minimi storici in Italia. Occorre riprendere un piano di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, anche utilizzando la sinergia con gli investimenti finanziati dall’Europa, a cominciare dagli investimenti sulla rete della mobilità, sull’energia, e sulla formazione superiore. Occorre predisporre un quadro finanziario pluriennale nazionale di investimenti infrastrutturali, che svolga anche una funzione di riduzione dei divari territoriali e che rispetti il principio di addizionalità rispetto ai fondi strutturali europei. Infrastrutturazione logistica e digitalizzazione, prevenzione antisismica e cura del territorio sono, in particolare, chiamate a compiere un vero e proprio salto di qualità. Allo stesso tempo occorre introdurre leve fiscali per incentivare gli investimenti privati. Interventi che siano certi e stabili nel tempo, perché solo così in grado di influenzare le scelte economiche delle imprese. La politica industriale È necessario ricominciare a fare la politica industriale nel nostro paese, al fine di riconoscere, accompagnare e stimolare i punti di forza delle imprese di piccole, medie e grandi dimensioni e, in particolare, di promuovere l’organizzazione e la diffusione di ecosistemi imprenditoriali innovativi. Alcuni specifici interventi appaiono non rinviabili: • l’accelerazione del piano per la banda ultralarga, tenendo conto, ad esempio, che, ad oggi, nell’ambito dei distretti industriali, soltanto 375 comuni su 2105 dispongono di offerta di banda da 30 megabit al secondo. • promozione di una crescente ibridazione di manifattura e servizi, per via di innovazione tecnologica ed organizzativa, al fine dell’efficientamento e la crescita dimensionale e di rete del tessuto dell’impresa diffusa di territorio; • promozione delle energie rinnovabili, aumento dell’efficienza energetica ed economia circolare; riduzione dei costi energetici a carico del sistema produttivo; • rafforzamento dei compiti di supporto all’open innovation nell’ambito della missione di Cassa Depositi e Prestiti, del Fondo di garanzia per le PMI e di Invitalia, anche ottimizzando l’impegno delle risorse europee. Sul piano internazionale, è indubbio che l’accordo commerciale tra Italia e Canada (CETA) riduca le garanzie di rispetto dei rigidi regolamenti europei su OGM e glifosato, danneggiando i piccoli produttori locali, con profili di rischio per la sostenibilità ambientale dell’attività agricola. Il CETA non tutela le produzioni alimentari a indicazione geografica e favorisce le multinazionali. In assenza di sostanziali modifiche, noi proponiamo che il Partito Democratico si schieri al fianco di chi chiede di non ratificare l’accordo, e che il Governo promuova e rafforzi le filiere agroalimentari made in Italy. Le principali filiere agroalimentari – olio, grano, vino, pomodoro, latte – sono state oggetto di interventi legislativi che hanno visto impegnati i parlamentari PD e che premiano chi produce e trasforma avendo come obiettivo l’incremento del valore della materia prima e del prodotto lavorato, la semplificazione burocratica e la protezione della sicurezza alimentare a vantaggio del consumatore. Alimenti tracciati ed etichette chiare e trasparenti sono strumenti strategici nella lotta alla contraffazione alimentare e nell’attività di contrasto all’italian sounding che sottraggono annualmente 60 miliardi di euro al nostro sistema agroalimentare. E’ nostro compito accompagnare e sostenere gli investimenti sull’innovazione nel settore agroalimentare: ricerca e sviluppo, nuovi impianti, automazione, ICT e logistica. L’obiettivo è integrare le produzioni tradizionali con prodotti ad alto contenuto di servizio e con impatto positivo sulle diverse filiere agroalimentari. Equità, etica e redistribuzione, dunque, anche per una politica industriale a misura delle piccole e medie imprese che sono il grande motore produttivo del Paese. Una politica, cioè, che si propone di accompagnare e stimolare i processi di incremento di efficienza e di crescita dimensionale e di rete di queste imprese, facendo oggi perno, in particolare, sull’ innovazione tecnologica ed organizzativa: a partire dalle opportunità di “Industria 4.0” e dalla costruzione di piattaforme territoriali che facilitino accesso e finanziamento dell’innovazione. Per le piccole e le medie imprese servono strumenti per una effettiva riduzione dei costi della provvista energetica e dei servizi professionali, assicurativi e finanziari, così come un’ulteriore accelerazione degli effettivi tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni. L’Italia spende per il welfare meno e peggio degli altri paesi europei. Abbiamo un welfare iniquo perché parte della spesa va a beneficio di chi non ne avrebbe bisogno. E inefficace perché sono nettamente insuffi- cienti le risorse destinate a disoccupazione, esclusione sociale, politiche per la famiglia, non autosufficienza. Abbiamo molteplici punti di sofferenza, rappresentati da un sistema di ammortizzatori sociali disomogeneo, incapace di fornire una rete di protezione generalizzata dal rischio di disoccupazione, in particolare per i lavoratori delle piccole imprese e per i lavoratori precari, dal sostegno inadeguato alla genitorialità, sia mediante servizi all’infanzia sia attraverso trasferimenti monetari, con i conseguenti effetti negativi sul lavoro femminile, in particolare nel Mezzogiorno. Manca uno strumento universalistico di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale pur esistente in tutta Europa, le risorse dedicate alla non autosufficienza, in particolare sul fronte dei servizi sono inadeguate, è crescente la difficoltà di assicurare servizi omogenei, anche territorialmente, per garantire i diritti all’istruzione e alla salute. Questi limiti, noti da decenni, sono oggi accentuati e rischiano di incancrenirsi a causa della lunga stagione di recessione che abbiamo alle spalle e per via delle trasformazioni di un mercato del lavoro che si caratterizza sempre di più per la precarietà, l’incertezza e l’insicurezza dei rapporti di lavoro. Vi è chi ritiene che, nell’attuale contesto di crisi, il welfare – per il connesso carico sulle finanze pubbliche – sia di impaccio nel confronto competitivo tra Paesi e che quindi esso debba essere drasticamente ridimensionato. Si tratta di una tesi regressiva e antistorica. Gli istituti della cittadinanza sociale elevano la produttività di un Paese e di un territorio e rendono sostenibile la crescita. La qualità del welfare misura il progresso di una società e ne sostiene la crescita economica. È necessaria una riforma del welfare che metta al centro la persona come soggetto di diritti e di doveri, al fine di assicurare l’uguaglianza delle opportunità e promuovere le capacità, e dunque le libertà, dei cittadini, nella consapevolezza che vi è un nesso inscindibile tra diritti individuali, diritti del lavoro, diritti sociali. Occorre una riforma organica che vada nella direzione dell’universalismo e dell’equità: è necessario da un lato prevedere una forma universale di sostegno al reddito per chi è escluso dal mercato del lavoro e vive in condizioni di povertà assoluta e, dall’altro, rafforzare il sistema di protezione sociale per chi, anche se lavoratore, vive situazioni di disagio economico legate alla precarietà, alla genitorialità e alla non autosufficienza. Proponiamo alcune misure concrete: – per le fasce più deboli della popolazione, per coloro i quali restano esclusi dal mercato del lavoro, serve un intervento appositamente disegnato, che offra un reddito minimo a chi è in condizioni di grave disagio economico, condizionato alla partecipazione attiva a programmi di inclusione sociale, formativa e lavorativa. Occorre superare l’esperienza parziale del SIA e realizzare un sistema compiuto di sostegno al reddito realmente universalistico, sul modello del Reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà: uno strumento che preveda un trasferimento monetario legato al bisogno del beneficiario e un percorso di attivazione economica e sociale; che abbia una base familiare, ma con elementi che consentano una attenzione nei confronti dei singoli individui; una misura nazionale e universalistica, una misura strutturale e stabile nel tempo; – un potenziamento degli assegni famigliari e in particolare per le famiglie con figli, determinati anche in base alla capacità economica familiare, al fine di aiutarle a sostenere i costi di mantenimento ed istruzione dei figli e nell’offrire a questi ultimi una maggiore uguaglianza delle opportunità; – sviluppo della rete dei servizi per i cittadini, a cominciare dai consultori familiari, e da quelli per i bambini, in particolare sviluppando su tutto il territorio una rete di nidi per l’infanzia, e per gli anziani, anche attraverso l’assistenza domiciliare, al fine di migliorare la qualità di vita delle famiglie e promuovere la parità di genere. Per questi servizi occorre prevedere schemi di compartecipazione alla spesa che siano equi, e quindi differenziati in base ai mezzi economici dei beneficiari, e sostenibili, in un quadro di regolazione pubblica che garantisca qualità dei servizi e sostenibilità degli stessi nel lungo periodo; – rafforzamento dei programmi di edilizia sociale e sostegno alle famiglie povere nell’accesso ai mutui e nel pagamento dei canoni di affitto; L’accesso universale e il finanziamento pubblico del sistema sanitario sono una caratteristica qualificante del modello sociale Europeo. Pur nella ricerca dei guadagni di efficienza che migliorerebbero qualità e sostenibilità del sistema è innegabile che l’attuale sistema di riparto non tiene conto delle peculiarità sociali del Mezzogiorno di Italia, ovvero di un «indice di deprivazione», rappresentato dal peso della povertà nelle condizioni di salute della popolazione. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione. La scuola è la comunità inclusiva per eccellenza del sistema paese, quella che forse più di altri incarna i principi e i valori della Costituzione. La comunità che prima di altri sancisce per ogni cittadino l’idea della cittadinanza universalistica. Per questo è sempre stata un interlocutore essenziale del Partito Democratico fin dalle sue origini. Proporsi di costruire una riforma sulla scuola, senza coinvolgere la scuola, anzi scatenandola contro, è stato un errore tragico. Con la famigerata legge 107/2015 la cosiddetta “buona scuola” provvedimento bandiera del governo Renzi, si è sbagliato nei contenuti e nel merito. La riforma, ennesima, che voleva rappresentare una rivoluzione copernicana del sistema formativo nazionale, non solo ha finito per scontentare tutti ma ha creato la più lacerante contrapposizione d’interessi che la scuola italiana ricordi: docenti titolari di ambito contro docenti titolari di scuola, docenti di ruolo contro docenti precari, personale ATA contro personale docente, dirigenti scolastici contro tutti. Essa invece, avrebbe dovuto affrontare i grandi temi dell’innovazione dei programmi di studio, dei contenuti di apprendimento e delle metodologie didattiche per superare le ragioni divisive che ancora permangono per una mancata uguaglianza delle opportunità di partenza. Un vero disastro, a cui il Partito democratico deve porre rimedio subito, riaprendo con la scuola un percorso di confronto, di partecipazione e di condivisione. Ricomporre in unità la frattura tra nord e sud del paese deve rappresentare lo spirito riformatore di un sistema dell’istruzione. Noi pensiamo che il sistema scolastico debba tornare a rappresentare il volano di un’azione politica complessiva capace di rilanciare la sfida per unificare definitivamente, il Paese, integrando culturalmente tutte le differenze, attorno ai valori di cittadinanza rispettosi della Costituzione e in sintonia con i grandi temi che la società di oggi richiede. Dobbiamo innanzitutto abrogare gli snodi più critici della legge 107/2015 che hanno prodotto contrapposizioni che vanno rapidamente ricomposte e realizzare un ribaltamento dell’orizzonte politico e un metodo completamente diverso di affrontare i problemi della scuola italiana. Per cominciare, noi pensiamo che gli investimenti per la scuola debbano progressivamente raggiungere i parametri europei del 6% e che gli stipendi degli insegnanti italiani non possano continuare ad essere i più bassi di Europa. L’adeguamento salariale con il rinnovo del contratto del pubblico impiego – che manca da sei anni – deve porsi l’obiettivo di un inquadramento di duemila euro entro i primi anni di insegnamento. Altro punto fondamentale: la scuola a tempo pieno in tutto il Paese, un diritto che va esteso anche nel Mezzogiorno, così come gli asili nido che necessitano di un investimento significativo. Per troppi anni abbiamo garantito il sistema sulle spalle del precariato. Quella del precariato è una stagione che deve essere chiusa, attraverso un piano straordinario di assunzioni dei precari della scuola per la chiusura delle graduatorie ad esaurimento. Se è vero che senza una scuola più forte, l’Italia non riparte. E’ altrettanto vero che senza il Sud il Paese intero non riparte. Ed è questa la prima gigantesca sottovalutazione che va affrontata, riequilibrando le troppe disparità del sistema. Se pensiamo all’Università questo è ancora più evidente. Gli atenei meridionali, sono in grave difficoltà economica e con una popolazione studentesca dimezzata soprattutto per ragioni di reddito. Le università italiane e la ricerca devono essere il pilastro portante di un nuovo innovativo piano di sviluppo economico, in tutti i settori strategici. Fare ricerca è essenziale per cambiare la specializzazione produttiva italiana ed entrare nell’economia della conoscenza. Serve dunque investire di più in ricerca, recuperando il ritardo rispetto ai paesi più avanzati e passando progressivamente, ma rapidamente da una spesa dell’1,3% del Pil ad almeno il 3%. Tuttavia non basta aumentare il budget. Occorre anche mettere in campo meccanismi di assegnazione delle risorse che siano basati su criteri di equità e di produttività, tenendo insieme la valutazione dei risultati della ricerca e l’esigenza di tener conto dei diversi contesti territoriali. Se l’Unione Europea impegnasse i governi a tenere i loro finanziamenti alla ricerca sopra i livelli di sussistenza, con la stessa forza con la quale chiede di tenere in ordine i conti pubblici, sarebbe già un bel cambiamento. In Italia non c’è una legge nazionale sul diritto allo studio. Nel provvedimento sulla buona scuola il governo aveva promesso agli studenti, che sarebbe stata emanata, ma i decreti attuativi hanno tradito questa promessa. Il nuovo fondo nazionale sul diritto allo studio vale più o meno sei euro a studente. Una miseria. Di più: l’assenza di una previsione chiara dei LEP su tutto il livello nazionale continuerà ad alimentare una frammentazione geografica del welfare studentesco, con Regioni più ricche e più povere. Dobbiamo rimediare a questa mancanza. Il patrimonio paesaggistico e naturalistico di cui dispone l’Italia è riconosciuto come una componente fondamentale del benessere dei cittadini. La sostenibilità ambientale, la difesa del mare e del suolo per valorizzare le energie pulite, l’uso corretto delle risorse idriche, rilanciando la lotta all’abusivismo, devono guidare le nostre scelte politiche. Occorre consumare meno territorio e meno energia per ottenere risultati migliori, senza abbassare il livello delle garanzie sociali ed ambientali. Siamo di fronte ad una sfida epocale che riguarda la sopravvivenza del pianeta, e che chiama ad una forte responsabilità tutti i governi verso un cambiamento radicale dell’idea di sviluppo, un cambio di paradigma alla base di politiche economiche etiche e sostenibili. La protezione dell’ambiente rappresenta una chiave determinante e lungimirante per le scelte del sistema Paese ed anche dei singoli cittadini, non a caso i costituenti hanno voluto tutelare il nostro paesaggio come elemento su cui si fonda la nostra identità, la nostra memoria, e la stessa coesione nazionale. Ciò rende indispensabile un forte rilancio di politiche economiche innovative, non più contrapposte alla salute e all’ambiente, ma che coniughino il lavoro e l’impresa con il rispetto della vita umana e della natura. Dai territori, dal nord al sud del Paese, emerge la richiesta di una democrazia non formale, su scelte strategiche per il presente ed il futuro delle comunità. La logica di perenne eccezione ed emergenza, con cui si affrontano scelte impegnative in maniera ambientale ed energetica attiene anche al rapporto fra i diversi livelli territoriali delle istituzioni e le comunità. Il principio di supremazia, che accentra sul potere centrale ogni decisione, estromettendo i livelli di governo più prossimi alle comunità locali, come le Regioni, è un principio che mina la coesione sociale e nazionale. I principi costituzionali tesi a salvaguardare l’equilibrio fra poteri e la partecipazione dei territori interessati, per fortuna non sono stati modificati dal popolo italiano con il Referendum del 4 dicembre 2016, che stravolgeva l’art. 117 concentrando nelle esclusive “man” del governo le autorizzazioni su porti, infrastrutture, energia, inceneritori eliminando qualsiasi possibilità di partecipazione delle comunità e dei governi locali nelle decisioni. Con la previsione della clausola di supremazia, lo Stato centrale avrebbe potuto decidere avocando a sé le decisioni anche su tutte le rimanenti competenze regionali qualora l’interesse economico e nazionale lo richiedesse. Un vero e proprio commissariamento dei territori che già in virtù dello “sbocca Italia”, possono subire progetti ad alto impatto ambientale. Ricordiamo, che la Consulta ha dichiarato incostituzionali parti rilevanti del decreto “sblocca Italia” per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, e che molte Regioni hanno contestato duramente questa impostazione, costringendo il governo Renzi a ritirare alcune norme relative alle trivellazioni petrolifere entro le 12 miglia ed alla durata delle concessioni. Scelte peraltro mai discusse con le Regioni interessate, tanto da costringere i consigli regionali di 5 Regioni, (fatto mai accaduto nella storia della Repubblica), ad indire un referendum contro le trivelle in mare che non ha raggiunto il quorum, ma ha trovato l’assenso di ben 13 milioni di cittadini italiani. Siamo contrari alle trivellazioni nel mare italiano e siamo convinti che non sia questa la strada per produrre economica, occupazione, benessere per i territori, e che non sia questo il modello energetico da perseguire. Occorre un Piano Energetico nazionale che a partire da uno studio puntuale e reale dei fabbisogni energetici, delle risorse disponibili e dell’approvvigionamento necessario, persegui il ricorso a fonti alternative e rinnovabili. Non si fa ripartire l’Italia piegando l’ambiente e la sua tutela agli interessi di qualche multinazionale del petrolio. La conferenza mondiale sul clima di Parigi, e l’ultima COP22 di Marrakech, la conferenza mondiale organizzata dall’ONU lo scorso dicembre, si sono poste come obiettivo la riduzione delle emissioni nocive in aria, in ottemperanza agli accordi di Kyoto. A Parigi 196 nazioni si sono ritrovate per la prima volta unite contro il riscaldamento globale, dovuto alle emissioni di gas serra da parte dell’uomo, con la decisione di mantenere il riscaldamento entro 2 gradi dai livelli preindustriali, se possibile entro 1,5 gradi, attraverso un impegno comune formale verso una forte e costante riduzione delle emissioni di CO2 nell’aria, in particolare derivanti dalle fonti fossili. All’interno di questi obiettivi, il percorso di decarbonizzazione intrapreso da molti Paesi europei, deve diventare un obiettivo strategico delle politiche ambientali ed industriali, con la sperimentazione di una esperienza pilota come quella che si potrebbe realizzare nel più grande impianto d’Europa di produzione di acciaio alimentata a gas, l’Ilva di Taranto. Una proposta concreta, sostenibile attraverso l’utilizzo di gas naturale e nuove tecnologie che consentirebbero di minimizzare le emissioni nocive. Si può aprire complessivamente una nuova stagione che vedrebbe l’Italia leader delle nazioni civili che attuano questi processi. La modernizzazione di cui l’Italia ha bisogno è rappresentata dalla grande sfida legata alla conversione di modelli produttivi inquinanti, dal recupero del territorio, dall’investimento in energie pulite e rinnovabili, dal riciclo e dal riuso, dalla manutenzione e messa in sicurezza del territorio italiano. Serve un Piano nazionale delle Aree Interne e del dissesto idrogeologico, per ricucire e mettere in sicurezza i territori, specie nelle zone sismiche del Paese, per contrastare il pericoloso processo di abbandono di intere aree montane, che si priverebbero delle loro risorse turistiche e abitative, oltre che della necessaria manutenzione dell’uomo. Una “visione”, una strategia profondamente diverse da quelle intraprese finora. Un grande, autentico “Piano delle Grandi Opere”, che metta in sicurezza e a norma, sismica ed energetica, il grande patrimonio pubblico (scuole, ospedali, strutture dello Stato), connesso ad una “Legge sulla Bellezza”, che operi sullo smantellamento degli abusi, il recupero e la rinascita delle Periferie e dei centri storici, dei luoghi sfregiati dalla speculazione edilizia, sulla pulizia del mare e delle coste, la bonifica dei siti inquinati. Coniugando la tutela del Paesaggio, patrimonio unico ed indissolubile, a quella dei Beni Comuni, da lasciare intatti alle prossime generazioni, verso una piena Sostenibilità. Tutto questo attiene alla necessità di introdurre processi di partecipazione che coinvolgano i territori e le comunità locali, nelle scelte di grande impatto ambientale, urbanistico, paesaggistico come quelle derivanti dalla realizzazione di grandi opere. Per questo proponiamo che venga istituito al più presto attraverso una normativa nazionale che lo regolamenti, il dibattito pubblico obbligatorio per le grandi opere, come hanno già fatto alcune regioni italiane. Tutti questi progetti funzionano infatti solo se c’è il coinvolgimento dei cittadini, se essi sono convinti della necessità e del valore di precise scelte politiche. E quindi sono importanti tutti gli strumenti di coinvolgimento, dai Bilanci sociali partecipativi, alle progettazioni partecipata, con percorsi tracciati, strutturati e codificati, con modalità tecnico-scientifiche, ma con fini istituzionali. E’ necessario introdurre obbligatoriamente una analisi Bes sulle grandi opere, (l’indicatore di benessere equo sostenibile), affiancando alla costruzione delle opere, partendo dall’origine, anche un monitoraggio specifico che permetta di individuare i risultati conseguiti, il loro impatto sul territorio e se e come sono stati percepiti dalla popolazione locale. Un futuro sostenibile passa anche attraverso una corretta gestione del ciclo della “risorsa rifiuto”, con adeguati sistemi di raccolta, gestione e impiantistica, uniformi su tutte le regioni attraverso una programmazione complessiva, con la redazione di un Piano nazionale dei Rifiuti, in linea con le direttive europee anche sull’economia circolare. Trasparenza, legalità, regole chiare e definite, a tutela dell’interesse collettivo e non delle lobby vanno affermate con nuovi dispositivi legislativi che sanciscano la netta distinzione fra il ruolo del politico e quello del lobbista. Serve una legge nazionale sul lobbyng, come già avviene in moltissimi Paesi, compreso il Parlamento europeo. Il Mezzogiorno è una grande opportunità per il rilancio economico di tutto il Paese. L’Italia può ripartire solo se riparte il Mezzogiorno. Risolvere i problemi del Mezzogiorno, significa risolvere i problemi del Paese. Il Mezzogiorno è la metafora dell’Italia. È il territorio con la più alta concentrazione di siti tutelati dall’Unesco, ci sono imprese resilienti durante la crisi che sono diventate punte di eccellenza nel manifatturiero come in altri settori, ci sono le start up e una nuova imprenditorialità adottata dalle piccole e medie imprese che ne utilizzano la spinta di innovazione tecnologica, c’è una straordinaria ricchezza di capitale umano. C’è un patrimonio immenso, su cui investire al meglio. E tuttavia, in questi anni di recessione il Mezzogiorno si è allontanato ulteriormente dal resto del paese. La mancanza di occupazione per i giovani rappresenta l’emergenza principale con cui il paese deve confrontarsi. Il piano per l’occupazione proposto altrove in questa mozione è innanzitutto indirizzato ad affrontare questo tema. Occorre in primo luogo rilanciare gli investimenti pubblici finalizzati allo sviluppo, anche per evitare il dilagare di processi degenerativi, che alimentano destabilizzazione e illegalità diffusa, e generano migrazioni selettive estremamente pericolose per le prospettive di lungo periodo. Questo sforzo deve essere sostenuto attraverso politiche industriali innovative che puntino su una economia sostenibile non più contrapposta alla salute, ai diritti e all’ambiente. La riduzione della spesa per investimenti, registrata in tutto il paese negli ultimi anni, nel Mezzogiorno è stata più intensa. Occorre un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, che sappia coordinare al meglio l’utilizzo dei fondi strutturali europei e l’utilizzo delle risorse nazionali. I miglioramenti registrati nella capacità d’impegno dei fondi europei di coesione sollecitano comunque ulteriori e rapidi avanzamenti nella selezione strategica degli obiettivi qualificanti e nel coordinamento dei correlati progetti operativi, oltre che nella relazione operativa tra Agenzia per la coesione territoriale ed amministrazioni territoriali. Così, ad esempio, è vero che, nel 2015, si è registrato, un apprezzabile incremento degli investimenti pubblici collegato alla chiusura del ciclo di programmazione 2007-2013 dei fondi strutturali europei. Ma – come ha osservato la SVIMEZ – “la spesa europea ha continuato tuttavia ad avere forti caratteri di sostitutività, anche per il ricorso ai progetti ‘retrospettivi’ ai fini di una rendicontazione tutta tesa all’obiettivo del pieno assorbimento delle risorse comunitarie”. Sarà dunque bene – anche rispetto all’esperienza del Masterplan per il Mezzogiorno e dei Patti per il Sud – completare la programmazione del Fondo di sviluppo e coesione per il 2014-2020 (circa 17 miliardi di euro per l’area), integrare i contenuti operativi dei Patti medesimi con linee di intervento nelle politiche ordinarie delle pubbliche amministrazioni, che tengano conto degli impatti territoriali. La sfida, per attivare una dinamica di convergenza nel Mezzogiorno, accanto a una politica generale nazionale ed europea che la favorisca e che fin qui è mancata, resta quella dell’addizionalità. Ma non ci si può limitare alle politiche industriali e in infrastrutture. Al Sud, dove il divario rispetto al resto dell’Italia è cresciuto in questi anni di crisi, l’aumento del disagio, della povertà, della disoccupazione e dello sfruttamento del lavoro, ha indebolito il sistema dei diritti e la coesione sociale. Il nostro obiettivo deve essere quello di costruire un patto sociale tra istituzioni, imprese, territorio e persone, nel rispetto delle regole, nel rispetto di una economia etica e sostenibile. Un sistema di formazione corrispondente alle reali esigenze del lavoro, l’ammodernamento del sistema di infrastrutture materiali e immateriali, politiche sociali e socio – sanitarie attente ai bisogni delle famiglie, degli anziani e della non autosufficienza. I centri di ricerca e le università, in aggiunta ai compiti istituzionali, possono esprimere con maggior efficacia accanto alla capacità creativa, anche la dimensione economica e sociale del sapere, del saper fare e del saper far fare, favorendo la nascita di economie da indotto, dai circuiti culturali a quelli dei servizi, fino al lancio e incubazione di start up. Gli atenei e i centri di ricerca del Sud sono fornaci di idee, dobbiamo diventare attrattivi per le grandi aziende tecnologiche. La condizione politica primaria è nota ed investe direttamente anche il ruolo del Partito Democratico nel Mezzogiorno d’Italia: concluso il tempo storico dei tentativi di modernizzazione passiva, anzitutto per il vincolo del debito pubblico, la ripresa di processi di robusta e stabile convergenza non può far leva che su una modernizzazione attiva sorretta da istituzioni inclusive, che promuovano la partecipazione sociale e capaci di irrobustire capitale umano e capitale sociale. Appare di tutta evidenza che ogni attenzione ritrovata sul Mezzogiorno è propedeutica alla crescita complessiva del Paese. Senza un Sud che possa recuperare il suo gap di Sviluppo nei confronti del resto dell’Italia, l’intero Paese non potrà crescere. A tal proposito pensiamo che con il Mezzogiorno d’Italia vada utilizzata la medesima cura che Helmut Kohl adottò nei confronti della ex Repubblica Democratica Tedesca dopo la caduta del Muro allorquando comprese la grande opportunità per l’intera Germania derivante dal dar vita ad un piano di investimenti straordinario per il riammodernamento di quella parte del paese. Parlare di Mezzogiorno è anche un modo per fare l’interesse dell’economia del Nord che in questi anni ha tenuto solo per le esportazioni, visti i limiti derivanti dalla impossibilità ad una crescita dei consumi delle altre aree del Paese. Per il Mezzogiorno d’Italia pensiamo che la prima precondizione al raggiungimento di questi obiettivi sarà data dal ritrovato protagonismo dello Stato nella sua presenza sul territorio caratterizzato dal rafforzamento di tutte le istituzioni, a partire da quelle del comparto sicurezza. Il Sud, in tante sue porzioni di territorio, va liberato dalla presenza della zavorra delle Mafie non solo attraverso il contrasto operato dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura, ma anche e soprattutto attraverso un lavoro capillare di antimafia sociale per la riaffermazione di una cultura della legalità diffusa. Questo può essere l’unico antidoto per incoraggiare anche gli investitori privati a scommettere sul Sud e la società politica a sottrarsi dal rischio di diventare preda di spregiudicati criminali pronti ad infiltrarsi per condizionare la vita culturale, economiche e sociali delle nostre comunità. Non è proprio nel Mezzogiorno, che un modello di sviluppo spesso predatore, è finito col desertificare (di capitale sociale e umano) interi territori? Non è proprio il Mezzogiorno, a soffrire di un fenomeno di migrazione giovanile da record europeo? Un modello di sviluppo che non ha avuto cura del territorio, della bellezza, dell’ambiente e della salute, e che spesso si è intrecciato con un sistema di criminalità organizzata, come la storia della “Terra dei Fuochi” ci insegna. E’ da queste “periferie dimenticate” però che continua ad alzarsi un vento di indignazione, perché verità, giustizia e dignità emergano con la forza dello Stato, radicando speranza e futuro, affinché il forte impegno civile, che attraversa tanti settori della società diventi veramente testimone di un cambiamento. Ne conosciamo molti protagonisti, uomini e donne servitori dello Stato, del volontariato laico e cattolico, del mondo del sindacato e del lavoro, del giornalismo. Qui lo Stato è chiamato ad esserci ogni giorno, facendosi carico delle bonifiche necessarie dei territori inquinati, dove le persone continuano ad ammalarsi, non limitandosi alle sole promesse, garantendo lavoro e salute come diritti costituzionali inalienabili, dunque con un deciso intervento pubblico per rilanciare l’occupazione, redditi, consumi, contrastando la povertà con strumenti efficaci e risorse adeguate. Abbiamo bisogno di investire su nuove forme di economia che partano dalla bellezza del patrimonio paesaggistico e ambientale, storico e artistico, dalla ricchezza delle tradizioni, dalla capacità di utilizzare la terra in modo innovativo, dall’utilizzo intelligente e innovativo delle nuove tecnologie e della ricerca, dalla valorizzazione delle istituzioni universitarie di antichissima e illustre tradizione, dalle città che sono state crocevia, nella storia, di popoli e culture antichissime. Abbiamo bisogno di investire in settori strategici e in infrastrutture altrettanto strategiche per un modello di economia rispettoso dell’ambiente e della salute, che preservi, valorizzi, tuteli per far conoscere al mondo, attraverso nuovi hub aperti al turismo internazionale. Per realizzare questi obiettivi serve una forte collaborazione istituzionale, fra Stato Regioni e Città metropolitane del sud, in grado di disegnare e progettare per i prossimi 20 anni, superando divari, disuguaglianze, ingiustizie sociali ancora troppo forti. Il PD deve attuare una proposta politica di coesione o di coordinamento tra le regioni del Sud. Il motto più bello della scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani era: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Abbiamo troppo spesso affrontato la questione dell’immigrazione con eccessiva ideologia, in un dibattito pubblico nazionale contaminato da fomentatori di paure ingiustificate, razzismi e strumentalizzazione di problemi fisiologici legati alle difficoltà di costruire convivenza tra persone di culture diverse fra loro. Proponiamo un approccio pragmatico alla questione dell’immigrazione. Piaccia o non piaccia oggi la popolazione di origine straniera rappresenta una risorsa fondamentale e imprescindibile per il tessuto sociale, culturale ed economico italiano. Cinque milioni di cittadini di origine straniera, divenuti ormai parte integrante di una società italiana sempre più multiculturale e multireligiosa. Una presenza formata non solo da lavoratori, ma da una componente sempre maggiore di imprenditori che contribuiscono alla crescita economica del Paese e alla promozione del made in Italy in relazione ai Paesi di origine. Una presenza di origine straniera sempre più radicata nelle nostre città a tal punto da promuovere la crescita di una nuova generazione di “nuovi italiani”. Le seconde e terze generazioni di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia sono oltre 800mila, l’80% dei bimbi di origine straniera iscritti nelle scuole dell’infanzia sono nati in Italia. Chi nasce o cresce in Italia è italiano Crediamo sia fondamentale mantenere il nostro impegno preso con gli elettori del centrosinistra e con i promotori della Campagna “L’Italia sono anch’io” con l’approvazione in tempi rapida della riforma della legge sulla cittadinanza “Ius Soli temperato”. Chi nasce o cresce in Italia non può continuare ad essere considerato straniero nella città e nel Paese di cui si sente di fatto legato. Siamo di fronte ad una generazione di italiani di fatto ma ancora stranieri per una legge ormai superata dalla quotidianità nelle nostre scuole, negli oratori e nelle polisportive delle nostre città. Dobbiamo riconoscere il diritto di cittadinanza a questa nuova generazione di italiani, il diritto anche dell’Italia di potersi rappresentare ancora più forte grazie all’apporto di nuove energie permeate da culture, lingue e sogni che possono solo fare bene al futuro dell’Italia. Riconoscere il diritto di cittadinanza italiana a chi culturalmente si sente pienamente italiano significa anche eliminare terreno potenzialmente fertile per chi cerca di incunearsi nelle fasce di disagio dei giovani che vivono un conflitto d’identità alimentando ipotesi di radicalizzazione ed estremismi potenzialmente pericolosi per la coesione sociale per i prossimi anni. Legalità e integrazione. Un nuovo patto di cittadinanza Non possiamo né dobbiamo sottovalutare il sentimento di preoccupazione e paura diffuse nella società rispetto ai temi dell’immigrazione e dell’accoglienza dei richiedenti asilo in particolare. L’Italia è certamente il Paese che ha dimostrato uno straordinario livello di umanità e solidarietà salvando decine di migliaia di vite nel Mediterraneo con grande generosità e umanità. Contemporaneamente il governo centrale non è riuscito a promuovere un sistema nazionale di integrazione ed un modello nazionale di integrazione dei migranti nelle comunità locali. Troppo spesso gli amministratori locali sono stati abbandonati a se stessi e supportati solo da realtà del mondo del volontariato e della Chiesa. Dobbiamo affermare con chiarezza che la parola Legalità deve camminare insieme alla parola Integrazione. Dobbiamo investire con idee e risorse su un Piano nazionale di integrazione da sviluppare con il rilancio di un Ministero dedito alle politiche di integrazione come avviene in diversi Paesi europei. Diritti e doveri sono il perno di un Patto di cittadinanza con chi ha scelto per mille ragioni di vivere in Italia. Diritti e doveri sono la migliore risposta a chi ci accusa di superficiale buonismo, il nostro approccio deve essere il rispetto della persona che abbiamo davanti di qualsiasi cultura o provenienza essa sia. Quindi nessun approccio preferenziale, ma un percorso di inclusione attraverso il lavoro in un patto di rispetto delle regole per una positiva convivenza. Immigrazione e cooperazione allo sviluppo Le nuove frontiere della sfida globale delle migrazioni economica o umanitaria sono rappresentate dalla promozione di una virtuosa strategia di cooperazione allo sviluppo nei Paesi che vivono una grande emigrazione. Nessun muro e filo spinato fermerà una donna o un uomo in cerca di futuro per sé e per la propria fami glia. Prevenire l’immigrazione irregolare e le morti nel Mediterraneo significa innanzitutto costruire cooperazione con pari dignità con i Paesi med-africani, favorendo uno sviluppo sostenibile che garantisca maggiori opportunità di occupazione per i giovani in quei Paesi. Dobbiamo promuovere un Piano virtuoso valorizzando il ruolo delle diaspore che vivono in Italia quali possibili ambasciatori delle medie imprese italiane nei loro Paesi d’origine. La nuova Legge sulla Cooperazione offre oggi strumenti importanti da valorizzare con trasparenza e chiarezza negli obiettivi con i nostri partner nell’area mediterranea e africana, anche grazie ad un coordinamento purtroppo assente dell’Unione Europea. In Italia sono ancora molti i passi da compiere sul cammino dei diritti civili. Occorre mettere subito come Partito democratico al centro dell’agenda di Governo un pacchetto di provvedimenti che va dallo ius soli, al testamento biologico, ad una legge contro l’omofobia e la transfobia, ad una legge che introduca il reato di tortura. Nella parole inclusione, giustizia e dignità c’è una visione del mondo. Delle relazioni, dei diritti fondamentali della persona. Viviamo un presente schiavo della paura. Madre e il padre di tutte le paure che percorrono il nostro presente è il declino di un modello sociale che non produce più la forza irradiante della protezione collettiva contro le disgrazie individuali. Ci sentiamo tutti esposti ai colpi del destino, per dirla con Bauman. “Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio”. Noi sosteniamo il riconoscimento dell’accesso degli immigrati regolari a tutti i servizi e prestazioni del sistema di welfare, al fine della loro piena integrazione sociale. In questo contesto forme e manifestazioni di razzismo si diffondono e si consolidano. La costruzione di un’Europa sociale ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche internazionali è l’unica speranza ed argine al vento dei populismi e delle destre. Una svolta epocale è necessaria: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, dove i governi vengano eletti democraticamente dal popolo, dove sia possibile una politica comune e un coordinamento strutturato in materia di sicurezza, di lotta al terrorismo e di contrasto alla corruzione ed alle mafie. Cultura, tutela, patrimonio storico, contribuiscono al progresso della nostra società, alla cittadinanza, alla libertà di pensiero e di insegnamento. La nostra lungimirante Costituzione conferisce a tutto questo un valore primario. I principi della Carta infatti, configurano un diritto alla cultura universale, caso rarissimo nel confronto con altre Costituzioni del mondo. La cultura è parte dello stesso orizzonte di valori che include il diritto al lavoro, la democrazia, e quindi essa è una priorità del bene comune. Un lievito dunque, senza il quale tutti i diritti perderebbero quell’orizzonte di cittadinanza capace di progettare il futuro. Dunque, il primo impegno, è quello di contrastare il degrado della cultura, la sua marginalizzazione, investendo in essa. Le politiche culturali alludono ad una esperienza da formare, ad un pubblico da rendere partecipe, ad un diritto di accesso universale. Occorre passare dalla logica dei bonus, che riconducono ad una mera visione di giovane consumatore, a quella dei diritti. Il contributo una tantum di 500 euro ai neo diciottenni per i consumi culturali, che è costato 290 milioni di euro è stato un flop, perché questa misura è totalmente inadatta ad affrontare il problema dell’accesso e del sostegno alla cultura nel nostro Paese. L’investimento deve essere indirizzato verso misure strutturali e stabili, a cominciare dal finanziamento dei Livelli essenziali delle prestazioni culturali e della gratuità di ingresso ai musei, ai monumenti, alle aree archeologiche. A partire da chi studia. Nel resto d’Europa l’accesso gratuito o semi gratuito alla cultura per i soggetti in formazione rientra infatti fra le misure di reddito indiretto, proprie di un welfare di cittadinanza. Non bonus cultura, ma sostegno alla cultura nei suoi asset strategici, pensiamo alle produzioni creative, soprattutto giovanili, lavorando in stretta connessione con le politiche giovanili e le politiche economiche e fiscali. Pensiamo al grande patrimonio di beni culturali del nostro Paese, che ha bisogno di essere largamente tutelato e valorizzato, non soltanto in senso pubblicitario per le grandi mete turistiche, ma puntando su un sistema diffuso di tutela, di promozione e di scoperta del territorio e del suo genius loci. Le politiche pubbliche in materia di cultura e turismo vanno ripensate e aggiornate, per dare all’Italia uno spazio competitivo, attraverso l’offerta di prodotti e servizi culturali che creino un milieux, un contesto in cui apprendere e soprattutto creare nuove forme di produzione cognitiva, creativa, culturale che si genera dal basso. Perché la cultura si produce, la cultura è lavoro, è impresa, e dunque abbiamo bisogno di politiche pubbliche che alla conservazione dei beni culturali, investa sulla creatività, che possa favorire attraverso procedure trasparenti come i bandi pubblici, la creazione di imprese giovanili nel settore culturali. Nel nostro Paese molte piccole imprese lavorano al fianco delle Istituzioni culturali, anche molti artigiani eccellenti lavorano ogni giorno per produrre oggetti, costumi, calzature che vanno a impreziosire la messa in scena di un’Opera o la produzione di un film. Questa è la “fabbrica della Cultura” e dobbiamo sostenere questo settore produttivo oltre che lavorativo. La crisi ci richiama alla necessità di attrarre certamente risorse private per la Cultura, attraverso l’implementazione di politiche di defiscalizzazione già in atto ma non sufficienti, ma non può deresponsabilizzare nessuno: l’investimento deve essere prevalentemente pubblico perché ciò rappresenta una garanzia di autonomia e di accesso alla Cultura per tutti. Allo stesso modo il Ministero del turismo va veramente indirizzato dentro un quadro più ampio del ministero dell’economia e sviluppo: si tratta secondo i dati dell’OMT (Organizzazione mondiale del turismo, 2016) della più grande industria del mondo per fatturato, seconda solo all’industria criminale delle armi. Il turismo dunque non può essere assimilato esclusivamente alla cultura, pur essendo consapevoli della enorme portata, soprattutto in Italia, del legame che esiste tra esperienza turistica desiderata e la cultura Italiana. Il turismo è una industria reticolare, molto post-moderna, affetta da aporie tipiche del contemporaneo, come ad esempio la concorrenza tecnologica di grandi player. Occorre ripensare ancora una volta una politica pubblica di promozione turistica, comprendendo che l’errore della riforma costituzionale, risiedeva anche nel tentativo di accentrare la promozione a livello nazionale con un approccio top-down ormai superato dalla storia. La riforma confusa dell’Enit si sarebbe sommata ad un accentramento di funzioni che non corrisponde più al mercato turistico sempre più competitivo, in cui la dimensione territoriale, urbana, regionale, esperienziale conta sempre di più. Un forte impegno per la tutela dei beni culturali I beni paesaggistici e culturali, sono “il volto amato della patria”. L’impegno per la loro tutela dei beni paesaggistici, artistici e culturali nazionali e la piena attuazione dell’art.9 della Costituzione, è centrale. Sebbene i beni culturali accrescano le occasioni di sviluppo economico, incrementino il turismo e promuovano l’immagine dell’Italia all’estero, bisogna sempre tenere a mente che il patrimonio culturale ha come fine i valori, ovvero la memoria, la bellezza, l’identità e anche la felicità dei cittadini. Non sembra però questo così chiaro nel ”Decreto Cultura” del 2014, poi convertito in legge che punta tutto il futuro culturale nazionale sulla valorizzazione di 20 grandi musei nazionali dotati di autonomia tecnico-scientifica nonché finanziaria e di una rete di 17 grandi Poli regionali “non dotati di autonomia” la cui eccellenza verrà misurata sulla loro capacità di potenziare gli impatti sull’economia e sull’occupazione dei territori. Vengono così trascurati o emarginati dal centro del sistema sia i musei “minori”, sia quel patrimonio culturale diffuso in ogni piccolo borgo del nostro Paese che avrebbe bisogno non di eventi straordinari o di spettacoli, ma di manutenzione, riparazione, investimenti, catalogazione, divulgazione educativa. All’interno dei Beni Culturali infatti, includiamo anche gli Archivi di Stato e le Biblioteche, che ormai soffrono sempre di più i tagli di personale e di finanziamenti, e fanno sempre più fatica a garantire i servizi. Tanti sono i Comuni che stanno scegliendo di chiudere le biblioteche e i punti di lettura, tanti sono gli archivi che non inventariano più i loro fondi, che non li mantengono più e molto materiale rischia di andare perso per un’incuria dovuta alla mancanza di fondi. Il paesaggio. E’ questo, diceva Cederna, il primo vero bene culturale nazionale, un bene per tutti, bene comune popolare e diffuso. Lo sapevano i Padri Costituenti che nella Commissione che si occupò della formulazione dell’art.9 (Concetto Marchesi, Emilio Lussu, Tristano Codignola, Palmiro Togliatti) vollero aggiungere al paesaggio “bello“ e di “veduta“ dell’impostazione liberale e fascista, il “paesaggio minore” e il paesaggio agrario, in cui c’era, oltre che la difesa dei valori artistici e culturali come fattori civili e identitari, il recupero della storia e del lavoro delle “genti vive” : un riconoscimento di valore e di riscatto fatto dunque al popolo sovrano, soprattutto al popolo contadino e artigiano meridionale, alla sua fatica, al suo ingegno, a quel genio popolare diffuso che grazie al lavoro aveva costruito bellezza, ovvero non solo chiese e quadri, ma masserie, terrazzamenti, muretti a secco, jazzi, trulli, cripte rupestri, città inviscerate nelle grotte, veri e propri modelli, come ha dichiarato l’UNESCO rendendo Matera un bene comune dell’umanità, di cooperazione, equilibrio con la Natura, conversazione con la fauna e la flora, razionalizzazione delle risorse anche in condizioni di scarsità. La tutela di questo paesaggio “minore”, impone anche la tutela di un modello di sviluppo equo che mai è stato realizzato: un modello non devastante, ecologico, che non trasformi l’agricoltura in un’impresa distruttiva e industriale ma che la mantenga nell’equilibrio fra un lavoro economico e un’arte di custodia, riparazione, manutenzione, trasformazione estetica del territorio. Solo così i beni culturali e il paesaggio possono realizzare il più alto compito della nuova Nazione, etico ed educativo, di includere tutti, veramente tutti, i suoi cittadini; e solo così potevano realizzare quello che viene sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il diritto di “godere della bellezza e delle arti”. Anche dopo la lunga recessione iniziata nel 2008 il risparmio delle famiglie è rimasto un pilastro importante della nostra architettura economico-finanziaria. Ma è innegabile quello che sta accadendo ai risparmiatori e correntisti d’Italia in questi anni, dopo la vicenda di Banca Etruria, Carife, Carichieti, BancaMarche nell’anno 2015 e in ultimo con la crisi del Monte Dei Paschi di Siena dove lo Stato è dovuto intervenire stanziando un fondo da 20 miliardi con il decreto Salvarisparmio. Pensiamo che sulla crisi di una parte del sistema bancario italiano, in questi anni si sia intervenuti con ritardo e male. Per anni il sistema bancario non ha visto riforme. I risparmi dei cittadini si sono sommati ad investimenti finanziari sbagliati, la crisi degli istituti bancari è stata di fatto pagata dai lavoratori, dai risparmiatori, dai cittadini tutti. E in più non si comprende chi siano i veri responsabili. Chiedere solo oggi una commissione di inchiesta è quanto meno tardivo. L’errore più netto è stato non capire che era necessario intervenire per tempo, in parte con risorse pubbliche, in parte con le banche italiane e straniere in un fondo con le stesse funzioni di Atlante. Si capiva già dal 2014 infatti, che il mercato non avrebbe garantito nuovi aumenti di capitale per le banche venete, per le banche regionali e per lo smaltimento di sofferenze a rischio. Se avessimo fatto nascere un Atlante pubblico privato di venti miliardi nel 2014 avremmo messo in sicurezza il sistema. Sarebbe stato necessario il ristoro integrale delle obbligazioni subordinate prima che scattasse il bail in per tutti i casi in cui operatori non qualificati si fossero trovati in possesso di quei titoli. Non si è fatto, salvo poi presentare ben tre decreti per provare a indennizzare quei risparmiatori traditi. Lo slogan, meno banchieri e più credito, che ha accompagnato la riforma delle popolari, è svanito alla prova dei fatti e di certo non è aumentato il credito alle imprese. Ci sono centinaia di migliaia di risparmiatori e di imprese territoriali che rischiano di vedere i loro risparmi trasformarsi in risorse utilizzate per intercettare nuovi investitori al solo fine di coprire le perdite di banche oggetto in questi anni di acquisizioni sbagliate. Ad oggi, se le banche devono prestare soldi alle grandi multinazionali o investono in obbligazioni o Titoli di Stato vengono premiate; viceversa, se devono prestarli alle piccole e medie imprese sono spesso ‘corte di capitale’ e, alla fine, evitano di farlo perché penalizzate da regole che la politica avrebbe il dovere e l’autorevolezza di cambiarle. Se non si mette in discussione questo modello si continuerà a ignorare la vera causa delle difficoltà di sostenere il credito alle imprese. La Costituzione sul risparmio non lascia spazio ad alcuna interpretazione creativa. L’art. 47 parla chiaro, il risparmio va tutelato in tutte le sue forme. Il PD deve stare dalla parte dei risparmiatori e delle imprese sane che creano lavoro, non da quella dei banchieri. Sarebbe opportuno aprire un dossier degli ultimi vent’anni e forse ci aiuterà la commissione d’inchiesta parlamentare. Ma quello che possiamo già dire oggi è che l’epilogo della vicenda MPS non è stato caratterizzato da trasparenza. L’unica certezza è che alla fine di questa storia i 20 miliardi necessari a tenere in sicurezza il sistema li hanno messi gli italiani facendo maggior debito con l’intervento inevitabile e necessario fatto dal Governo Gentiloni. I problemi delle banche italiane si possono identificare in questo momento in tre aree: qualità del credito, modello commerciale, qualità della governance, quest’ultima è tra le ultime in Europa. I consigli di amministrazione delle nostre banche sono troppo numerosi rispetto alla media europea. Questo riflette l’annosa frammentazione del sistema bancario in tanti rivoli di banche locali che andrebbero riorganizzate in funzione dei settori che coprono e non della mera copertura geografica per essere mantenute sotto il controllo politico di enti e partiti locali. Il Fondo Atlante è stata una buona intuizione, chiamata di mercato, ma con un’evidente regia dello Stato. Sarebbe stato più opportuno far aumentare la quota della Cassa Depositi e Prestiti e chiedere alle banche di mettere la restate parte del denaro. Le banche internazionali invece che intermediano il debito pubblico italiano, come Jp Morgan, Ubs, Goldman, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Black Rock e tante altre hanno pensato che l’Italia fosse un supermarket aperto solo quando ci sono le privatizzazioni o le ricche commissioni per i prestiti garantiti. È necessaria una rigorosa vigilanza. L’idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta alla teoria della rottamazione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosuffi- cienza delle decisioni prese a colpi di maggioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana. Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non dà diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere protagonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio. Il partito democratico è nato dall’unione fra le culture cattolico-democratiche, ambientaliste e le tradizioni progressiste, che hanno scritto la storia di libertà e democrazia del Paese, per raccoglierne i valori di emancipazione ed uguaglianza e proiettarle nella modernità. Non un partito che si trasforma in un comitato elettorale permanente, un votificio a disposizione dei capicorrente territoriali, ma la grande casa delle battaglie per la giustizia sociale, la solidarietà e l’uguaglianza. Stare nel Partito democratico non può più significare subire le scelte dall’alto di pochi dirigenti. Il nuovo Partito Democratico che vogliamo costruire avrà al centro un modello di partecipazione autentico, in cui ogni tesserato sarà coinvolto nella scrittura dei programmi e nella loro attuazione, a qualsiasi livello territoriale, e verrà consultato sulle scelte strategiche. Il partito democratico deve tornare ad essere innanzitutto una comunità di uomini e donne che insieme stabiliscono percorsi e proposte, in cui la maggioranza non sia tale solo per esercitare il potere e l’arroganza contro la minoranza. Il pluralismo è la risorsa di un partito che ha l’ambizione di essere maggioritario. La minoranza deve essere una voce critica e propositiva per il partito, la maggioranza deve avere un orecchio pronto ad ascoltare proposte e suggerimenti, l’insieme dei gruppi dirigenti deve avere l’obbligo di rispettare questa comunità, vincolando scelte e decisioni al coinvolgimento della base del partito, attraverso un modello partecipativo organizzato con nuovi strumenti tecnologici: noi proponiamo una piattaforma digitale – che sperimenteremo anche in questo congresso – e che consentirebbe a milioni di italiani iscritti al PD, di mandare le proprie proposte, di partecipare a tutte le decisioni importanti, di essere coinvolti nella stesura dei programmi elettorali, di poterne verificare l’attuazione a tutti i livelli, di essere collegati agli eletti. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivismo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della partecipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una rete di circoli, iscritti, rappresentanti istituzionali, che, attraverso la piattaforma digitale possa essere costantemente connessa e consultata. Avere in tasca la tessera del PD non può e non deve rappresentare solo il momento dell’elezione degli organismi dirigenti ma un tratto identitario di appartenenza ad una comunità decidente. Il partito democratico non può dimenticare i territori come è avvenuto. Un partito concepito come unnucleo centrale che lancia input senza avere la capacità di trasferire o ricevere stimoli per assenza di una rete strutturata non può formare classi dirigenti e non ha la capacità di ascoltare e dunque cogliere le problematichedelterritorio. Le federazioni regionali, provinciali ed i circoli devono tornare ad essere i centri di discussione vera, in cui la politica del partito democratico si forma, vive e diffonde la sua essenza. Per rilanciare i partito, abbiamo bisogno di una riconnessione sentimentale con la nostra base di iscritti ed elettori, e ciò non può avvenire se i circoli sono chiusi e le federazioni abbandonate. Dobbiamo rivedere anche il nostro Statuto su un punto fondamentale: il Pd non può essere il partito dell’uomo solo al comando. Non si possono cumulare la carica di segretario con quella di candidato premier. Questa sovrapposizione ha prodotto molti danni alla vita democratica del nostro partito, perché concentra troppi poteri in mano ad uno solo, il/la quale può esercitarli in maniera distorta, ad esempio con una selezione degli eletti “per fedeltà al capo”. E’ bene dunque, che i ruoli siano distinti. E’ bene che il Partito Democratico salvaguardi la propria vita democratica evitando che un segretario usi il partito come trampolino di lancio per la leaderschip. E riteniamo che per statuto tutti gli organi debbano essere composti in egual numero da uomini e da donne e che i giovani democratici debbano stare di diritto e con diritto di voto in tutti gli organismi dirigenti. La formazione dei giovani e dei gruppi dirigenti deve tornare ad essere essenziale a tutti i livelli. Studio e conoscenza devono tornare ad essere un campo di sperimentazione continua, di approfondimento culturale, lo spazio in cui definiamo tutta la nostra cassetta degli attrezzi. Moralità, correttezza e verità – dire ciò che si pensa, fare ciò che si dice – sono per noi le chiavi di volta per ricostruire un pensiero democratico, una cultura democratica opposta ai populismi, che sia guida per una società più giusta.

L’EUROPA È IL NOSTRO PARTITO

La crisi iniziata nel 2008 è la più grave crisi economica dopo quella del 1929: una fase di depressione economica con conseguenze assai preoccupanti sull’economia reale, le attività produttive, il lavoro, la coesione sociale. La crisi, per inciso, ha anche messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di tolleranza e di civiltà su cui esse si sono fondate. La reazione dell’Europa è stata del tutto inadeguata: ad una crisi economica che si è espressa in superficie con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, ma che ha radici profonde nell’economia e nella società, è stata data la sola risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi. E’ in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e dell’integrazione tra i paesi europei. Il 25 marzo si celebreranno, a Roma, i sessant’anni dell’Unione europea: un appuntamento che – come ha ricordato lo stesso presidente Jean-Claude Juncker presentando al Parlamento europeo il Libro Bianco sul futuro dell’Unione – costituirà anche, dopo la Brexit, “il certificato di nascita della nuova Unione a 27”. Basta questo dato per segnalare la necessità che – a fronte dei rischi di uno scenario internazionale in cui l’accento torna a battere sul tasto delle barriere sovraniste a discapito dei tentativi di governo democratico della globalizzazione – Partito Democratico e Partito Socialista Europeo si facciano protagonisti, in Italia e in Europa, di una discussione alta e partecipata sulle prospettive di tenuta e sviluppo del progetto europeo. Si tratta, dunque, di rendere anzitutto chiara la strutturale ambiguità di un Libro Bianco che risponde all’interrogativo sul “Quo vadis Europa” prospettando la possibilità di cinque diversi percorsi: “continuare”, “nient’altro che il mercato unico”, “chi chiede di più deve impegnarsi maggiormente”, “fare meno in modo più efficiente”, “fare molto di più insieme”. Percorsi registrati quasi “notarilmente”, anziché scegliere e muovere nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, con un governo eletto democraticamente, dal riconoscimento dell’esigenza dell’apertura di una nuova stagione del progetto politico europeo, che assuma come centrali l’impegno per la crescita e per l’occupazione, per le politiche sociali e per la tutela dell’ambiente e, coerentemente con il perseguimento di questi obiettivi, la soluzione dei nodi dell’unione fiscale e di un bilancio dell’euroL’EUROPA È IL NOSTRO PARTITO zona con risorse proprie, di una unione bancaria finalmente dotata di un fondo comune di garanzia per i depositi bancari, della messa in opera di strumenti di mutualizzazione dei debiti pubblici. Alla prospettiva dello sfaldamento del progetto politico europeo, non ci sembra che possa essere data risposta se non ripartendo dalla radice dei problemi e rendendo chiaro ai cittadini europei che un’alternativa al paradigma dell’austerità e della contrazione espansiva è tanto necessaria, quanto possibile. In Europa ci sono troppe velocità: dalla moneta per alcuni, a Schengen per altri, alla Difesa con visioni diverse, dall’unione bancaria all’immigrazione, dal mercato unico al fisco, fino al welfare, su cui ognuno fa quel che gli pare. Siamo ancora molto lontani dall’Europa sognata da Spinelli e De Gasperi. L’Europa deve invertire la rotta, superando i dogmi e le miopie del rigore e avviando una nuova fase che abbia come obiettivi la crescita e il rafforzamento della coesione sociale, rimettendo al centro la persona che lavora e i suoi diritti, riaffermando la centralità di un intervento pubblico di correzione delle dinamiche di mercato. Innanzitutto, più welfare europeo, riducendo il divario tra il modello nordico e quello dell’area meridionale che non emerge dalla fascia mediterranea. Rafforzare il sistema sociale europeo, vuol dire assicurare una rete universale di protezione sociale (disoccupazione, malattia, pensionamento, maternità). Garantire agli individui e alle famiglie un reddito minimo, basato sull’approccio “human capital”, che prevede che il sussidio venga fornito alla condizione che il lavoratore partecipi a programmi pubblici di riqualificazione, in modo da facilitare il rientro nel mercato del lavoro. Più occupazione giovanile e mobilità, e su questo versante dobbiamo sostenere il riconoscimento di un piano di investimenti pubblici su vasta scala, e chiedere il potenziamento del programma Erasmus + fino al 2020 con maggiori risorse del bilancio europeo da destinare a questo programma di mobilità per l’apprendimento. Prioritario potenziare i fondi per l’innovazione delle imprese, per creare reti d’accesso di nuova generazione, banda larga e infrastrutture materiali e immateriali, in un’ottica di sviluppo integrato. In questo quadro, pensando al ruolo delle Regioni nella politica di coesione post 2020, il tema della macroregioni dell’UE è strategico (in particolare EUSAIR ed EUSALP che coinvolgono l’Italia) nell’ambito di progetti transnazionali e per il rafforzamento dei rapporti di cooperazione e di vicinato con i paesi non europei. Sono necessari maggiori investimenti finanziari diretti dell’UE per sostenere il turismo e tutta la filiera interessata, e per le smart cities, in termini di energia, trasporti ed efficienza energetica negli edifici. L’Europa attraversata da tensioni senza precedenti, anche a causa della pressione dei fenomeni migratori, rispetto ai quali si fatica ad avere una pur minima condivisione di approccio e di responsabilità, ulteriormente aggravate dalla Brexit, va vissuta con la determinazione di chi vuole gli Stati Uniti d’Europa e si comporta di conseguenza: non flessibilità per pochi anni e pochi decimali di spesa, ma sfida a viso aperto ai nuovi nazionalisti nemici di fatto dell’euro e dell’idea stessa di Unione Europea. Sull’Europa il nostro paese, e quindi il Partito Democratico, è chiamato alla sfida più grande e difficile degli ultimi cinquant’anni. Oggi alla politica è chiesto coraggio. Il coraggio di pensare e costruire una politica comune europea su welfare, difesa, fisco, immigrazione, un progetto politico fondato su nuovi processi democratici e di partecipazione, nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Equità, etica e redistribuzione: i valori dei riformisti Il più grande errore che potremmo commettere sarebbe quello di andare incontro alla rivoluzione del capitalismo globale a compartimenti stagni. Equità, etica e redistribuzione non sono valori negoziabili per un grande partito riformista. Con l’economia digitale siamo di fronte a una rivoluzione epocale, superiore per impatto economico a quelle che hanno poi portato alla rivoluzione industriale. La dematerializzazione della ricchezza necessita di un approccio radicalmente nuovo e l’intelaiatura fiscale che regola i rapporti tra i vecchi Stati nazionali, società e imprese deve necessariamente adattarsi alle nuove regole del mercato. E anche il fisco deve seguire questi straordinari cambiamenti. Chi non è d’accordo e sostiene il contrario deve anche spiegare il perché alle migliaia di aziende che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per norme incoerenti in Europa e negli stessi Stati membri, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi profitti che riescono a fare nei singoli Paesi. Ora alla politica italiana ed europea serve il coraggio di regolare le distorsioni. L’IVA devono pagarla anche le multinazionali del web. Nel contesto descritto infatti, si inserisce la necessità di una webtax per regolamentare il mercato che, a causa di una carente normativa in materia, è diventato un far west. Vincono sempre i più forti. Dobbiamo mettere le aziende italiane come le altre imprese nazionali dei principali Paesi europei nella condizione di operare in un regime di concorrenza leale fermando l’elusione fiscale senza precedenti praticata da imprese multinazionali che erogano servizi o vendono beni in Italia, fatturando da Lussemburgo, Irlanda o Olanda, o in alcuni casi anche da paradisi fiscali, utilizzando l’ormai obsoleto concetto di ‘non stabile organizzazione’. Il Parlamento italiano nel 2013 aveva approvato una norma, fortemente voluta dal Partito Democratico, innovativa e che ha determinato in Europa l’apertura del dibattito parlamentare. Nel settembre del 2014, in Aula alla Camera, durante in semestre europeo di presidenza italiano, le commissioni Bilancio dei 27 Paesi arrivarono alle stesse conclusioni. Purtroppo, uno dei primi atti del governo Renzi fu la cancellazione annunciata da un infausto tweet che si è trasformato in un boomerang per tutti, per le entrate della nostra amministrazione fiscale e per lo stesso dibattito politico-culturale in Italia e in Europa. Abbiamo potuto recuperare centinaia di milioni di euro solo attraverso il lavoro più duro e complesso fatto dalla Procura della Repubblica di Milano e dalla Guardia di Finanza. Il PD che abbiamo in mente dovrebbe dotare il Paese di regole chiare, semplici e rispettate da tutti, senza costringere Magistratura e Forze di Polizia tributaria a sforzi successivi, come quelli a cui gli italiani hanno assistito in questi ultimi anni. Occorre costruire in Italia e in Europa, una vera proposta anti-austerità che batta le destre sovraniste, la dobbiamo promuovere noi, aprendo subito un confronto con tutte le sinistre europee. Crediamo che al Paese serva innanzitutto un piano straordinario per l’occupazione. Per superare la crisi e porre le basi di una crescita equa e sostenibile l’Italia deve partire dal lavoro. L’attuale mercato del lavoro è caratterizzato da produttività stagnante, alta disoccupazione, specie giovanile, stagnazione delle retribuzioni, discontinuità dei percorsi lavorativi e eccessiva occasionalità delle occupazioni. Questi ultimi aspetti determinano spesso precarietà e vulnerabilità della condizione di vita di individui e famiglie. Inoltre, in molti settori economici il ricorso al lavoro nero è diventato un elemento strutturale del modello di specializzazione produttiva. Di fronte a questa situazione, il pacchetto di interventi sul mercato del lavoro enfaticamente denominato “Jobs Act”, ha avuto come unico esito concreto quello di incrementare sperequazioni e disuguaglianze sociali a danno di chi lavora, di ridurre le tutele per i lavoratori, senza determinare un reale aumento dell’occupazione. Nonostante l’ingente impiego di risorse finanziarie per incentivare le assunzioni, nonostante la diversificazione delle tipologie contrattuali e la revisione “al ribasso” di molte tutele per i lavoratori (tra questi l’abrogazione dell’art. 18), i risultati raggiunti sono assolutamente deludenti. Ben al di sotto di ciò che serve al Paese. Gli effetti sull’occupazione si sono rivelati del tutto effimeri e legati alla presenza di sconti fiscali; vice versa, è rimasto l’indebolimento delle tutele. È ora di prendere atto della realtà e di comprendere che, per affrontare i problemi che affliggono il mercato del lavoro, è necessario un cambiamento di prospettiva: occorre adottare misure che promuovano una crescita economica ad alta intensità di lavoro. Di un lavoro svolto in condizioni dignitose. La politica per l’occupazione deve operare su più fronti. Da un lato, deve contribuire a creare le condizioni affinché le imprese possano assumere, attraverso il rafforzamento della capacità produttiva complessiva e la ripresa dell’agenda delle riforme strutturali. Dall’altro, lavorare ad un sistema di regole e di tutele sociali che impediscano che le nuove forme precarie e instabili del lavoro si traducano in precarietà, insicurezza e vulnerabilità della vita delle persone. Una politica che miri a creare occupazione deve abbandonare l’impostazione di politiche dell’offerta fino ad ora seguite e fondarsi invece su una strategia complessiva basata su più pilastri: La leva fiscale Occorre una riduzione stabile e strutturale dell’imposizione sul reddito da lavoro e più in generale del cuneo fiscale, ed una revisione della scala delle aliquote, al fine di sostenere i redditi della classe media e delle famiglie a più basso reddito migliorando al tempo stesso gli incentivi alla partecipazione al lavoro per gli individui e alle assunzioni da parte delle imprese; la riduzione del prelievo sul reddito da lavoro deve essere strutturale e non episodica, e, per essere credibile, deve essere sia finanziata con: • un recupero della tassazione ordinaria sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari; • una convincente politica di recupero dell’evasione; • l’introduzione nel nostro ordinamento della tassazione per le multinazionali che operano in Rete (webtax), con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale in una economia digitale, attraverso il contrasto all’evasione fiscale tipica delle transazioni online. Il fisco nel linguaggio comune si intreccia, spesso, con quello dello Stato come soggetto dell’attività finanziaria nei rapporti con il cittadino contribuente. Il PD riparte da qui: dai rapporti fondamentali che regolano le relazioni dell’amministrazione fiscale tra cittadini, imprese e Stato. Un sistema tributario equo deve cagionare il medesimo sacrificio a ogni contribuente. È questa la differenza fondamentale tra sinistra e destra. Fare tutti gli stessi sacrifici non si può tradurre, come teorizza qualcuno a destra, che si debba pagare la stessa aliquota. La progressività delle imposte è un valore imprescindibile. Abbassare le aliquote più basse è il nostro impegno. Ridurre l’aliquota più bassa Irpef dal 23% al 20% deve essere il nostro principale obiettivo. Il limite della politica sul fisco degli ultimi anni è stato non avere il coraggio di intervenire sui redditi e sulle imposte indirette al fine di modificare la composizione delle entrate fiscali. Sul fisco oggi in Italia non è garantita l’equità: da un lato c’è chi accumula sempre più ricchezza e dall’altro chi ha sempre meno certezze; equità, etica, ridistribuzione, devono essere il punto fermo per le misure legislative connesse al fisco. Dobbiamo superare la politica dei bonus per rimettere al centro i diritti. Decontribuzione strutturale Tra il 2008 e il 2015 abbiamo vissuto una durissima recessione, con una riduzione di 100 mld di prestiti alle imprese e sofferenze bancarie arrivate fino a 200 mld e una dura contrazione dei consumi. In quel contesto la riduzione dell’Irap sul costo del lavoro e la decontribuzione sul lavoro sono state buone misure del governo Renzi. Il limite però resta la provvisorietà della misura connessa alla decontribuzione sul lavoro. La decontribuzione piena per i neo assunti ha avuto nel 2015 effetti positivi, poi svaniti appena sono terminate le misure temporanee. Se vogliamo dare una svolta al mercato del lavoro, dobbiamo puntare sulla decontribuzione strutturale piena. Le aziende, come i lavoratori, hanno bisogno di certezze, non di bonus. Finanzieremo la decontribuzione strutturale sul lavoro con le risorse stanziate per gli 80 euro che rappresentano dei bonus, la cui scarsa efficacia è stata dimostrata nelle audizioni parlamentari sulla legge di Bilancio, sia da Banca d’Italia che da Istat. Con il bonus degli 80 euro lo Stato impiega oltre lo 0,7 del Pil per ritrovarsi benefici di spinta alla crescita dello 0,2. Un’operazione fallimentare. Finanziando la riduzione per sempre del costo fiscale sul lavoro per oltre 8.000 euro l’anno a lavoratore, le imprese saranno spinte a investire su nuovi prestatori d’opera e una parte del risparmio fiscale servirà ad aumentare i salari netti, ben oltre gli 80 euro. E sarà per sempre. La riforma dell’IVA Di una vera e propria “questione fiscale”, occorre parlare a fronte di una evasione stimata in circa 9 punti di PIL e, in particolare, a fronte di un’evasione IVA ammontante a circa 47 miliardi di euro. Le misure di contrasto dell’evasione fiscale e la proposta di riforma del regime IVA elaborate da NENS segnalano, a regime, la possibilità di conseguire un maggior gettito IVA prossimo ai 27 miliardi di euro ed un maggior gettito IRPEF, IRES e IRAP prossimo ai 32 miliardi di euro. Il tutto come abbattimento della quota di evasione e senza aggravi di prelievo nei confronti dei contribuenti in regola. Il tutto, ancora, facendo anzitutto leva sulla tax compliance , cioè su efficaci meccanismi normativi ed amministrativi di emersione della base imponibile, piuttosto che sull’azione di accertamento. Basti pensare che già il riordino delle aliquote IVA – con un più mirato utilizzo di una sola aliquota ridotta del 5% e con un’aliquota ordinaria inferiore al 19% – consentirebbe di conciliare recupero di evasione per circa 5 miliardi di euro e riduzione di prelievo a carico dei contribuenti in regola per circa 1,6 miliardi di euro. Il rilievo di queste cifre conferma, una volta di più, che l’efficacia dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale è condizione fondamentale per qualsiasi credibile e strutturale processo di riduzione della pressione fiscale complessiva a carico dei contribuenti in regola. Lo è per la progressiva eliminazione delle vecchie clausole di salvaguardia su IVA e accise, così come per il riordino delle aliquote IRPEF e per gli interventi di riduzione del cuneo fiscale. Grazie alla nuova legge di Bilancio approvata nel 2016 non esisteranno più nuove clausole di salvaguardia e questo dovrà spingere l’amministrazione fiscale a definire sempre più corretti obiettivi di entrata e i principali ministeri di spesa a fare previsioni coerenti con le reali politiche di bilancio. Le regole del lavoro e le tutele del lavoratore E’ necessario contrastare il ricorso surrettizio a strumenti formativi per mascherare veri e propri rapporti di lavoro, incentivare l’arricchimento professionale dei lavoratori e non soltanto l’adattamento on the job, semplificare davvero il quadro delle tipologie contrattuali in modo da prevenire la precarizzazione dei rapporti, dare un ordine alle nuove forme di lavoro digitale. In particolare: • le imprese devono esercitare la facoltà di licenziare in modo serio e responsabile, ragione per cui è necessario reintrodurre l’art- 18, e cioè il rimedio della reintegrazione al lavoro in tutti i casi in cui i licenziamenti siano ingiustificati; • i voucher devono essere completamente riconfigurati diventando, come in molti Paesi europei, il mezzo che le famiglie possono utilizzare per pagare i dipendenti di agenzie specializzate allorché effettuino in loro favore attività di cura alle persone o i piccoli interventi di manutenzione; • l’impiego irregolare dei lavoratori deve essere contrastato in ogni modo, anche per garantire una leale competizione tra imprese; • anche ai lavoratori della economy on demand deve essere assicurata una protezione sociale adeguata e ciò implica che alla loro remunerazione deve essere sempre associata una contribuzione previdenziale. Un piano di investimenti Negli ultimi anni, a fronte di un debito pubblico che non si è ridotto, è diminuita sensibilmente la spesa in conto capitale, cioè la spesa per il futuro. Gli investimenti pubblici e gli interventi per sostenere quelli privati sono ai minimi storici in Italia. Occorre riprendere un piano di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, anche utilizzando la sinergia con gli investimenti finanziati dall’Europa, a cominciare dagli investimenti sulla rete della mobilità, sull’energia, e sulla formazione superiore. Occorre predisporre un quadro finanziario pluriennale nazionale di investimenti infrastrutturali, che svolga anche una funzione di riduzione dei divari territoriali e che rispetti il principio di addizionalità rispetto ai fondi strutturali europei. Infrastrutturazione logistica e digitalizzazione, prevenzione antisismica e cura del territorio sono, in particolare, chiamate a compiere un vero e proprio salto di qualità. Allo stesso tempo occorre introdurre leve fiscali per incentivare gli investimenti privati. Interventi che siano certi e stabili nel tempo, perché solo così in grado di influenzare le scelte economiche delle imprese. La politica industriale È necessario ricominciare a fare la politica industriale nel nostro paese, al fine di riconoscere, accompagnare e stimolare i punti di forza delle imprese di piccole, medie e grandi dimensioni e, in particolare, di promuovere l’organizzazione e la diffusione di ecosistemi imprenditoriali innovativi. Alcuni specifici interventi appaiono non rinviabili: • l’accelerazione del piano per la banda ultralarga, tenendo conto, ad esempio, che, ad oggi, nell’ambito dei distretti industriali, soltanto 375 comuni su 2105 dispongono di offerta di banda da 30 megabit al secondo. • promozione di una crescente ibridazione di manifattura e servizi, per via di innovazione tecnologica ed organizzativa, al fine dell’efficientamento e la crescita dimensionale e di rete del tessuto dell’impresa diffusa di territorio; • promozione delle energie rinnovabili, aumento dell’efficienza energetica ed economia circolare; riduzione dei costi energetici a carico del sistema produttivo; • rafforzamento dei compiti di supporto all’open innovation nell’ambito della missione di Cassa Depositi e Prestiti, del Fondo di garanzia per le PMI e di Invitalia, anche ottimizzando l’impegno delle risorse europee. Sul piano internazionale, è indubbio che l’accordo commerciale tra Italia e Canada (CETA) riduca le garanzie di rispetto dei rigidi regolamenti europei su OGM e glifosato, danneggiando i piccoli produttori locali, con profili di rischio per la sostenibilità ambientale dell’attività agricola. Il CETA non tutela le produzioni alimentari a indicazione geografica e favorisce le multinazionali. In assenza di sostanziali modifiche, noi proponiamo che il Partito Democratico si schieri al fianco di chi chiede di non ratificare l’accordo, e che il Governo promuova e rafforzi le filiere agroalimentari made in Italy. Le principali filiere agroalimentari – olio, grano, vino, pomodoro, latte – sono state oggetto di interventi legislativi che hanno visto impegnati i parlamentari PD e che premiano chi produce e trasforma avendo come obiettivo l’incremento del valore della materia prima e del prodotto lavorato, la semplificazione burocratica e la protezione della sicurezza alimentare a vantaggio del consumatore. Alimenti tracciati ed etichette chiare e trasparenti sono strumenti strategici nella lotta alla contraffazione alimentare e nell’attività di contrasto all’italian sounding che sottraggono annualmente 60 miliardi di euro al nostro sistema agroalimentare. E’ nostro compito accompagnare e sostenere gli investimenti sull’innovazione nel settore agroalimentare: ricerca e sviluppo, nuovi impianti, automazione, ICT e logistica. L’obiettivo è integrare le produzioni tradizionali con prodotti ad alto contenuto di servizio e con impatto positivo sulle diverse filiere agroalimentari. Equità, etica e redistribuzione, dunque, anche per una politica industriale a misura delle piccole e medie imprese che sono il grande motore produttivo del Paese. Una politica, cioè, che si propone di accompagnare e stimolare i processi di incremento di efficienza e di crescita dimensionale e di rete di queste imprese, facendo oggi perno, in particolare, sull’ innovazione tecnologica ed organizzativa: a partire dalle opportunità di “Industria 4.0” e dalla costruzione di piattaforme territoriali che facilitino accesso e finanziamento dell’innovazione. Per le piccole e le medie imprese servono strumenti per una effettiva riduzione dei costi della provvista energetica e dei servizi professionali, assicurativi e finanziari, così come un’ulteriore accelerazione degli effettivi tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni. L’Italia spende per il welfare meno e peggio degli altri paesi europei. Abbiamo un welfare iniquo perché parte della spesa va a beneficio di chi non ne avrebbe bisogno. E inefficace perché sono nettamente insuffi- cienti le risorse destinate a disoccupazione, esclusione sociale, politiche per la famiglia, non autosufficienza. Abbiamo molteplici punti di sofferenza, rappresentati da un sistema di ammortizzatori sociali disomogeneo, incapace di fornire una rete di protezione generalizzata dal rischio di disoccupazione, in particolare per i lavoratori delle piccole imprese e per i lavoratori precari, dal sostegno inadeguato alla genitorialità, sia mediante servizi all’infanzia sia attraverso trasferimenti monetari, con i conseguenti effetti negativi sul lavoro femminile, in particolare nel Mezzogiorno. Manca uno strumento universalistico di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale pur esistente in tutta Europa, le risorse dedicate alla non autosufficienza, in particolare sul fronte dei servizi sono inadeguate, è crescente la difficoltà di assicurare servizi omogenei, anche territorialmente, per garantire i diritti all’istruzione e alla salute. Questi limiti, noti da decenni, sono oggi accentuati e rischiano di incancrenirsi a causa della lunga stagione di recessione che abbiamo alle spalle e per via delle trasformazioni di un mercato del lavoro che si caratterizza sempre di più per la precarietà, l’incertezza e l’insicurezza dei rapporti di lavoro. Vi è chi ritiene che, nell’attuale contesto di crisi, il welfare – per il connesso carico sulle finanze pubbliche – sia di impaccio nel confronto competitivo tra Paesi e che quindi esso debba essere drasticamente ridimensionato. Si tratta di una tesi regressiva e antistorica. Gli istituti della cittadinanza sociale elevano la produttività di un Paese e di un territorio e rendono sostenibile la crescita. La qualità del welfare misura il progresso di una società e ne sostiene la crescita economica. È necessaria una riforma del welfare che metta al centro la persona come soggetto di diritti e di doveri, al fine di assicurare l’uguaglianza delle opportunità e promuovere le capacità, e dunque le libertà, dei cittadini, nella consapevolezza che vi è un nesso inscindibile tra diritti individuali, diritti del lavoro, diritti sociali. Occorre una riforma organica che vada nella direzione dell’universalismo e dell’equità: è necessario da un lato prevedere una forma universale di sostegno al reddito per chi è escluso dal mercato del lavoro e vive in condizioni di povertà assoluta e, dall’altro, rafforzare il sistema di protezione sociale per chi, anche se lavoratore, vive situazioni di disagio economico legate alla precarietà, alla genitorialità e alla non autosufficienza. Proponiamo alcune misure concrete: – per le fasce più deboli della popolazione, per coloro i quali restano esclusi dal mercato del lavoro, serve un intervento appositamente disegnato, che offra un reddito minimo a chi è in condizioni di grave disagio economico, condizionato alla partecipazione attiva a programmi di inclusione sociale, formativa e lavorativa. Occorre superare l’esperienza parziale del SIA e realizzare un sistema compiuto di sostegno al reddito realmente universalistico, sul modello del Reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà: uno strumento che preveda un trasferimento monetario legato al bisogno del beneficiario e un percorso di attivazione economica e sociale; che abbia una base familiare, ma con elementi che consentano una attenzione nei confronti dei singoli individui; una misura nazionale e universalistica, una misura strutturale e stabile nel tempo; – un potenziamento degli assegni famigliari e in particolare per le famiglie con figli, determinati anche in base alla capacità economica familiare, al fine di aiutarle a sostenere i costi di mantenimento ed istruzione dei figli e nell’offrire a questi ultimi una maggiore uguaglianza delle opportunità; – sviluppo della rete dei servizi per i cittadini, a cominciare dai consultori familiari, e da quelli per i bambini, in particolare sviluppando su tutto il territorio una rete di nidi per l’infanzia, e per gli anziani, anche attraverso l’assistenza domiciliare, al fine di migliorare la qualità di vita delle famiglie e promuovere la parità di genere. Per questi servizi occorre prevedere schemi di compartecipazione alla spesa che siano equi, e quindi differenziati in base ai mezzi economici dei beneficiari, e sostenibili, in un quadro di regolazione pubblica che garantisca qualità dei servizi e sostenibilità degli stessi nel lungo periodo; – rafforzamento dei programmi di edilizia sociale e sostegno alle famiglie povere nell’accesso ai mutui e nel pagamento dei canoni di affitto; L’accesso universale e il finanziamento pubblico del sistema sanitario sono una caratteristica qualificante del modello sociale Europeo. Pur nella ricerca dei guadagni di efficienza che migliorerebbero qualità e sostenibilità del sistema è innegabile che l’attuale sistema di riparto non tiene conto delle peculiarità sociali del Mezzogiorno di Italia, ovvero di un «indice di deprivazione», rappresentato dal peso della povertà nelle condizioni di salute della popolazione. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione. La scuola è la comunità inclusiva per eccellenza del sistema paese, quella che forse più di altri incarna i principi e i valori della Costituzione. La comunità che prima di altri sancisce per ogni cittadino l’idea della cittadinanza universalistica. Per questo è sempre stata un interlocutore essenziale del Partito Democratico fin dalle sue origini. Proporsi di costruire una riforma sulla scuola, senza coinvolgere la scuola, anzi scatenandola contro, è stato un errore tragico. Con la famigerata legge 107/2015 la cosiddetta “buona scuola” provvedimento bandiera del governo Renzi, si è sbagliato nei contenuti e nel merito. La riforma, ennesima, che voleva rappresentare una rivoluzione copernicana del sistema formativo nazionale, non solo ha finito per scontentare tutti ma ha creato la più lacerante contrapposizione d’interessi che la scuola italiana ricordi: docenti titolari di ambito contro docenti titolari di scuola, docenti di ruolo contro docenti precari, personale ATA contro personale docente, dirigenti scolastici contro tutti. Essa invece, avrebbe dovuto affrontare i grandi temi dell’innovazione dei programmi di studio, dei contenuti di apprendimento e delle metodologie didattiche per superare le ragioni divisive che ancora permangono per una mancata uguaglianza delle opportunità di partenza. Un vero disastro, a cui il Partito democratico deve porre rimedio subito, riaprendo con la scuola un percorso di confronto, di partecipazione e di condivisione. Ricomporre in unità la frattura tra nord e sud del paese deve rappresentare lo spirito riformatore di un sistema dell’istruzione. Noi pensiamo che il sistema scolastico debba tornare a rappresentare il volano di un’azione politica complessiva capace di rilanciare la sfida per unificare definitivamente, il Paese, integrando culturalmente tutte le differenze, attorno ai valori di cittadinanza rispettosi della Costituzione e in sintonia con i grandi temi che la società di oggi richiede. Dobbiamo innanzitutto abrogare gli snodi più critici della legge 107/2015 che hanno prodotto contrapposizioni che vanno rapidamente ricomposte e realizzare un ribaltamento dell’orizzonte politico e un metodo completamente diverso di affrontare i problemi della scuola italiana. Per cominciare, noi pensiamo che gli investimenti per la scuola debbano progressivamente raggiungere i parametri europei del 6% e che gli stipendi degli insegnanti italiani non possano continuare ad essere i più bassi di Europa. L’adeguamento salariale con il rinnovo del contratto del pubblico impiego – che manca da sei anni – deve porsi l’obiettivo di un inquadramento di duemila euro entro i primi anni di insegnamento. Altro punto fondamentale: la scuola a tempo pieno in tutto il Paese, un diritto che va esteso anche nel Mezzogiorno, così come gli asili nido che necessitano di un investimento significativo. Per troppi anni abbiamo garantito il sistema sulle spalle del precariato. Quella del precariato è una stagione che deve essere chiusa, attraverso un piano straordinario di assunzioni dei precari della scuola per la chiusura delle graduatorie ad esaurimento. Se è vero che senza una scuola più forte, l’Italia non riparte. E’ altrettanto vero che senza il Sud il Paese intero non riparte. Ed è questa la prima gigantesca sottovalutazione che va affrontata, riequilibrando le troppe disparità del sistema. Se pensiamo all’Università questo è ancora più evidente. Gli atenei meridionali, sono in grave difficoltà economica e con una popolazione studentesca dimezzata soprattutto per ragioni di reddito. Le università italiane e la ricerca devono essere il pilastro portante di un nuovo innovativo piano di sviluppo economico, in tutti i settori strategici. Fare ricerca è essenziale per cambiare la specializzazione produttiva italiana ed entrare nell’economia della conoscenza. Serve dunque investire di più in ricerca, recuperando il ritardo rispetto ai paesi più avanzati e passando progressivamente, ma rapidamente da una spesa dell’1,3% del Pil ad almeno il 3%. Tuttavia non basta aumentare il budget. Occorre anche mettere in campo meccanismi di assegnazione delle risorse che siano basati su criteri di equità e di produttività, tenendo insieme la valutazione dei risultati della ricerca e l’esigenza di tener conto dei diversi contesti territoriali. Se l’Unione Europea impegnasse i governi a tenere i loro finanziamenti alla ricerca sopra i livelli di sussistenza, con la stessa forza con la quale chiede di tenere in ordine i conti pubblici, sarebbe già un bel cambiamento. In Italia non c’è una legge nazionale sul diritto allo studio. Nel provvedimento sulla buona scuola il governo aveva promesso agli studenti, che sarebbe stata emanata, ma i decreti attuativi hanno tradito questa promessa. Il nuovo fondo nazionale sul diritto allo studio vale più o meno sei euro a studente. Una miseria. Di più: l’assenza di una previsione chiara dei LEP su tutto il livello nazionale continuerà ad alimentare una frammentazione geografica del welfare studentesco, con Regioni più ricche e più povere. Dobbiamo rimediare a questa mancanza. Il patrimonio paesaggistico e naturalistico di cui dispone l’Italia è riconosciuto come una componente fondamentale del benessere dei cittadini. La sostenibilità ambientale, la difesa del mare e del suolo per valorizzare le energie pulite, l’uso corretto delle risorse idriche, rilanciando la lotta all’abusivismo, devono guidare le nostre scelte politiche. Occorre consumare meno territorio e meno energia per ottenere risultati migliori, senza abbassare il livello delle garanzie sociali ed ambientali. Siamo di fronte ad una sfida epocale che riguarda la sopravvivenza del pianeta, e che chiama ad una forte responsabilità tutti i governi verso un cambiamento radicale dell’idea di sviluppo, un cambio di paradigma alla base di politiche economiche etiche e sostenibili. La protezione dell’ambiente rappresenta una chiave determinante e lungimirante per le scelte del sistema Paese ed anche dei singoli cittadini, non a caso i costituenti hanno voluto tutelare il nostro paesaggio come elemento su cui si fonda la nostra identità, la nostra memoria, e la stessa coesione nazionale. Ciò rende indispensabile un forte rilancio di politiche economiche innovative, non più contrapposte alla salute e all’ambiente, ma che coniughino il lavoro e l’impresa con il rispetto della vita umana e della natura. Dai territori, dal nord al sud del Paese, emerge la richiesta di una democrazia non formale, su scelte strategiche per il presente ed il futuro delle comunità. La logica di perenne eccezione ed emergenza, con cui si affrontano scelte impegnative in maniera ambientale ed energetica attiene anche al rapporto fra i diversi livelli territoriali delle istituzioni e le comunità. Il principio di supremazia, che accentra sul potere centrale ogni decisione, estromettendo i livelli di governo più prossimi alle comunità locali, come le Regioni, è un principio che mina la coesione sociale e nazionale. I principi costituzionali tesi a salvaguardare l’equilibrio fra poteri e la partecipazione dei territori interessati, per fortuna non sono stati modificati dal popolo italiano con il Referendum del 4 dicembre 2016, che stravolgeva l’art. 117 concentrando nelle esclusive “man” del governo le autorizzazioni su porti, infrastrutture, energia, inceneritori eliminando qualsiasi possibilità di partecipazione delle comunità e dei governi locali nelle decisioni. Con la previsione della clausola di supremazia, lo Stato centrale avrebbe potuto decidere avocando a sé le decisioni anche su tutte le rimanenti competenze regionali qualora l’interesse economico e nazionale lo richiedesse. Un vero e proprio commissariamento dei territori che già in virtù dello “sbocca Italia”, possono subire progetti ad alto impatto ambientale. Ricordiamo, che la Consulta ha dichiarato incostituzionali parti rilevanti del decreto “sblocca Italia” per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, e che molte Regioni hanno contestato duramente questa impostazione, costringendo il governo Renzi a ritirare alcune norme relative alle trivellazioni petrolifere entro le 12 miglia ed alla durata delle concessioni. Scelte peraltro mai discusse con le Regioni interessate, tanto da costringere i consigli regionali di 5 Regioni, (fatto mai accaduto nella storia della Repubblica), ad indire un referendum contro le trivelle in mare che non ha raggiunto il quorum, ma ha trovato l’assenso di ben 13 milioni di cittadini italiani. Siamo contrari alle trivellazioni nel mare italiano e siamo convinti che non sia questa la strada per produrre economica, occupazione, benessere per i territori, e che non sia questo il modello energetico da perseguire. Occorre un Piano Energetico nazionale che a partire da uno studio puntuale e reale dei fabbisogni energetici, delle risorse disponibili e dell’approvvigionamento necessario, persegui il ricorso a fonti alternative e rinnovabili. Non si fa ripartire l’Italia piegando l’ambiente e la sua tutela agli interessi di qualche multinazionale del petrolio. La conferenza mondiale sul clima di Parigi, e l’ultima COP22 di Marrakech, la conferenza mondiale organizzata dall’ONU lo scorso dicembre, si sono poste come obiettivo la riduzione delle emissioni nocive in aria, in ottemperanza agli accordi di Kyoto. A Parigi 196 nazioni si sono ritrovate per la prima volta unite contro il riscaldamento globale, dovuto alle emissioni di gas serra da parte dell’uomo, con la decisione di mantenere il riscaldamento entro 2 gradi dai livelli preindustriali, se possibile entro 1,5 gradi, attraverso un impegno comune formale verso una forte e costante riduzione delle emissioni di CO2 nell’aria, in particolare derivanti dalle fonti fossili. All’interno di questi obiettivi, il percorso di decarbonizzazione intrapreso da molti Paesi europei, deve diventare un obiettivo strategico delle politiche ambientali ed industriali, con la sperimentazione di una esperienza pilota come quella che si potrebbe realizzare nel più grande impianto d’Europa di produzione di acciaio alimentata a gas, l’Ilva di Taranto. Una proposta concreta, sostenibile attraverso l’utilizzo di gas naturale e nuove tecnologie che consentirebbero di minimizzare le emissioni nocive. Si può aprire complessivamente una nuova stagione che vedrebbe l’Italia leader delle nazioni civili che attuano questi processi. La modernizzazione di cui l’Italia ha bisogno è rappresentata dalla grande sfida legata alla conversione di modelli produttivi inquinanti, dal recupero del territorio, dall’investimento in energie pulite e rinnovabili, dal riciclo e dal riuso, dalla manutenzione e messa in sicurezza del territorio italiano. Serve un Piano nazionale delle Aree Interne e del dissesto idrogeologico, per ricucire e mettere in sicurezza i territori, specie nelle zone sismiche del Paese, per contrastare il pericoloso processo di abbandono di intere aree montane, che si priverebbero delle loro risorse turistiche e abitative, oltre che della necessaria manutenzione dell’uomo. Una “visione”, una strategia profondamente diverse da quelle intraprese finora. Un grande, autentico “Piano delle Grandi Opere”, che metta in sicurezza e a norma, sismica ed energetica, il grande patrimonio pubblico (scuole, ospedali, strutture dello Stato), connesso ad una “Legge sulla Bellezza”, che operi sullo smantellamento degli abusi, il recupero e la rinascita delle Periferie e dei centri storici, dei luoghi sfregiati dalla speculazione edilizia, sulla pulizia del mare e delle coste, la bonifica dei siti inquinati. Coniugando la tutela del Paesaggio, patrimonio unico ed indissolubile, a quella dei Beni Comuni, da lasciare intatti alle prossime generazioni, verso una piena Sostenibilità. Tutto questo attiene alla necessità di introdurre processi di partecipazione che coinvolgano i territori e le comunità locali, nelle scelte di grande impatto ambientale, urbanistico, paesaggistico come quelle derivanti dalla realizzazione di grandi opere. Per questo proponiamo che venga istituito al più presto attraverso una normativa nazionale che lo regolamenti, il dibattito pubblico obbligatorio per le grandi opere, come hanno già fatto alcune regioni italiane. Tutti questi progetti funzionano infatti solo se c’è il coinvolgimento dei cittadini, se essi sono convinti della necessità e del valore di precise scelte politiche. E quindi sono importanti tutti gli strumenti di coinvolgimento, dai Bilanci sociali partecipativi, alle progettazioni partecipata, con percorsi tracciati, strutturati e codificati, con modalità tecnico-scientifiche, ma con fini istituzionali. E’ necessario introdurre obbligatoriamente una analisi Bes sulle grandi opere, (l’indicatore di benessere equo sostenibile), affiancando alla costruzione delle opere, partendo dall’origine, anche un monitoraggio specifico che permetta di individuare i risultati conseguiti, il loro impatto sul territorio e se e come sono stati percepiti dalla popolazione locale. Un futuro sostenibile passa anche attraverso una corretta gestione del ciclo della “risorsa rifiuto”, con adeguati sistemi di raccolta, gestione e impiantistica, uniformi su tutte le regioni attraverso una programmazione complessiva, con la redazione di un Piano nazionale dei Rifiuti, in linea con le direttive europee anche sull’economia circolare. Trasparenza, legalità, regole chiare e definite, a tutela dell’interesse collettivo e non delle lobby vanno affermate con nuovi dispositivi legislativi che sanciscano la netta distinzione fra il ruolo del politico e quello del lobbista. Serve una legge nazionale sul lobbyng, come già avviene in moltissimi Paesi, compreso il Parlamento europeo. Il Mezzogiorno è una grande opportunità per il rilancio economico di tutto il Paese. L’Italia può ripartire solo se riparte il Mezzogiorno. Risolvere i problemi del Mezzogiorno, significa risolvere i problemi del Paese. Il Mezzogiorno è la metafora dell’Italia. È il territorio con la più alta concentrazione di siti tutelati dall’Unesco, ci sono imprese resilienti durante la crisi che sono diventate punte di eccellenza nel manifatturiero come in altri settori, ci sono le start up e una nuova imprenditorialità adottata dalle piccole e medie imprese che ne utilizzano la spinta di innovazione tecnologica, c’è una straordinaria ricchezza di capitale umano. C’è un patrimonio immenso, su cui investire al meglio. E tuttavia, in questi anni di recessione il Mezzogiorno si è allontanato ulteriormente dal resto del paese. La mancanza di occupazione per i giovani rappresenta l’emergenza principale con cui il paese deve confrontarsi. Il piano per l’occupazione proposto altrove in questa mozione è innanzitutto indirizzato ad affrontare questo tema. Occorre in primo luogo rilanciare gli investimenti pubblici finalizzati allo sviluppo, anche per evitare il dilagare di processi degenerativi, che alimentano destabilizzazione e illegalità diffusa, e generano migrazioni selettive estremamente pericolose per le prospettive di lungo periodo. Questo sforzo deve essere sostenuto attraverso politiche industriali innovative che puntino su una economia sostenibile non più contrapposta alla salute, ai diritti e all’ambiente. La riduzione della spesa per investimenti, registrata in tutto il paese negli ultimi anni, nel Mezzogiorno è stata più intensa. Occorre un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, che sappia coordinare al meglio l’utilizzo dei fondi strutturali europei e l’utilizzo delle risorse nazionali. I miglioramenti registrati nella capacità d’impegno dei fondi europei di coesione sollecitano comunque ulteriori e rapidi avanzamenti nella selezione strategica degli obiettivi qualificanti e nel coordinamento dei correlati progetti operativi, oltre che nella relazione operativa tra Agenzia per la coesione territoriale ed amministrazioni territoriali. Così, ad esempio, è vero che, nel 2015, si è registrato, un apprezzabile incremento degli investimenti pubblici collegato alla chiusura del ciclo di programmazione 2007-2013 dei fondi strutturali europei. Ma – come ha osservato la SVIMEZ – “la spesa europea ha continuato tuttavia ad avere forti caratteri di sostitutività, anche per il ricorso ai progetti ‘retrospettivi’ ai fini di una rendicontazione tutta tesa all’obiettivo del pieno assorbimento delle risorse comunitarie”. Sarà dunque bene – anche rispetto all’esperienza del Masterplan per il Mezzogiorno e dei Patti per il Sud – completare la programmazione del Fondo di sviluppo e coesione per il 2014-2020 (circa 17 miliardi di euro per l’area), integrare i contenuti operativi dei Patti medesimi con linee di intervento nelle politiche ordinarie delle pubbliche amministrazioni, che tengano conto degli impatti territoriali. La sfida, per attivare una dinamica di convergenza nel Mezzogiorno, accanto a una politica generale nazionale ed europea che la favorisca e che fin qui è mancata, resta quella dell’addizionalità. Ma non ci si può limitare alle politiche industriali e in infrastrutture. Al Sud, dove il divario rispetto al resto dell’Italia è cresciuto in questi anni di crisi, l’aumento del disagio, della povertà, della disoccupazione e dello sfruttamento del lavoro, ha indebolito il sistema dei diritti e la coesione sociale. Il nostro obiettivo deve essere quello di costruire un patto sociale tra istituzioni, imprese, territorio e persone, nel rispetto delle regole, nel rispetto di una economia etica e sostenibile. Un sistema di formazione corrispondente alle reali esigenze del lavoro, l’ammodernamento del sistema di infrastrutture materiali e immateriali, politiche sociali e socio – sanitarie attente ai bisogni delle famiglie, degli anziani e della non autosufficienza. I centri di ricerca e le università, in aggiunta ai compiti istituzionali, possono esprimere con maggior efficacia accanto alla capacità creativa, anche la dimensione economica e sociale del sapere, del saper fare e del saper far fare, favorendo la nascita di economie da indotto, dai circuiti culturali a quelli dei servizi, fino al lancio e incubazione di start up. Gli atenei e i centri di ricerca del Sud sono fornaci di idee, dobbiamo diventare attrattivi per le grandi aziende tecnologiche. La condizione politica primaria è nota ed investe direttamente anche il ruolo del Partito Democratico nel Mezzogiorno d’Italia: concluso il tempo storico dei tentativi di modernizzazione passiva, anzitutto per il vincolo del debito pubblico, la ripresa di processi di robusta e stabile convergenza non può far leva che su una modernizzazione attiva sorretta da istituzioni inclusive, che promuovano la partecipazione sociale e capaci di irrobustire capitale umano e capitale sociale. Appare di tutta evidenza che ogni attenzione ritrovata sul Mezzogiorno è propedeutica alla crescita complessiva del Paese. Senza un Sud che possa recuperare il suo gap di Sviluppo nei confronti del resto dell’Italia, l’intero Paese non potrà crescere. A tal proposito pensiamo che con il Mezzogiorno d’Italia vada utilizzata la medesima cura che Helmut Kohl adottò nei confronti della ex Repubblica Democratica Tedesca dopo la caduta del Muro allorquando comprese la grande opportunità per l’intera Germania derivante dal dar vita ad un piano di investimenti straordinario per il riammodernamento di quella parte del paese. Parlare di Mezzogiorno è anche un modo per fare l’interesse dell’economia del Nord che in questi anni ha tenuto solo per le esportazioni, visti i limiti derivanti dalla impossibilità ad una crescita dei consumi delle altre aree del Paese. Per il Mezzogiorno d’Italia pensiamo che la prima precondizione al raggiungimento di questi obiettivi sarà data dal ritrovato protagonismo dello Stato nella sua presenza sul territorio caratterizzato dal rafforzamento di tutte le istituzioni, a partire da quelle del comparto sicurezza. Il Sud, in tante sue porzioni di territorio, va liberato dalla presenza della zavorra delle Mafie non solo attraverso il contrasto operato dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura, ma anche e soprattutto attraverso un lavoro capillare di antimafia sociale per la riaffermazione di una cultura della legalità diffusa. Questo può essere l’unico antidoto per incoraggiare anche gli investitori privati a scommettere sul Sud e la società politica a sottrarsi dal rischio di diventare preda di spregiudicati criminali pronti ad infiltrarsi per condizionare la vita culturale, economiche e sociali delle nostre comunità. Non è proprio nel Mezzogiorno, che un modello di sviluppo spesso predatore, è finito col desertificare (di capitale sociale e umano) interi territori? Non è proprio il Mezzogiorno, a soffrire di un fenomeno di migrazione giovanile da record europeo? Un modello di sviluppo che non ha avuto cura del territorio, della bellezza, dell’ambiente e della salute, e che spesso si è intrecciato con un sistema di criminalità organizzata, come la storia della “Terra dei Fuochi” ci insegna. E’ da queste “periferie dimenticate” però che continua ad alzarsi un vento di indignazione, perché verità, giustizia e dignità emergano con la forza dello Stato, radicando speranza e futuro, affinché il forte impegno civile, che attraversa tanti settori della società diventi veramente testimone di un cambiamento. Ne conosciamo molti protagonisti, uomini e donne servitori dello Stato, del volontariato laico e cattolico, del mondo del sindacato e del lavoro, del giornalismo. Qui lo Stato è chiamato ad esserci ogni giorno, facendosi carico delle bonifiche necessarie dei territori inquinati, dove le persone continuano ad ammalarsi, non limitandosi alle sole promesse, garantendo lavoro e salute come diritti costituzionali inalienabili, dunque con un deciso intervento pubblico per rilanciare l’occupazione, redditi, consumi, contrastando la povertà con strumenti efficaci e risorse adeguate. Abbiamo bisogno di investire su nuove forme di economia che partano dalla bellezza del patrimonio paesaggistico e ambientale, storico e artistico, dalla ricchezza delle tradizioni, dalla capacità di utilizzare la terra in modo innovativo, dall’utilizzo intelligente e innovativo delle nuove tecnologie e della ricerca, dalla valorizzazione delle istituzioni universitarie di antichissima e illustre tradizione, dalle città che sono state crocevia, nella storia, di popoli e culture antichissime. Abbiamo bisogno di investire in settori strategici e in infrastrutture altrettanto strategiche per un modello di economia rispettoso dell’ambiente e della salute, che preservi, valorizzi, tuteli per far conoscere al mondo, attraverso nuovi hub aperti al turismo internazionale. Per realizzare questi obiettivi serve una forte collaborazione istituzionale, fra Stato Regioni e Città metropolitane del sud, in grado di disegnare e progettare per i prossimi 20 anni, superando divari, disuguaglianze, ingiustizie sociali ancora troppo forti. Il PD deve attuare una proposta politica di coesione o di coordinamento tra le regioni del Sud. Il motto più bello della scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani era: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Abbiamo troppo spesso affrontato la questione dell’immigrazione con eccessiva ideologia, in un dibattito pubblico nazionale contaminato da fomentatori di paure ingiustificate, razzismi e strumentalizzazione di problemi fisiologici legati alle difficoltà di costruire convivenza tra persone di culture diverse fra loro. Proponiamo un approccio pragmatico alla questione dell’immigrazione. Piaccia o non piaccia oggi la popolazione di origine straniera rappresenta una risorsa fondamentale e imprescindibile per il tessuto sociale, culturale ed economico italiano. Cinque milioni di cittadini di origine straniera, divenuti ormai parte integrante di una società italiana sempre più multiculturale e multireligiosa. Una presenza formata non solo da lavoratori, ma da una componente sempre maggiore di imprenditori che contribuiscono alla crescita economica del Paese e alla promozione del made in Italy in relazione ai Paesi di origine. Una presenza di origine straniera sempre più radicata nelle nostre città a tal punto da promuovere la crescita di una nuova generazione di “nuovi italiani”. Le seconde e terze generazioni di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia sono oltre 800mila, l’80% dei bimbi di origine straniera iscritti nelle scuole dell’infanzia sono nati in Italia. Chi nasce o cresce in Italia è italiano Crediamo sia fondamentale mantenere il nostro impegno preso con gli elettori del centrosinistra e con i promotori della Campagna “L’Italia sono anch’io” con l’approvazione in tempi rapida della riforma della legge sulla cittadinanza “Ius Soli temperato”. Chi nasce o cresce in Italia non può continuare ad essere considerato straniero nella città e nel Paese di cui si sente di fatto legato. Siamo di fronte ad una generazione di italiani di fatto ma ancora stranieri per una legge ormai superata dalla quotidianità nelle nostre scuole, negli oratori e nelle polisportive delle nostre città. Dobbiamo riconoscere il diritto di cittadinanza a questa nuova generazione di italiani, il diritto anche dell’Italia di potersi rappresentare ancora più forte grazie all’apporto di nuove energie permeate da culture, lingue e sogni che possono solo fare bene al futuro dell’Italia. Riconoscere il diritto di cittadinanza italiana a chi culturalmente si sente pienamente italiano significa anche eliminare terreno potenzialmente fertile per chi cerca di incunearsi nelle fasce di disagio dei giovani che vivono un conflitto d’identità alimentando ipotesi di radicalizzazione ed estremismi potenzialmente pericolosi per la coesione sociale per i prossimi anni. Legalità e integrazione. Un nuovo patto di cittadinanza Non possiamo né dobbiamo sottovalutare il sentimento di preoccupazione e paura diffuse nella società rispetto ai temi dell’immigrazione e dell’accoglienza dei richiedenti asilo in particolare. L’Italia è certamente il Paese che ha dimostrato uno straordinario livello di umanità e solidarietà salvando decine di migliaia di vite nel Mediterraneo con grande generosità e umanità. Contemporaneamente il governo centrale non è riuscito a promuovere un sistema nazionale di integrazione ed un modello nazionale di integrazione dei migranti nelle comunità locali. Troppo spesso gli amministratori locali sono stati abbandonati a se stessi e supportati solo da realtà del mondo del volontariato e della Chiesa. Dobbiamo affermare con chiarezza che la parola Legalità deve camminare insieme alla parola Integrazione. Dobbiamo investire con idee e risorse su un Piano nazionale di integrazione da sviluppare con il rilancio di un Ministero dedito alle politiche di integrazione come avviene in diversi Paesi europei. Diritti e doveri sono il perno di un Patto di cittadinanza con chi ha scelto per mille ragioni di vivere in Italia. Diritti e doveri sono la migliore risposta a chi ci accusa di superficiale buonismo, il nostro approccio deve essere il rispetto della persona che abbiamo davanti di qualsiasi cultura o provenienza essa sia. Quindi nessun approccio preferenziale, ma un percorso di inclusione attraverso il lavoro in un patto di rispetto delle regole per una positiva convivenza. Immigrazione e cooperazione allo sviluppo Le nuove frontiere della sfida globale delle migrazioni economica o umanitaria sono rappresentate dalla promozione di una virtuosa strategia di cooperazione allo sviluppo nei Paesi che vivono una grande emigrazione. Nessun muro e filo spinato fermerà una donna o un uomo in cerca di futuro per sé e per la propria fami glia. Prevenire l’immigrazione irregolare e le morti nel Mediterraneo significa innanzitutto costruire cooperazione con pari dignità con i Paesi med-africani, favorendo uno sviluppo sostenibile che garantisca maggiori opportunità di occupazione per i giovani in quei Paesi. Dobbiamo promuovere un Piano virtuoso valorizzando il ruolo delle diaspore che vivono in Italia quali possibili ambasciatori delle medie imprese italiane nei loro Paesi d’origine. La nuova Legge sulla Cooperazione offre oggi strumenti importanti da valorizzare con trasparenza e chiarezza negli obiettivi con i nostri partner nell’area mediterranea e africana, anche grazie ad un coordinamento purtroppo assente dell’Unione Europea. In Italia sono ancora molti i passi da compiere sul cammino dei diritti civili. Occorre mettere subito come Partito democratico al centro dell’agenda di Governo un pacchetto di provvedimenti che va dallo ius soli, al testamento biologico, ad una legge contro l’omofobia e la transfobia, ad una legge che introduca il reato di tortura. Nella parole inclusione, giustizia e dignità c’è una visione del mondo. Delle relazioni, dei diritti fondamentali della persona. Viviamo un presente schiavo della paura. Madre e il padre di tutte le paure che percorrono il nostro presente è il declino di un modello sociale che non produce più la forza irradiante della protezione collettiva contro le disgrazie individuali. Ci sentiamo tutti esposti ai colpi del destino, per dirla con Bauman. “Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio”. Noi sosteniamo il riconoscimento dell’accesso degli immigrati regolari a tutti i servizi e prestazioni del sistema di welfare, al fine della loro piena integrazione sociale. In questo contesto forme e manifestazioni di razzismo si diffondono e si consolidano. La costruzione di un’Europa sociale ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche internazionali è l’unica speranza ed argine al vento dei populismi e delle destre. Una svolta epocale è necessaria: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, dove i governi vengano eletti democraticamente dal popolo, dove sia possibile una politica comune e un coordinamento strutturato in materia di sicurezza, di lotta al terrorismo e di contrasto alla corruzione ed alle mafie. Cultura, tutela, patrimonio storico, contribuiscono al progresso della nostra società, alla cittadinanza, alla libertà di pensiero e di insegnamento. La nostra lungimirante Costituzione conferisce a tutto questo un valore primario. I principi della Carta infatti, configurano un diritto alla cultura universale, caso rarissimo nel confronto con altre Costituzioni del mondo. La cultura è parte dello stesso orizzonte di valori che include il diritto al lavoro, la democrazia, e quindi essa è una priorità del bene comune. Un lievito dunque, senza il quale tutti i diritti perderebbero quell’orizzonte di cittadinanza capace di progettare il futuro. Dunque, il primo impegno, è quello di contrastare il degrado della cultura, la sua marginalizzazione, investendo in essa. Le politiche culturali alludono ad una esperienza da formare, ad un pubblico da rendere partecipe, ad un diritto di accesso universale. Occorre passare dalla logica dei bonus, che riconducono ad una mera visione di giovane consumatore, a quella dei diritti. Il contributo una tantum di 500 euro ai neo diciottenni per i consumi culturali, che è costato 290 milioni di euro è stato un flop, perché questa misura è totalmente inadatta ad affrontare il problema dell’accesso e del sostegno alla cultura nel nostro Paese. L’investimento deve essere indirizzato verso misure strutturali e stabili, a cominciare dal finanziamento dei Livelli essenziali delle prestazioni culturali e della gratuità di ingresso ai musei, ai monumenti, alle aree archeologiche. A partire da chi studia. Nel resto d’Europa l’accesso gratuito o semi gratuito alla cultura per i soggetti in formazione rientra infatti fra le misure di reddito indiretto, proprie di un welfare di cittadinanza. Non bonus cultura, ma sostegno alla cultura nei suoi asset strategici, pensiamo alle produzioni creative, soprattutto giovanili, lavorando in stretta connessione con le politiche giovanili e le politiche economiche e fiscali. Pensiamo al grande patrimonio di beni culturali del nostro Paese, che ha bisogno di essere largamente tutelato e valorizzato, non soltanto in senso pubblicitario per le grandi mete turistiche, ma puntando su un sistema diffuso di tutela, di promozione e di scoperta del territorio e del suo genius loci. Le politiche pubbliche in materia di cultura e turismo vanno ripensate e aggiornate, per dare all’Italia uno spazio competitivo, attraverso l’offerta di prodotti e servizi culturali che creino un milieux, un contesto in cui apprendere e soprattutto creare nuove forme di produzione cognitiva, creativa, culturale che si genera dal basso. Perché la cultura si produce, la cultura è lavoro, è impresa, e dunque abbiamo bisogno di politiche pubbliche che alla conservazione dei beni culturali, investa sulla creatività, che possa favorire attraverso procedure trasparenti come i bandi pubblici, la creazione di imprese giovanili nel settore culturali. Nel nostro Paese molte piccole imprese lavorano al fianco delle Istituzioni culturali, anche molti artigiani eccellenti lavorano ogni giorno per produrre oggetti, costumi, calzature che vanno a impreziosire la messa in scena di un’Opera o la produzione di un film. Questa è la “fabbrica della Cultura” e dobbiamo sostenere questo settore produttivo oltre che lavorativo. La crisi ci richiama alla necessità di attrarre certamente risorse private per la Cultura, attraverso l’implementazione di politiche di defiscalizzazione già in atto ma non sufficienti, ma non può deresponsabilizzare nessuno: l’investimento deve essere prevalentemente pubblico perché ciò rappresenta una garanzia di autonomia e di accesso alla Cultura per tutti. Allo stesso modo il Ministero del turismo va veramente indirizzato dentro un quadro più ampio del ministero dell’economia e sviluppo: si tratta secondo i dati dell’OMT (Organizzazione mondiale del turismo, 2016) della più grande industria del mondo per fatturato, seconda solo all’industria criminale delle armi. Il turismo dunque non può essere assimilato esclusivamente alla cultura, pur essendo consapevoli della enorme portata, soprattutto in Italia, del legame che esiste tra esperienza turistica desiderata e la cultura Italiana. Il turismo è una industria reticolare, molto post-moderna, affetta da aporie tipiche del contemporaneo, come ad esempio la concorrenza tecnologica di grandi player. Occorre ripensare ancora una volta una politica pubblica di promozione turistica, comprendendo che l’errore della riforma costituzionale, risiedeva anche nel tentativo di accentrare la promozione a livello nazionale con un approccio top-down ormai superato dalla storia. La riforma confusa dell’Enit si sarebbe sommata ad un accentramento di funzioni che non corrisponde più al mercato turistico sempre più competitivo, in cui la dimensione territoriale, urbana, regionale, esperienziale conta sempre di più. Un forte impegno per la tutela dei beni culturali I beni paesaggistici e culturali, sono “il volto amato della patria”. L’impegno per la loro tutela dei beni paesaggistici, artistici e culturali nazionali e la piena attuazione dell’art.9 della Costituzione, è centrale. Sebbene i beni culturali accrescano le occasioni di sviluppo economico, incrementino il turismo e promuovano l’immagine dell’Italia all’estero, bisogna sempre tenere a mente che il patrimonio culturale ha come fine i valori, ovvero la memoria, la bellezza, l’identità e anche la felicità dei cittadini. Non sembra però questo così chiaro nel ”Decreto Cultura” del 2014, poi convertito in legge che punta tutto il futuro culturale nazionale sulla valorizzazione di 20 grandi musei nazionali dotati di autonomia tecnico-scientifica nonché finanziaria e di una rete di 17 grandi Poli regionali “non dotati di autonomia” la cui eccellenza verrà misurata sulla loro capacità di potenziare gli impatti sull’economia e sull’occupazione dei territori. Vengono così trascurati o emarginati dal centro del sistema sia i musei “minori”, sia quel patrimonio culturale diffuso in ogni piccolo borgo del nostro Paese che avrebbe bisogno non di eventi straordinari o di spettacoli, ma di manutenzione, riparazione, investimenti, catalogazione, divulgazione educativa. All’interno dei Beni Culturali infatti, includiamo anche gli Archivi di Stato e le Biblioteche, che ormai soffrono sempre di più i tagli di personale e di finanziamenti, e fanno sempre più fatica a garantire i servizi. Tanti sono i Comuni che stanno scegliendo di chiudere le biblioteche e i punti di lettura, tanti sono gli archivi che non inventariano più i loro fondi, che non li mantengono più e molto materiale rischia di andare perso per un’incuria dovuta alla mancanza di fondi. Il paesaggio. E’ questo, diceva Cederna, il primo vero bene culturale nazionale, un bene per tutti, bene comune popolare e diffuso. Lo sapevano i Padri Costituenti che nella Commissione che si occupò della formulazione dell’art.9 (Concetto Marchesi, Emilio Lussu, Tristano Codignola, Palmiro Togliatti) vollero aggiungere al paesaggio “bello“ e di “veduta“ dell’impostazione liberale e fascista, il “paesaggio minore” e il paesaggio agrario, in cui c’era, oltre che la difesa dei valori artistici e culturali come fattori civili e identitari, il recupero della storia e del lavoro delle “genti vive” : un riconoscimento di valore e di riscatto fatto dunque al popolo sovrano, soprattutto al popolo contadino e artigiano meridionale, alla sua fatica, al suo ingegno, a quel genio popolare diffuso che grazie al lavoro aveva costruito bellezza, ovvero non solo chiese e quadri, ma masserie, terrazzamenti, muretti a secco, jazzi, trulli, cripte rupestri, città inviscerate nelle grotte, veri e propri modelli, come ha dichiarato l’UNESCO rendendo Matera un bene comune dell’umanità, di cooperazione, equilibrio con la Natura, conversazione con la fauna e la flora, razionalizzazione delle risorse anche in condizioni di scarsità. La tutela di questo paesaggio “minore”, impone anche la tutela di un modello di sviluppo equo che mai è stato realizzato: un modello non devastante, ecologico, che non trasformi l’agricoltura in un’impresa distruttiva e industriale ma che la mantenga nell’equilibrio fra un lavoro economico e un’arte di custodia, riparazione, manutenzione, trasformazione estetica del territorio. Solo così i beni culturali e il paesaggio possono realizzare il più alto compito della nuova Nazione, etico ed educativo, di includere tutti, veramente tutti, i suoi cittadini; e solo così potevano realizzare quello che viene sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il diritto di “godere della bellezza e delle arti”. Anche dopo la lunga recessione iniziata nel 2008 il risparmio delle famiglie è rimasto un pilastro importante della nostra architettura economico-finanziaria. Ma è innegabile quello che sta accadendo ai risparmiatori e correntisti d’Italia in questi anni, dopo la vicenda di Banca Etruria, Carife, Carichieti, BancaMarche nell’anno 2015 e in ultimo con la crisi del Monte Dei Paschi di Siena dove lo Stato è dovuto intervenire stanziando un fondo da 20 miliardi con il decreto Salvarisparmio. Pensiamo che sulla crisi di una parte del sistema bancario italiano, in questi anni si sia intervenuti con ritardo e male. Per anni il sistema bancario non ha visto riforme. I risparmi dei cittadini si sono sommati ad investimenti finanziari sbagliati, la crisi degli istituti bancari è stata di fatto pagata dai lavoratori, dai risparmiatori, dai cittadini tutti. E in più non si comprende chi siano i veri responsabili. Chiedere solo oggi una commissione di inchiesta è quanto meno tardivo. L’errore più netto è stato non capire che era necessario intervenire per tempo, in parte con risorse pubbliche, in parte con le banche italiane e straniere in un fondo con le stesse funzioni di Atlante. Si capiva già dal 2014 infatti, che il mercato non avrebbe garantito nuovi aumenti di capitale per le banche venete, per le banche regionali e per lo smaltimento di sofferenze a rischio. Se avessimo fatto nascere un Atlante pubblico privato di venti miliardi nel 2014 avremmo messo in sicurezza il sistema. Sarebbe stato necessario il ristoro integrale delle obbligazioni subordinate prima che scattasse il bail in per tutti i casi in cui operatori non qualificati si fossero trovati in possesso di quei titoli. Non si è fatto, salvo poi presentare ben tre decreti per provare a indennizzare quei risparmiatori traditi. Lo slogan, meno banchieri e più credito, che ha accompagnato la riforma delle popolari, è svanito alla prova dei fatti e di certo non è aumentato il credito alle imprese. Ci sono centinaia di migliaia di risparmiatori e di imprese territoriali che rischiano di vedere i loro risparmi trasformarsi in risorse utilizzate per intercettare nuovi investitori al solo fine di coprire le perdite di banche oggetto in questi anni di acquisizioni sbagliate. Ad oggi, se le banche devono prestare soldi alle grandi multinazionali o investono in obbligazioni o Titoli di Stato vengono premiate; viceversa, se devono prestarli alle piccole e medie imprese sono spesso ‘corte di capitale’ e, alla fine, evitano di farlo perché penalizzate da regole che la politica avrebbe il dovere e l’autorevolezza di cambiarle. Se non si mette in discussione questo modello si continuerà a ignorare la vera causa delle difficoltà di sostenere il credito alle imprese. La Costituzione sul risparmio non lascia spazio ad alcuna interpretazione creativa. L’art. 47 parla chiaro, il risparmio va tutelato in tutte le sue forme. Il PD deve stare dalla parte dei risparmiatori e delle imprese sane che creano lavoro, non da quella dei banchieri. Sarebbe opportuno aprire un dossier degli ultimi vent’anni e forse ci aiuterà la commissione d’inchiesta parlamentare. Ma quello che possiamo già dire oggi è che l’epilogo della vicenda MPS non è stato caratterizzato da trasparenza. L’unica certezza è che alla fine di questa storia i 20 miliardi necessari a tenere in sicurezza il sistema li hanno messi gli italiani facendo maggior debito con l’intervento inevitabile e necessario fatto dal Governo Gentiloni. I problemi delle banche italiane si possono identificare in questo momento in tre aree: qualità del credito, modello commerciale, qualità della governance, quest’ultima è tra le ultime in Europa. I consigli di amministrazione delle nostre banche sono troppo numerosi rispetto alla media europea. Questo riflette l’annosa frammentazione del sistema bancario in tanti rivoli di banche locali che andrebbero riorganizzate in funzione dei settori che coprono e non della mera copertura geografica per essere mantenute sotto il controllo politico di enti e partiti locali. Il Fondo Atlante è stata una buona intuizione, chiamata di mercato, ma con un’evidente regia dello Stato. Sarebbe stato più opportuno far aumentare la quota della Cassa Depositi e Prestiti e chiedere alle banche di mettere la restate parte del denaro. Le banche internazionali invece che intermediano il debito pubblico italiano, come Jp Morgan, Ubs, Goldman, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Black Rock e tante altre hanno pensato che l’Italia fosse un supermarket aperto solo quando ci sono le privatizzazioni o le ricche commissioni per i prestiti garantiti. È necessaria una rigorosa vigilanza. L’idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta alla teoria della rottamazione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosuffi- cienza delle decisioni prese a colpi di maggioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana. Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non dà diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere protagonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio. Il partito democratico è nato dall’unione fra le culture cattolico-democratiche, ambientaliste e le tradizioni progressiste, che hanno scritto la storia di libertà e democrazia del Paese, per raccoglierne i valori di emancipazione ed uguaglianza e proiettarle nella modernità. Non un partito che si trasforma in un comitato elettorale permanente, un votificio a disposizione dei capicorrente territoriali, ma la grande casa delle battaglie per la giustizia sociale, la solidarietà e l’uguaglianza. Stare nel Partito democratico non può più significare subire le scelte dall’alto di pochi dirigenti. Il nuovo Partito Democratico che vogliamo costruire avrà al centro un modello di partecipazione autentico, in cui ogni tesserato sarà coinvolto nella scrittura dei programmi e nella loro attuazione, a qualsiasi livello territoriale, e verrà consultato sulle scelte strategiche. Il partito democratico deve tornare ad essere innanzitutto una comunità di uomini e donne che insieme stabiliscono percorsi e proposte, in cui la maggioranza non sia tale solo per esercitare il potere e l’arroganza contro la minoranza. Il pluralismo è la risorsa di un partito che ha l’ambizione di essere maggioritario. La minoranza deve essere una voce critica e propositiva per il partito, la maggioranza deve avere un orecchio pronto ad ascoltare proposte e suggerimenti, l’insieme dei gruppi dirigenti deve avere l’obbligo di rispettare questa comunità, vincolando scelte e decisioni al coinvolgimento della base del partito, attraverso un modello partecipativo organizzato con nuovi strumenti tecnologici: noi proponiamo una piattaforma digitale – che sperimenteremo anche in questo congresso – e che consentirebbe a milioni di italiani iscritti al PD, di mandare le proprie proposte, di partecipare a tutte le decisioni importanti, di essere coinvolti nella stesura dei programmi elettorali, di poterne verificare l’attuazione a tutti i livelli, di essere collegati agli eletti. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivismo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della partecipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una rete di circoli, iscritti, rappresentanti istituzionali, che, attraverso la piattaforma digitale possa essere costantemente connessa e consultata. Avere in tasca la tessera del PD non può e non deve rappresentare solo il momento dell’elezione degli organismi dirigenti ma un tratto identitario di appartenenza ad una comunità decidente. Il partito democratico non può dimenticare i territori come è avvenuto. Un partito concepito come unnucleo centrale che lancia input senza avere la capacità di trasferire o ricevere stimoli per assenza di una rete strutturata non può formare classi dirigenti e non ha la capacità di ascoltare e dunque cogliere le problematichedelterritorio. Le federazioni regionali, provinciali ed i circoli devono tornare ad essere i centri di discussione vera, in cui la politica del partito democratico si forma, vive e diffonde la sua essenza. Per rilanciare i partito, abbiamo bisogno di una riconnessione sentimentale con la nostra base di iscritti ed elettori, e ciò non può avvenire se i circoli sono chiusi e le federazioni abbandonate. Dobbiamo rivedere anche il nostro Statuto su un punto fondamentale: il Pd non può essere il partito dell’uomo solo al comando. Non si possono cumulare la carica di segretario con quella di candidato premier. Questa sovrapposizione ha prodotto molti danni alla vita democratica del nostro partito, perché concentra troppi poteri in mano ad uno solo, il/la quale può esercitarli in maniera distorta, ad esempio con una selezione degli eletti “per fedeltà al capo”. E’ bene dunque, che i ruoli siano distinti. E’ bene che il Partito Democratico salvaguardi la propria vita democratica evitando che un segretario usi il partito come trampolino di lancio per la leaderschip. E riteniamo che per statuto tutti gli organi debbano essere composti in egual numero da uomini e da donne e che i giovani democratici debbano stare di diritto e con diritto di voto in tutti gli organismi dirigenti. La formazione dei giovani e dei gruppi dirigenti deve tornare ad essere essenziale a tutti i livelli. Studio e conoscenza devono tornare ad essere un campo di sperimentazione continua, di approfondimento culturale, lo spazio in cui definiamo tutta la nostra cassetta degli attrezzi. Moralità, correttezza e verità – dire ciò che si pensa, fare ciò che si dice – sono per noi le chiavi di volta per ricostruire un pensiero democratico, una cultura democratica opposta ai populismi, che sia guida per una società più giusta. La crisi iniziata nel 2008 è la più grave crisi economica dopo quella del 1929: una fase di depressione economica con conseguenze assai preoccupanti sull’economia reale, le attività produttive, il lavoro, la coesione sociale. La crisi, per inciso, ha anche messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di tolleranza e di civiltà su cui esse si sono fondate. La reazione dell’Europa è stata del tutto inadeguata: ad una crisi economica che si è espressa in superficie con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, ma che ha radici profonde nell’economia e nella società, è stata data la sola risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi. E’ in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e dell’integrazione tra i paesi europei. Il 25 marzo si celebreranno, a Roma, i sessant’anni dell’Unione europea: un appuntamento che – come ha ricordato lo stesso presidente Jean-Claude Juncker presentando al Parlamento europeo il Libro Bianco sul futuro dell’Unione – costituirà anche, dopo la Brexit, “il certificato di nascita della nuova Unione a 27”. Basta questo dato per segnalare la necessità che – a fronte dei rischi di uno scenario internazionale in cui l’accento torna a battere sul tasto delle barriere sovraniste a discapito dei tentativi di governo democratico della globalizzazione – Partito Democratico e Partito Socialista Europeo si facciano protagonisti, in Italia e in Europa, di una discussione alta e partecipata sulle prospettive di tenuta e sviluppo del progetto europeo. Si tratta, dunque, di rendere anzitutto chiara la strutturale ambiguità di un Libro Bianco che risponde all’interrogativo sul “Quo vadis Europa” prospettando la possibilità di cinque diversi percorsi: “continuare”, “nient’altro che il mercato unico”, “chi chiede di più deve impegnarsi maggiormente”, “fare meno in modo più efficiente”, “fare molto di più insieme”. Percorsi registrati quasi “notarilmente”, anziché scegliere e muovere nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, con un governo eletto democraticamente, dal riconoscimento dell’esigenza dell’apertura di una nuova stagione del progetto politico europeo, che assuma come centrali l’impegno per la crescita e per l’occupazione, per le politiche sociali e per la tutela dell’ambiente e, coerentemente con il perseguimento di questi obiettivi, la soluzione dei nodi dell’unione fiscale e di un bilancio dell’eurozona con risorse proprie, di una unione bancaria finalmente dotata di un fondo comune di garanzia per i depositi bancari, della messa in opera di strumenti di mutualizzazione dei debiti pubblici. Alla prospettiva dello sfaldamento del progetto politico europeo, non ci sembra che possa essere data risposta se non ripartendo dalla radice dei problemi e rendendo chiaro ai cittadini europei che un’alternativa al paradigma dell’austerità e della contrazione espansiva è tanto necessaria, quanto possibile. In Europa ci sono troppe velocità: dalla moneta per alcuni, a Schengen per altri, alla Difesa con visioni diverse, dall’unione bancaria all’immigrazione, dal mercato unico al fisco, fino al welfare, su cui ognuno fa quel che gli pare. Siamo ancora molto lontani dall’Europa sognata da Spinelli e De Gasperi. L’Europa deve invertire la rotta, superando i dogmi e le miopie del rigore e avviando una nuova fase che abbia come obiettivi la crescita e il rafforzamento della coesione sociale, rimettendo al centro la persona che lavora e i suoi diritti, riaffermando la centralità di un intervento pubblico di correzione delle dinamiche di mercato. Innanzitutto, più welfare europeo, riducendo il divario tra il modello nordico e quello dell’area meridionale che non emerge dalla fascia mediterranea. Rafforzare il sistema sociale europeo, vuol dire assicurare una rete universale di protezione sociale (disoccupazione, malattia, pensionamento, maternità). Garantire agli individui e alle famiglie un reddito minimo, basato sull’approccio “human capital”, che prevede che il sussidio venga fornito alla condizione che il lavoratore partecipi a programmi pubblici di riqualificazione, in modo da facilitare il rientro nel mercato del lavoro. Più occupazione giovanile e mobilità, e su questo versante dobbiamo sostenere il riconoscimento di un piano di investimenti pubblici su vasta scala, e chiedere il potenziamento del programma Erasmus + fino al 2020 con maggiori risorse del bilancio europeo da destinare a questo programma di mobilità per l’apprendimento. Prioritario potenziare i fondi per l’innovazione delle imprese, per creare reti d’accesso di nuova generazione, banda larga e infrastrutture materiali e immateriali, in un’ottica di sviluppo integrato. In questo quadro, pensando al ruolo delle Regioni nella politica di coesione post 2020, il tema della macroregioni dell’UE è strategico (in particolare EUSAIR ed EUSALP che coinvolgono l’Italia) nell’ambito di progetti transnazionali e per il rafforzamento dei rapporti di cooperazione e di vicinato con i paesi non europei. Sono necessari maggiori investimenti finanziari diretti dell’UE per sostenere il turismo e tutta la filiera interessata, e per le smart cities, in termini di energia, trasporti ed efficienza energetica negli edifici. L’Europa attraversata da tensioni senza precedenti, anche a causa della pressione dei fenomeni migratori, rispetto ai quali si fatica ad avere una pur minima condivisione di approccio e di responsabilità, ulteriormente aggravate dalla Brexit, va vissuta con la determinazione di chi vuole gli Stati Uniti d’Europa e si comporta di conseguenza: non flessibilità per pochi anni e pochi decimali di spesa, ma sfida a viso aperto ai nuovi nazionalisti nemici di fatto dell’euro e dell’idea stessa di Unione Europea. Sull’Europa il nostro paese, e quindi il Partito Democratico, è chiamato alla sfida più grande e difficile degli ultimi cinquant’anni. Oggi alla politica è chiesto coraggio. Il coraggio di pensare e costruire una politica comune europea su welfare, difesa, fisco, immigrazione, un progetto politico fondato su nuovi processi democratici e di partecipazione, nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Equità, etica e redistribuzione: i valori dei riformisti Il più grande errore che potremmo commettere sarebbe quello di andare incontro alla rivoluzione del capitalismo globale a compartimenti stagni. Equità, etica e redistribuzione non sono valori negoziabili per un grande partito riformista. Con l’economia digitale siamo di fronte a una rivoluzione epocale, superiore per impatto economico a quelle che hanno poi portato alla rivoluzione industriale. La dematerializzazione della ricchezza necessita di un approccio radicalmente nuovo e l’intelaiatura fiscale che regola i rapporti tra i vecchi Stati nazionali, società e imprese deve necessariamente adattarsi alle nuove regole del mercato. E anche il fisco deve seguire questi straordinari cambiamenti. Chi non è d’accordo e sostiene il contrario deve anche spiegare il perché alle migliaia di aziende che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per norme incoerenti in Europa e negli stessi Stati membri, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi profitti che riescono a fare nei singoli Paesi. Ora alla politica italiana ed europea serve il coraggio di regolare le distorsioni. L’IVA devono pagarla anche le multinazionali del web. Nel contesto descritto infatti, si inserisce la necessità di una webtax per regolamentare il mercato che, a causa di una carente normativa in materia, è diventato un far west. Vincono sempre i più forti. Dobbiamo mettere le aziende italiane come le altre imprese nazionali dei principali Paesi europei nella condizione di operare in un regime di concorrenza leale fermando l’elusione fiscale senza precedenti praticata da imprese multinazionali che erogano servizi o vendono beni in Italia, fatturando da Lussemburgo, Irlanda o Olanda, o in alcuni casi anche da paradisi fiscali, utilizzando l’ormai obsoleto concetto di ‘non stabile organizzazione’. Il Parlamento italiano nel 2013 aveva approvato una norma, fortemente voluta dal Partito Democratico, innovativa e che ha determinato in Europa l’apertura del dibattito parlamentare. Nel settembre del 2014, in Aula alla Camera, durante in semestre europeo di presidenza italiano, le commissioni Bilancio dei 27 Paesi arrivarono alle stesse conclusioni. Purtroppo, uno dei primi atti del governo Renzi fu la cancellazione annunciata da un infausto tweet che si è trasformato in un boomerang per tutti, per le entrate della nostra amministrazione fiscale e per lo stesso dibattito politico-culturale in Italia e in Europa. Abbiamo potuto recuperare centinaia di milioni di euro solo attraverso il lavoro più duro e complesso fatto dalla Procura della Repubblica di Milano e dalla Guardia di Finanza. Il PD che abbiamo in mente dovrebbe dotare il Paese di regole chiare, semplici e rispettate da tutti, senza costringere Magistratura e Forze di Polizia tributaria a sforzi successivi, come quelli a cui gli italiani hanno assistito in questi ultimi anni. Occorre costruire in Italia e in Europa, una vera proposta anti-austerità che batta le destre sovraniste, la dobbiamo promuovere noi, aprendo subito un confronto con tutte le sinistre europee. Crediamo che al Paese serva innanzitutto un piano straordinario per l’occupazione. Per superare la crisi e porre le basi di una crescita equa e sostenibile l’Italia deve partire dal lavoro. L’attuale mercato del lavoro è caratterizzato da produttività stagnante, alta disoccupazione, specie giovanile, stagnazione delle retribuzioni, discontinuità dei percorsi lavorativi e eccessiva occasionalità delle occupazioni. Questi ultimi aspetti determinano spesso precarietà e vulnerabilità della condizione di vita di individui e famiglie. Inoltre, in molti settori economici il ricorso al lavoro nero è diventato un elemento strutturale del modello di specializzazione produttiva. Di fronte a questa situazione, il pacchetto di interventi sul mercato del lavoro enfaticamente denominato “Jobs Act”, ha avuto come unico esito concreto quello di incrementare sperequazioni e disuguaglianze sociali a danno di chi lavora, di ridurre le tutele per i lavoratori, senza determinare un reale aumento dell’occupazione. Nonostante l’ingente impiego di risorse finanziarie per incentivare le assunzioni, nonostante la diversificazione delle tipologie contrattuali e la revisione “al ribasso” di molte tutele per i lavoratori (tra questi l’abrogazione dell’art. 18), i risultati raggiunti sono assolutamente deludenti. Ben al di sotto di ciò che serve al Paese. Gli effetti sull’occupazione si sono rivelati del tutto effimeri e legati alla presenza di sconti fiscali; vice versa, è rimasto l’indebolimento delle tutele. È ora di prendere atto della realtà e di comprendere che, per affrontare i problemi che affliggono il mercato del lavoro, è necessario un cambiamento di prospettiva: occorre adottare misure che promuovano una crescita economica ad alta intensità di lavoro. Di un lavoro svolto in condizioni dignitose. La politica per l’occupazione deve operare su più fronti. Da un lato, deve contribuire a creare le condizioni affinché le imprese possano assumere, attraverso il rafforzamento della capacità produttiva complessiva e la ripresa dell’agenda delle riforme strutturali. Dall’altro, lavorare ad un sistema di regole e di tutele sociali che impediscano che le nuove forme precarie e instabili del lavoro si traducano in precarietà, insicurezza e vulnerabilità della vita delle persone. Una politica che miri a creare occupazione deve abbandonare l’impostazione di politiche dell’offerta fino ad ora seguite e fondarsi invece su una strategia complessiva basata su più pilastri: La leva fiscale Occorre una riduzione stabile e strutturale dell’imposizione sul reddito da lavoro e più in generale del cuneo fiscale, ed una revisione della scala delle aliquote, al fine di sostenere i redditi della classe media e delle famiglie a più basso reddito migliorando al tempo stesso gli incentivi alla partecipazione al lavoro per gli individui e alle assunzioni da parte delle imprese; la riduzione del prelievo sul reddito da lavoro deve essere strutturale e non episodica, e, per essere credibile, deve essere sia finanziata con: • un recupero della tassazione ordinaria sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari; • una convincente politica di recupero dell’evasione; • l’introduzione nel nostro ordinamento della tassazione per le multinazionali che operano in Rete (webtax), con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale in una economia digitale, attraverso il contrasto all’evasione fiscale tipica delle transazioni online. Il fisco nel linguaggio comune si intreccia, spesso, con quello dello Stato come soggetto dell’attività finanziaria nei rapporti con il cittadino contribuente. Il PD riparte da qui: dai rapporti fondamentali che regolano le relazioni dell’amministrazione fiscale tra cittadini, imprese e Stato. Un sistema tributario equo deve cagionare il medesimo sacrificio a ogni contribuente. È questa la differenza fondamentale tra sinistra e destra. Fare tutti gli stessi sacrifici non si può tradurre, come teorizza qualcuno a destra, che si debba pagare la stessa aliquota. La progressività delle imposte è un valore imprescindibile. Abbassare le aliquote più basse è il nostro impegno. Ridurre l’aliquota più bassa Irpef dal 23% al 20% deve essere il nostro principale obiettivo. Il limite della politica sul fisco degli ultimi anni è stato non avere il coraggio di intervenire sui redditi e sulle imposte indirette al fine di modificare la composizione delle entrate fiscali. Sul fisco oggi in Italia non è garantita l’equità: da un lato c’è chi accumula sempre più ricchezza e dall’altro chi ha sempre meno certezze; equità, etica, ridistribuzione, devono essere il punto fermo per le misure legislative connesse al fisco. Dobbiamo superare la politica dei bonus per rimettere al centro i diritti. Decontribuzione strutturale Tra il 2008 e il 2015 abbiamo vissuto una durissima recessione, con una riduzione di 100 mld di prestiti alle imprese e sofferenze bancarie arrivate fino a 200 mld e una dura contrazione dei consumi. In quel contesto la riduzione dell’Irap sul costo del lavoro e la decontribuzione sul lavoro sono state buone misure del governo Renzi. Il limite però resta la provvisorietà della misura connessa alla decontribuzione sul lavoro. La decontribuzione piena per i neo assunti ha avuto nel 2015 effetti positivi, poi svaniti appena sono terminate le misure temporanee. Se vogliamo dare una svolta al mercato del lavoro, dobbiamo puntare sulla decontribuzione strutturale piena. Le aziende, come i lavoratori, hanno bisogno di certezze, non di bonus. Finanzieremo la decontribuzione strutturale sul lavoro con le risorse stanziate per gli 80 euro che rappresentano dei bonus, la cui scarsa efficacia è stata dimostrata nelle audizioni parlamentari sulla legge di Bilancio, sia da Banca d’Italia che da Istat. Con il bonus degli 80 euro lo Stato impiega oltre lo 0,7 del Pil per ritrovarsi benefici di spinta alla crescita dello 0,2. Un’operazione fallimentare. Finanziando la riduzione per sempre del costo fiscale sul lavoro per oltre 8.000 euro l’anno a lavoratore, le imprese saranno spinte a investire su nuovi prestatori d’opera e una parte del risparmio fiscale servirà ad aumentare i salari netti, ben oltre gli 80 euro. E sarà per sempre. La riforma dell’IVA Di una vera e propria “questione fiscale”, occorre parlare a fronte di una evasione stimata in circa 9 punti di PIL e, in particolare, a fronte di un’evasione IVA ammontante a circa 47 miliardi di euro. Le misure di contrasto dell’evasione fiscale e la proposta di riforma del regime IVA elaborate da NENS segnalano, a regime, la possibilità di conseguire un maggior gettito IVA prossimo ai 27 miliardi di euro ed un maggior gettito IRPEF, IRES e IRAP prossimo ai 32 miliardi di euro. Il tutto come abbattimento della quota di evasione e senza aggravi di prelievo nei confronti dei contribuenti in regola. Il tutto, ancora, facendo anzitutto leva sulla tax compliance , cioè su efficaci meccanismi normativi ed amministrativi di emersione della base imponibile, piuttosto che sull’azione di accertamento. Basti pensare che già il riordino delle aliquote IVA – con un più mirato utilizzo di una sola aliquota ridotta del 5% e con un’aliquota ordinaria inferiore al 19% – consentirebbe di conciliare recupero di evasione per circa 5 miliardi di euro e riduzione di prelievo a carico dei contribuenti in regola per circa 1,6 miliardi di euro. Il rilievo di queste cifre conferma, una volta di più, che l’efficacia dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale è condizione fondamentale per qualsiasi credibile e strutturale processo di riduzione della pressione fiscale complessiva a carico dei contribuenti in regola. Lo è per la progressiva eliminazione delle vecchie clausole di salvaguardia su IVA e accise, così come per il riordino delle aliquote IRPEF e per gli interventi di riduzione del cuneo fiscale. Grazie alla nuova legge di Bilancio approvata nel 2016 non esisteranno più nuove clausole di salvaguardia e questo dovrà spingere l’amministrazione fiscale a definire sempre più corretti obiettivi di entrata e i principali ministeri di spesa a fare previsioni coerenti con le reali politiche di bilancio. Le regole del lavoro e le tutele del lavoratore E’ necessario contrastare il ricorso surrettizio a strumenti formativi per mascherare veri e propri rapporti di lavoro, incentivare l’arricchimento professionale dei lavoratori e non soltanto l’adattamento on the job, semplificare davvero il quadro delle tipologie contrattuali in modo da prevenire la precarizzazione dei rapporti, dare un ordine alle nuove forme di lavoro digitale. In particolare: • le imprese devono esercitare la facoltà di licenziare in modo serio e responsabile, ragione per cui è necessario reintrodurre l’art- 18, e cioè il rimedio della reintegrazione al lavoro in tutti i casi in cui i licenziamenti siano ingiustificati; • i voucher devono essere completamente riconfigurati diventando, come in molti Paesi europei, il mezzo che le famiglie possono utilizzare per pagare i dipendenti di agenzie specializzate allorché effettuino in loro favore attività di cura alle persone o i piccoli interventi di manutenzione; • l’impiego irregolare dei lavoratori deve essere contrastato in ogni modo, anche per garantire una leale competizione tra imprese; • anche ai lavoratori della economy on demand deve essere assicurata una protezione sociale adeguata e ciò implica che alla loro remunerazione deve essere sempre associata una contribuzione previdenziale. Un piano di investimenti Negli ultimi anni, a fronte di un debito pubblico che non si è ridotto, è diminuita sensibilmente la spesa in conto capitale, cioè la spesa per il futuro. Gli investimenti pubblici e gli interventi per sostenere quelli privati sono ai minimi storici in Italia. Occorre riprendere un piano di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, anche utilizzando la sinergia con gli investimenti finanziati dall’Europa, a cominciare dagli investimenti sulla rete della mobilità, sull’energia, e sulla formazione superiore. Occorre predisporre un quadro finanziario pluriennale nazionale di investimenti infrastrutturali, che svolga anche una funzione di riduzione dei divari territoriali e che rispetti il principio di addizionalità rispetto ai fondi strutturali europei. Infrastrutturazione logistica e digitalizzazione, prevenzione antisismica e cura del territorio sono, in particolare, chiamate a compiere un vero e proprio salto di qualità. Allo stesso tempo occorre introdurre leve fiscali per incentivare gli investimenti privati. Interventi che siano certi e stabili nel tempo, perché solo così in grado di influenzare le scelte economiche delle imprese. La politica industriale È necessario ricominciare a fare la politica industriale nel nostro paese, al fine di riconoscere, accompagnare e stimolare i punti di forza delle imprese di piccole, medie e grandi dimensioni e, in particolare, di promuovere l’organizzazione e la diffusione di ecosistemi imprenditoriali innovativi. Alcuni specifici interventi appaiono non rinviabili: • l’accelerazione del piano per la banda ultralarga, tenendo conto, ad esempio, che, ad oggi, nell’ambito dei distretti industriali, soltanto 375 comuni su 2105 dispongono di offerta di banda da 30 megabit al secondo. • promozione di una crescente ibridazione di manifattura e servizi, per via di innovazione tecnologica ed organizzativa, al fine dell’efficientamento e la crescita dimensionale e di rete del tessuto dell’impresa diffusa di territorio; • promozione delle energie rinnovabili, aumento dell’efficienza energetica ed economia circolare; riduzione dei costi energetici a carico del sistema produttivo; • rafforzamento dei compiti di supporto all’open innovation nell’ambito della missione di Cassa Depositi e Prestiti, del Fondo di garanzia per le PMI e di Invitalia, anche ottimizzando l’impegno delle risorse europee. Sul piano internazionale, è indubbio che l’accordo commerciale tra Italia e Canada (CETA) riduca le garanzie di rispetto dei rigidi regolamenti europei su OGM e glifosato, danneggiando i piccoli produttori locali, con profili di rischio per la sostenibilità ambientale dell’attività agricola. Il CETA non tutela le produzioni alimentari a indicazione geografica e favorisce le multinazionali. In assenza di sostanziali modifiche, noi proponiamo che il Partito Democratico si schieri al fianco di chi chiede di non ratificare l’accordo, e che il Governo promuova e rafforzi le filiere agroalimentari made in Italy. Le principali filiere agroalimentari – olio, grano, vino, pomodoro, latte – sono state oggetto di interventi legislativi che hanno visto impegnati i parlamentari PD e che premiano chi produce e trasforma avendo come obiettivo l’incremento del valore della materia prima e del prodotto lavorato, la semplificazione burocratica e la protezione della sicurezza alimentare a vantaggio del consumatore. Alimenti tracciati ed etichette chiare e trasparenti sono strumenti strategici nella lotta alla contraffazione alimentare e nell’attività di contrasto all’italian sounding che sottraggono annualmente 60 miliardi di euro al nostro sistema agroalimentare. E’ nostro compito accompagnare e sostenere gli investimenti sull’innovazione nel settore agroalimentare: ricerca e sviluppo, nuovi impianti, automazione, ICT e logistica. L’obiettivo è integrare le produzioni tradizionali con prodotti ad alto contenuto di servizio e con impatto positivo sulle diverse filiere agroalimentari. Equità, etica e redistribuzione, dunque, anche per una politica industriale a misura delle piccole e medie imprese che sono il grande motore produttivo del Paese. Una politica, cioè, che si propone di accompagnare e stimolare i processi di incremento di efficienza e di crescita dimensionale e di rete di queste imprese, facendo oggi perno, in particolare, sull’ innovazione tecnologica ed organizzativa: a partire dalle opportunità di “Industria 4.0” e dalla costruzione di piattaforme territoriali che facilitino accesso e finanziamento dell’innovazione. Per le piccole e le medie imprese servono strumenti per una effettiva riduzione dei costi della provvista energetica e dei servizi professionali, assicurativi e finanziari, così come un’ulteriore accelerazione degli effettivi tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni. L’Italia spende per il welfare meno e peggio degli altri paesi europei. Abbiamo un welfare iniquo perché parte della spesa va a beneficio di chi non ne avrebbe bisogno. E inefficace perché sono nettamente insuffi- cienti le risorse destinate a disoccupazione, esclusione sociale, politiche per la famiglia, non autosufficienza. Abbiamo molteplici punti di sofferenza, rappresentati da un sistema di ammortizzatori sociali disomogeneo, incapace di fornire una rete di protezione generalizzata dal rischio di disoccupazione, in particolare per i lavoratori delle piccole imprese e per i lavoratori precari, dal sostegno inadeguato alla genitorialità, sia mediante servizi all’infanzia sia attraverso trasferimenti monetari, con i conseguenti effetti negativi sul lavoro femminile, in particolare nel Mezzogiorno. Manca uno strumento universalistico di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale pur esistente in tutta Europa, le risorse dedicate alla non autosufficienza, in particolare sul fronte dei servizi sono inadeguate, è crescente la difficoltà di assicurare servizi omogenei, anche territorialmente, per garantire i diritti all’istruzione e alla salute. Questi limiti, noti da decenni, sono oggi accentuati e rischiano di incancrenirsi a causa della lunga stagione di recessione che abbiamo alle spalle e per via delle trasformazioni di un mercato del lavoro che si caratterizza sempre di più per la precarietà, l’incertezza e l’insicurezza dei rapporti di lavoro. Vi è chi ritiene che, nell’attuale contesto di crisi, il welfare – per il connesso carico sulle finanze pubbliche – sia di impaccio nel confronto competitivo tra Paesi e che quindi esso debba essere drasticamente ridimensionato. Si tratta di una tesi regressiva e antistorica. Gli istituti della cittadinanza sociale elevano la produttività di un Paese e di un territorio e rendono sostenibile la crescita. La qualità del welfare misura il progresso di una società e ne sostiene la crescita economica. È necessaria una riforma del welfare che metta al centro la persona come soggetto di diritti e di doveri, al fine di assicurare l’uguaglianza delle opportunità e promuovere le capacità, e dunque le libertà, dei cittadini, nella consapevolezza che vi è un nesso inscindibile tra diritti individuali, diritti del lavoro, diritti sociali. Occorre una riforma organica che vada nella direzione dell’universalismo e dell’equità: è necessario da un lato prevedere una forma universale di sostegno al reddito per chi è escluso dal mercato del lavoro e vive in condizioni di povertà assoluta e, dall’altro, rafforzare il sistema di protezione sociale per chi, anche se lavoratore, vive situazioni di disagio economico legate alla precarietà, alla genitorialità e alla non autosufficienza. Proponiamo alcune misure concrete: – per le fasce più deboli della popolazione, per coloro i quali restano esclusi dal mercato del lavoro, serve un intervento appositamente disegnato, che offra un reddito minimo a chi è in condizioni di grave disagio economico, condizionato alla partecipazione attiva a programmi di inclusione sociale, formativa e lavorativa. Occorre superare l’esperienza parziale del SIA e realizzare un sistema compiuto di sostegno al reddito realmente universalistico, sul modello del Reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà: uno strumento che preveda un trasferimento monetario legato al bisogno del beneficiario e un percorso di attivazione economica e sociale; che abbia una base familiare, ma con elementi che consentano una attenzione nei confronti dei singoli individui; una misura nazionale e universalistica, una misura strutturale e stabile nel tempo; – un potenziamento degli assegni famigliari e in particolare per le famiglie con figli, determinati anche in base alla capacità economica familiare, al fine di aiutarle a sostenere i costi di mantenimento ed istruzione dei figli e nell’offrire a questi ultimi una maggiore uguaglianza delle opportunità; – sviluppo della rete dei servizi per i cittadini, a cominciare dai consultori familiari, e da quelli per i bambini, in particolare sviluppando su tutto il territorio una rete di nidi per l’infanzia, e per gli anziani, anche attraverso l’assistenza domiciliare, al fine di migliorare la qualità di vita delle famiglie e promuovere la parità di genere. Per questi servizi occorre prevedere schemi di compartecipazione alla spesa che siano equi, e quindi differenziati in base ai mezzi economici dei beneficiari, e sostenibili, in un quadro di regolazione pubblica che garantisca qualità dei servizi e sostenibilità degli stessi nel lungo periodo; – rafforzamento dei programmi di edilizia sociale e sostegno alle famiglie povere nell’accesso ai mutui e nel pagamento dei canoni di affitto; L’accesso universale e il finanziamento pubblico del sistema sanitario sono una caratteristica qualificante del modello sociale Europeo. Pur nella ricerca dei guadagni di efficienza che migliorerebbero qualità e sostenibilità del sistema è innegabile che l’attuale sistema di riparto non tiene conto delle peculiarità sociali del Mezzogiorno di Italia, ovvero di un «indice di deprivazione», rappresentato dal peso della povertà nelle condizioni di salute della popolazione. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione. La scuola è la comunità inclusiva per eccellenza del sistema paese, quella che forse più di altri incarna i principi e i valori della Costituzione. La comunità che prima di altri sancisce per ogni cittadino l’idea della cittadinanza universalistica. Per questo è sempre stata un interlocutore essenziale del Partito Democratico fin dalle sue origini. Proporsi di costruire una riforma sulla scuola, senza coinvolgere la scuola, anzi scatenandola contro, è stato un errore tragico. Con la famigerata legge 107/2015 la cosiddetta “buona scuola” provvedimento bandiera del governo Renzi, si è sbagliato nei contenuti e nel merito. La riforma, ennesima, che voleva rappresentare una rivoluzione copernicana del sistema formativo nazionale, non solo ha finito per scontentare tutti ma ha creato la più lacerante contrapposizione d’interessi che la scuola italiana ricordi: docenti titolari di ambito contro docenti titolari di scuola, docenti di ruolo contro docenti precari, personale ATA contro personale docente, dirigenti scolastici contro tutti. Essa invece, avrebbe dovuto affrontare i grandi temi dell’innovazione dei programmi di studio, dei contenuti di apprendimento e delle metodologie didattiche per superare le ragioni divisive che ancora permangono per una mancata uguaglianza delle opportunità di partenza. Un vero disastro, a cui il Partito democratico deve porre rimedio subito, riaprendo con la scuola un percorso di confronto, di partecipazione e di condivisione. Ricomporre in unità la frattura tra nord e sud del paese deve rappresentare lo spirito riformatore di un sistema dell’istruzione. Noi pensiamo che il sistema scolastico debba tornare a rappresentare il volano di un’azione politica complessiva capace di rilanciare la sfida per unificare definitivamente, il Paese, integrando culturalmente tutte le differenze, attorno ai valori di cittadinanza rispettosi della Costituzione e in sintonia con i grandi temi che la società di oggi richiede. Dobbiamo innanzitutto abrogare gli snodi più critici della legge 107/2015 che hanno prodotto contrapposizioni che vanno rapidamente ricomposte e realizzare un ribaltamento dell’orizzonte politico e un metodo completamente diverso di affrontare i problemi della scuola italiana. Per cominciare, noi pensiamo che gli investimenti per la scuola debbano progressivamente raggiungere i parametri europei del 6% e che gli stipendi degli insegnanti italiani non possano continuare ad essere i più bassi di Europa. L’adeguamento salariale con il rinnovo del contratto del pubblico impiego – che manca da sei anni – deve porsi l’obiettivo di un inquadramento di duemila euro entro i primi anni di insegnamento. Altro punto fondamentale: la scuola a tempo pieno in tutto il Paese, un diritto che va esteso anche nel Mezzogiorno, così come gli asili nido che necessitano di un investimento significativo. Per troppi anni abbiamo garantito il sistema sulle spalle del precariato. Quella del precariato è una stagione che deve essere chiusa, attraverso un piano straordinario di assunzioni dei precari della scuola per la chiusura delle graduatorie ad esaurimento. Se è vero che senza una scuola più forte, l’Italia non riparte. E’ altrettanto vero che senza il Sud il Paese intero non riparte. Ed è questa la prima gigantesca sottovalutazione che va affrontata, riequilibrando le troppe disparità del sistema. Se pensiamo all’Università questo è ancora più evidente. Gli atenei meridionali, sono in grave difficoltà economica e con una popolazione studentesca dimezzata soprattutto per ragioni di reddito. Le università italiane e la ricerca devono essere il pilastro portante di un nuovo innovativo piano di sviluppo economico, in tutti i settori strategici. Fare ricerca è essenziale per cambiare la specializzazione produttiva italiana ed entrare nell’economia della conoscenza. Serve dunque investire di più in ricerca, recuperando il ritardo rispetto ai paesi più avanzati e passando progressivamente, ma rapidamente da una spesa dell’1,3% del Pil ad almeno il 3%. Tuttavia non basta aumentare il budget. Occorre anche mettere in campo meccanismi di assegnazione delle risorse che siano basati su criteri di equità e di produttività, tenendo insieme la valutazione dei risultati della ricerca e l’esigenza di tener conto dei diversi contesti territoriali. Se l’Unione Europea impegnasse i governi a tenere i loro finanziamenti alla ricerca sopra i livelli di sussistenza, con la stessa forza con la quale chiede di tenere in ordine i conti pubblici, sarebbe già un bel cambiamento. In Italia non c’è una legge nazionale sul diritto allo studio. Nel provvedimento sulla buona scuola il governo aveva promesso agli studenti, che sarebbe stata emanata, ma i decreti attuativi hanno tradito questa promessa. Il nuovo fondo nazionale sul diritto allo studio vale più o meno sei euro a studente. Una miseria. Di più: l’assenza di una previsione chiara dei LEP su tutto il livello nazionale continuerà ad alimentare una frammentazione geografica del welfare studentesco, con Regioni più ricche e più povere. Dobbiamo rimediare a questa mancanza. Il patrimonio paesaggistico e naturalistico di cui dispone l’Italia è riconosciuto come una componente fondamentale del benessere dei cittadini. La sostenibilità ambientale, la difesa del mare e del suolo per valorizzare le energie pulite, l’uso corretto delle risorse idriche, rilanciando la lotta all’abusivismo, devono guidare le nostre scelte politiche. Occorre consumare meno territorio e meno energia per ottenere risultati migliori, senza abbassare il livello delle garanzie sociali ed ambientali. Siamo di fronte ad una sfida epocale che riguarda la sopravvivenza del pianeta, e che chiama ad una forte responsabilità tutti i governi verso un cambiamento radicale dell’idea di sviluppo, un cambio di paradigma alla base di politiche economiche etiche e sostenibili. La protezione dell’ambiente rappresenta una chiave determinante e lungimirante per le scelte del sistema Paese ed anche dei singoli cittadini, non a caso i costituenti hanno voluto tutelare il nostro paesaggio come elemento su cui si fonda la nostra identità, la nostra memoria, e la stessa coesione nazionale. Ciò rende indispensabile un forte rilancio di politiche economiche innovative, non più contrapposte alla salute e all’ambiente, ma che coniughino il lavoro e l’impresa con il rispetto della vita umana e della natura. Dai territori, dal nord al sud del Paese, emerge la richiesta di una democrazia non formale, su scelte strategiche per il presente ed il futuro delle comunità. La logica di perenne eccezione ed emergenza, con cui si affrontano scelte impegnative in maniera ambientale ed energetica attiene anche al rapporto fra i diversi livelli territoriali delle istituzioni e le comunità. Il principio di supremazia, che accentra sul potere centrale ogni decisione, estromettendo i livelli di governo più prossimi alle comunità locali, come le Regioni, è un principio che mina la coesione sociale e nazionale. I principi costituzionali tesi a salvaguardare l’equilibrio fra poteri e la partecipazione dei territori interessati, per fortuna non sono stati modificati dal popolo italiano con il Referendum del 4 dicembre 2016, che stravolgeva l’art. 117 concentrando nelle esclusive “man” del governo le autorizzazioni su porti, infrastrutture, energia, inceneritori eliminando qualsiasi possibilità di partecipazione delle comunità e dei governi locali nelle decisioni. Con la previsione della clausola di supremazia, lo Stato centrale avrebbe potuto decidere avocando a sé le decisioni anche su tutte le rimanenti competenze regionali qualora l’interesse economico e nazionale lo richiedesse. Un vero e proprio commissariamento dei territori che già in virtù dello “sbocca Italia”, possono subire progetti ad alto impatto ambientale. Ricordiamo, che la Consulta ha dichiarato incostituzionali parti rilevanti del decreto “sblocca Italia” per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, e che molte Regioni hanno contestato duramente questa impostazione, costringendo il governo Renzi a ritirare alcune norme relative alle trivellazioni petrolifere entro le 12 miglia ed alla durata delle concessioni. Scelte peraltro mai discusse con le Regioni interessate, tanto da costringere i consigli regionali di 5 Regioni, (fatto mai accaduto nella storia della Repubblica), ad indire un referendum contro le trivelle in mare che non ha raggiunto il quorum, ma ha trovato l’assenso di ben 13 milioni di cittadini italiani. Siamo contrari alle trivellazioni nel mare italiano e siamo convinti che non sia questa la strada per produrre economica, occupazione, benessere per i territori, e che non sia questo il modello energetico da perseguire. Occorre un Piano Energetico nazionale che a partire da uno studio puntuale e reale dei fabbisogni energetici, delle risorse disponibili e dell’approvvigionamento necessario, persegui il ricorso a fonti alternative e rinnovabili. Non si fa ripartire l’Italia piegando l’ambiente e la sua tutela agli interessi di qualche multinazionale del petrolio. La conferenza mondiale sul clima di Parigi, e l’ultima COP22 di Marrakech, la conferenza mondiale organizzata dall’ONU lo scorso dicembre, si sono poste come obiettivo la riduzione delle emissioni nocive in aria, in ottemperanza agli accordi di Kyoto. A Parigi 196 nazioni si sono ritrovate per la prima volta unite contro il riscaldamento globale, dovuto alle emissioni di gas serra da parte dell’uomo, con la decisione di mantenere il riscaldamento entro 2 gradi dai livelli preindustriali, se possibile entro 1,5 gradi, attraverso un impegno comune formale verso una forte e costante riduzione delle emissioni di CO2 nell’aria, in particolare derivanti dalle fonti fossili. All’interno di questi obiettivi, il percorso di decarbonizzazione intrapreso da molti Paesi europei, deve diventare un obiettivo strategico delle politiche ambientali ed industriali, con la sperimentazione di una esperienza pilota come quella che si potrebbe realizzare nel più grande impianto d’Europa di produzione di acciaio alimentata a gas, l’Ilva di Taranto. Una proposta concreta, sostenibile attraverso l’utilizzo di gas naturale e nuove tecnologie che consentirebbero di minimizzare le emissioni nocive. Si può aprire complessivamente una nuova stagione che vedrebbe l’Italia leader delle nazioni civili che attuano questi processi. La modernizzazione di cui l’Italia ha bisogno è rappresentata dalla grande sfida legata alla conversione di modelli produttivi inquinanti, dal recupero del territorio, dall’investimento in energie pulite e rinnovabili, dal riciclo e dal riuso, dalla manutenzione e messa in sicurezza del territorio italiano. Serve un Piano nazionale delle Aree Interne e del dissesto idrogeologico, per ricucire e mettere in sicurezza i territori, specie nelle zone sismiche del Paese, per contrastare il pericoloso processo di abbandono di intere aree montane, che si priverebbero delle loro risorse turistiche e abitative, oltre che della necessaria manutenzione dell’uomo. Una “visione”, una strategia profondamente diverse da quelle intraprese finora. Un grande, autentico “Piano delle Grandi Opere”, che metta in sicurezza e a norma, sismica ed energetica, il grande patrimonio pubblico (scuole, ospedali, strutture dello Stato), connesso ad una “Legge sulla Bellezza”, che operi sullo smantellamento degli abusi, il recupero e la rinascita delle Periferie e dei centri storici, dei luoghi sfregiati dalla speculazione edilizia, sulla pulizia del mare e delle coste, la bonifica dei siti inquinati. Coniugando la tutela del Paesaggio, patrimonio unico ed indissolubile, a quella dei Beni Comuni, da lasciare intatti alle prossime generazioni, verso una piena Sostenibilità. Tutto questo attiene alla necessità di introdurre processi di partecipazione che coinvolgano i territori e le comunità locali, nelle scelte di grande impatto ambientale, urbanistico, paesaggistico come quelle derivanti dalla realizzazione di grandi opere. Per questo proponiamo che venga istituito al più presto attraverso una normativa nazionale che lo regolamenti, il dibattito pubblico obbligatorio per le grandi opere, come hanno già fatto alcune regioni italiane. Tutti questi progetti funzionano infatti solo se c’è il coinvolgimento dei cittadini, se essi sono convinti della necessità e del valore di precise scelte politiche. E quindi sono importanti tutti gli strumenti di coinvolgimento, dai Bilanci sociali partecipativi, alle progettazioni partecipata, con percorsi tracciati, strutturati e codificati, con modalità tecnico-scientifiche, ma con fini istituzionali. E’ necessario introdurre obbligatoriamente una analisi Bes sulle grandi opere, (l’indicatore di benessere equo sostenibile), affiancando alla costruzione delle opere, partendo dall’origine, anche un monitoraggio specifico che permetta di individuare i risultati conseguiti, il loro impatto sul territorio e se e come sono stati percepiti dalla popolazione locale. Un futuro sostenibile passa anche attraverso una corretta gestione del ciclo della “risorsa rifiuto”, con adeguati sistemi di raccolta, gestione e impiantistica, uniformi su tutte le regioni attraverso una programmazione complessiva, con la redazione di un Piano nazionale dei Rifiuti, in linea con le direttive europee anche sull’economia circolare. Trasparenza, legalità, regole chiare e definite, a tutela dell’interesse collettivo e non delle lobby vanno affermate con nuovi dispositivi legislativi che sanciscano la netta distinzione fra il ruolo del politico e quello del lobbista. Serve una legge nazionale sul lobbyng, come già avviene in moltissimi Paesi, compreso il Parlamento europeo. Il Mezzogiorno è una grande opportunità per il rilancio economico di tutto il Paese. L’Italia può ripartire solo se riparte il Mezzogiorno. Risolvere i problemi del Mezzogiorno, significa risolvere i problemi del Paese. Il Mezzogiorno è la metafora dell’Italia. È il territorio con la più alta concentrazione di siti tutelati dall’Unesco, ci sono imprese resilienti durante la crisi che sono diventate punte di eccellenza nel manifatturiero come in altri settori, ci sono le start up e una nuova imprenditorialità adottata dalle piccole e medie imprese che ne utilizzano la spinta di innovazione tecnologica, c’è una straordinaria ricchezza di capitale umano. C’è un patrimonio immenso, su cui investire al meglio. E tuttavia, in questi anni di recessione il Mezzogiorno si è allontanato ulteriormente dal resto del paese. La mancanza di occupazione per i giovani rappresenta l’emergenza principale con cui il paese deve confrontarsi. Il piano per l’occupazione proposto altrove in questa mozione è innanzitutto indirizzato ad affrontare questo tema. Occorre in primo luogo rilanciare gli investimenti pubblici finalizzati allo sviluppo, anche per evitare il dilagare di processi degenerativi, che alimentano destabilizzazione e illegalità diffusa, e generano migrazioni selettive estremamente pericolose per le prospettive di lungo periodo. Questo sforzo deve essere sostenuto attraverso politiche industriali innovative che puntino su una economia sostenibile non più contrapposta alla salute, ai diritti e all’ambiente. La riduzione della spesa per investimenti, registrata in tutto il paese negli ultimi anni, nel Mezzogiorno è stata più intensa. Occorre un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, che sappia coordinare al meglio l’utilizzo dei fondi strutturali europei e l’utilizzo delle risorse nazionali. I miglioramenti registrati nella capacità d’impegno dei fondi europei di coesione sollecitano comunque ulteriori e rapidi avanzamenti nella selezione strategica degli obiettivi qualificanti e nel coordinamento dei correlati progetti operativi, oltre che nella relazione operativa tra Agenzia per la coesione territoriale ed amministrazioni territoriali. Così, ad esempio, è vero che, nel 2015, si è registrato, un apprezzabile incremento degli investimenti pubblici collegato alla chiusura del ciclo di programmazione 2007-2013 dei fondi strutturali europei. Ma – come ha osservato la SVIMEZ – “la spesa europea ha continuato tuttavia ad avere forti caratteri di sostitutività, anche per il ricorso ai progetti ‘retrospettivi’ ai fini di una rendicontazione tutta tesa all’obiettivo del pieno assorbimento delle risorse comunitarie”. Sarà dunque bene – anche rispetto all’esperienza del Masterplan per il Mezzogiorno e dei Patti per il Sud – completare la programmazione del Fondo di sviluppo e coesione per il 2014-2020 (circa 17 miliardi di euro per l’area), integrare i contenuti operativi dei Patti medesimi con linee di intervento nelle politiche ordinarie delle pubbliche amministrazioni, che tengano conto degli impatti territoriali. La sfida, per attivare una dinamica di convergenza nel Mezzogiorno, accanto a una politica generale nazionale ed europea che la favorisca e che fin qui è mancata, resta quella dell’addizionalità. Ma non ci si può limitare alle politiche industriali e in infrastrutture. Al Sud, dove il divario rispetto al resto dell’Italia è cresciuto in questi anni di crisi, l’aumento del disagio, della povertà, della disoccupazione e dello sfruttamento del lavoro, ha indebolito il sistema dei diritti e la coesione sociale. Il nostro obiettivo deve essere quello di costruire un patto sociale tra istituzioni, imprese, territorio e persone, nel rispetto delle regole, nel rispetto di una economia etica e sostenibile. Un sistema di formazione corrispondente alle reali esigenze del lavoro, l’ammodernamento del sistema di infrastrutture materiali e immateriali, politiche sociali e socio – sanitarie attente ai bisogni delle famiglie, degli anziani e della non autosufficienza. I centri di ricerca e le università, in aggiunta ai compiti istituzionali, possono esprimere con maggior efficacia accanto alla capacità creativa, anche la dimensione economica e sociale del sapere, del saper fare e del saper far fare, favorendo la nascita di economie da indotto, dai circuiti culturali a quelli dei servizi, fino al lancio e incubazione di start up. Gli atenei e i centri di ricerca del Sud sono fornaci di idee, dobbiamo diventare attrattivi per le grandi aziende tecnologiche. La condizione politica primaria è nota ed investe direttamente anche il ruolo del Partito Democratico nel Mezzogiorno d’Italia: concluso il tempo storico dei tentativi di modernizzazione passiva, anzitutto per il vincolo del debito pubblico, la ripresa di processi di robusta e stabile convergenza non può far leva che su una modernizzazione attiva sorretta da istituzioni inclusive, che promuovano la partecipazione sociale e capaci di irrobustire capitale umano e capitale sociale. Appare di tutta evidenza che ogni attenzione ritrovata sul Mezzogiorno è propedeutica alla crescita complessiva del Paese. Senza un Sud che possa recuperare il suo gap di Sviluppo nei confronti del resto dell’Italia, l’intero Paese non potrà crescere. A tal proposito pensiamo che con il Mezzogiorno d’Italia vada utilizzata la medesima cura che Helmut Kohl adottò nei confronti della ex Repubblica Democratica Tedesca dopo la caduta del Muro allorquando comprese la grande opportunità per l’intera Germania derivante dal dar vita ad un piano di investimenti straordinario per il riammodernamento di quella parte del paese. Parlare di Mezzogiorno è anche un modo per fare l’interesse dell’economia del Nord che in questi anni ha tenuto solo per le esportazioni, visti i limiti derivanti dalla impossibilità ad una crescita dei consumi delle altre aree del Paese. Per il Mezzogiorno d’Italia pensiamo che la prima precondizione al raggiungimento di questi obiettivi sarà data dal ritrovato protagonismo dello Stato nella sua presenza sul territorio caratterizzato dal rafforzamento di tutte le istituzioni, a partire da quelle del comparto sicurezza. Il Sud, in tante sue porzioni di territorio, va liberato dalla presenza della zavorra delle Mafie non solo attraverso il contrasto operato dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura, ma anche e soprattutto attraverso un lavoro capillare di antimafia sociale per la riaffermazione di una cultura della legalità diffusa. Questo può essere l’unico antidoto per incoraggiare anche gli investitori privati a scommettere sul Sud e la società politica a sottrarsi dal rischio di diventare preda di spregiudicati criminali pronti ad infiltrarsi per condizionare la vita culturale, economiche e sociali delle nostre comunità. Non è proprio nel Mezzogiorno, che un modello di sviluppo spesso predatore, è finito col desertificare (di capitale sociale e umano) interi territori? Non è proprio il Mezzogiorno, a soffrire di un fenomeno di migrazione giovanile da record europeo? Un modello di sviluppo che non ha avuto cura del territorio, della bellezza, dell’ambiente e della salute, e che spesso si è intrecciato con un sistema di criminalità organizzata, come la storia della “Terra dei Fuochi” ci insegna. E’ da queste “periferie dimenticate” però che continua ad alzarsi un vento di indignazione, perché verità, giustizia e dignità emergano con la forza dello Stato, radicando speranza e futuro, affinché il forte impegno civile, che attraversa tanti settori della società diventi veramente testimone di un cambiamento. Ne conosciamo molti protagonisti, uomini e donne servitori dello Stato, del volontariato laico e cattolico, del mondo del sindacato e del lavoro, del giornalismo. Qui lo Stato è chiamato ad esserci ogni giorno, facendosi carico delle bonifiche necessarie dei territori inquinati, dove le persone continuano ad ammalarsi, non limitandosi alle sole promesse, garantendo lavoro e salute come diritti costituzionali inalienabili, dunque con un deciso intervento pubblico per rilanciare l’occupazione, redditi, consumi, contrastando la povertà con strumenti efficaci e risorse adeguate. Abbiamo bisogno di investire su nuove forme di economia che partano dalla bellezza del patrimonio paesaggistico e ambientale, storico e artistico, dalla ricchezza delle tradizioni, dalla capacità di utilizzare la terra in modo innovativo, dall’utilizzo intelligente e innovativo delle nuove tecnologie e della ricerca, dalla valorizzazione delle istituzioni universitarie di antichissima e illustre tradizione, dalle città che sono state crocevia, nella storia, di popoli e culture antichissime. Abbiamo bisogno di investire in settori strategici e in infrastrutture altrettanto strategiche per un modello di economia rispettoso dell’ambiente e della salute, che preservi, valorizzi, tuteli per far conoscere al mondo, attraverso nuovi hub aperti al turismo internazionale. Per realizzare questi obiettivi serve una forte collaborazione istituzionale, fra Stato Regioni e Città metropolitane del sud, in grado di disegnare e progettare per i prossimi 20 anni, superando divari, disuguaglianze, ingiustizie sociali ancora troppo forti. Il PD deve attuare una proposta politica di coesione o di coordinamento tra le regioni del Sud. Il motto più bello della scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani era: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Abbiamo troppo spesso affrontato la questione dell’immigrazione con eccessiva ideologia, in un dibattito pubblico nazionale contaminato da fomentatori di paure ingiustificate, razzismi e strumentalizzazione di problemi fisiologici legati alle difficoltà di costruire convivenza tra persone di culture diverse fra loro. Proponiamo un approccio pragmatico alla questione dell’immigrazione. Piaccia o non piaccia oggi la popolazione di origine straniera rappresenta una risorsa fondamentale e imprescindibile per il tessuto sociale, culturale ed economico italiano. Cinque milioni di cittadini di origine straniera, divenuti ormai parte integrante di una società italiana sempre più multiculturale e multireligiosa. Una presenza formata non solo da lavoratori, ma da una componente sempre maggiore di imprenditori che contribuiscono alla crescita economica del Paese e alla promozione del made in Italy in relazione ai Paesi di origine. Una presenza di origine straniera sempre più radicata nelle nostre città a tal punto da promuovere la crescita di una nuova generazione di “nuovi italiani”. Le seconde e terze generazioni di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia sono oltre 800mila, l’80% dei bimbi di origine straniera iscritti nelle scuole dell’infanzia sono nati in Italia. Chi nasce o cresce in Italia è italiano Crediamo sia fondamentale mantenere il nostro impegno preso con gli elettori del centrosinistra e con i promotori della Campagna “L’Italia sono anch’io” con l’approvazione in tempi rapida della riforma della legge sulla cittadinanza “Ius Soli temperato”. Chi nasce o cresce in Italia non può continuare ad essere considerato straniero nella città e nel Paese di cui si sente di fatto legato. Siamo di fronte ad una generazione di italiani di fatto ma ancora stranieri per una legge ormai superata dalla quotidianità nelle nostre scuole, negli oratori e nelle polisportive delle nostre città. Dobbiamo riconoscere il diritto di cittadinanza a questa nuova generazione di italiani, il diritto anche dell’Italia di potersi rappresentare ancora più forte grazie all’apporto di nuove energie permeate da culture, lingue e sogni che possono solo fare bene al futuro dell’Italia. Riconoscere il diritto di cittadinanza italiana a chi culturalmente si sente pienamente italiano significa anche eliminare terreno potenzialmente fertile per chi cerca di incunearsi nelle fasce di disagio dei giovani che vivono un conflitto d’identità alimentando ipotesi di radicalizzazione ed estremismi potenzialmente pericolosi per la coesione sociale per i prossimi anni. Legalità e integrazione. Un nuovo patto di cittadinanza Non possiamo né dobbiamo sottovalutare il sentimento di preoccupazione e paura diffuse nella società rispetto ai temi dell’immigrazione e dell’accoglienza dei richiedenti asilo in particolare. L’Italia è certamente il Paese che ha dimostrato uno straordinario livello di umanità e solidarietà salvando decine di migliaia di vite nel Mediterraneo con grande generosità e umanità. Contemporaneamente il governo centrale non è riuscito a promuovere un sistema nazionale di integrazione ed un modello nazionale di integrazione dei migranti nelle comunità locali. Troppo spesso gli amministratori locali sono stati abbandonati a se stessi e supportati solo da realtà del mondo del volontariato e della Chiesa. Dobbiamo affermare con chiarezza che la parola Legalità deve camminare insieme alla parola Integrazione. Dobbiamo investire con idee e risorse su un Piano nazionale di integrazione da sviluppare con il rilancio di un Ministero dedito alle politiche di integrazione come avviene in diversi Paesi europei. Diritti e doveri sono il perno di un Patto di cittadinanza con chi ha scelto per mille ragioni di vivere in Italia. Diritti e doveri sono la migliore risposta a chi ci accusa di superficiale buonismo, il nostro approccio deve essere il rispetto della persona che abbiamo davanti di qualsiasi cultura o provenienza essa sia. Quindi nessun approccio preferenziale, ma un percorso di inclusione attraverso il lavoro in un patto di rispetto delle regole per una positiva convivenza. Immigrazione e cooperazione allo sviluppo Le nuove frontiere della sfida globale delle migrazioni economica o umanitaria sono rappresentate dalla promozione di una virtuosa strategia di cooperazione allo sviluppo nei Paesi che vivono una grande emigrazione. Nessun muro e filo spinato fermerà una donna o un uomo in cerca di futuro per sé e per la propria fami glia. Prevenire l’immigrazione irregolare e le morti nel Mediterraneo significa innanzitutto costruire cooperazione con pari dignità con i Paesi med-africani, favorendo uno sviluppo sostenibile che garantisca maggiori opportunità di occupazione per i giovani in quei Paesi. Dobbiamo promuovere un Piano virtuoso valorizzando il ruolo delle diaspore che vivono in Italia quali possibili ambasciatori delle medie imprese italiane nei loro Paesi d’origine. La nuova Legge sulla Cooperazione offre oggi strumenti importanti da valorizzare con trasparenza e chiarezza negli obiettivi con i nostri partner nell’area mediterranea e africana, anche grazie ad un coordinamento purtroppo assente dell’Unione Europea. In Italia sono ancora molti i passi da compiere sul cammino dei diritti civili. Occorre mettere subito come Partito democratico al centro dell’agenda di Governo un pacchetto di provvedimenti che va dallo ius soli, al testamento biologico, ad una legge contro l’omofobia e la transfobia, ad una legge che introduca il reato di tortura. Nella parole inclusione, giustizia e dignità c’è una visione del mondo. Delle relazioni, dei diritti fondamentali della persona. Viviamo un presente schiavo della paura. Madre e il padre di tutte le paure che percorrono il nostro presente è il declino di un modello sociale che non produce più la forza irradiante della protezione collettiva contro le disgrazie individuali. Ci sentiamo tutti esposti ai colpi del destino, per dirla con Bauman. “Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio”. Noi sosteniamo il riconoscimento dell’accesso degli immigrati regolari a tutti i servizi e prestazioni del sistema di welfare, al fine della loro piena integrazione sociale. In questo contesto forme e manifestazioni di razzismo si diffondono e si consolidano. La costruzione di un’Europa sociale ed il rafforzamento delle istituzioni democratiche internazionali è l’unica speranza ed argine al vento dei populismi e delle destre. Una svolta epocale è necessaria: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, dove i governi vengano eletti democraticamente dal popolo, dove sia possibile una politica comune e un coordinamento strutturato in materia di sicurezza, di lotta al terrorismo e di contrasto alla corruzione ed alle mafie. Cultura, tutela, patrimonio storico, contribuiscono al progresso della nostra società, alla cittadinanza, alla libertà di pensiero e di insegnamento. La nostra lungimirante Costituzione conferisce a tutto questo un valore primario. I principi della Carta infatti, configurano un diritto alla cultura universale, caso rarissimo nel confronto con altre Costituzioni del mondo. La cultura è parte dello stesso orizzonte di valori che include il diritto al lavoro, la democrazia, e quindi essa è una priorità del bene comune. Un lievito dunque, senza il quale tutti i diritti perderebbero quell’orizzonte di cittadinanza capace di progettare il futuro. Dunque, il primo impegno, è quello di contrastare il degrado della cultura, la sua marginalizzazione, investendo in essa. Le politiche culturali alludono ad una esperienza da formare, ad un pubblico da rendere partecipe, ad un diritto di accesso universale. Occorre passare dalla logica dei bonus, che riconducono ad una mera visione di giovane consumatore, a quella dei diritti. Il contributo una tantum di 500 euro ai neo diciottenni per i consumi culturali, che è costato 290 milioni di euro è stato un flop, perché questa misura è totalmente inadatta ad affrontare il problema dell’accesso e del sostegno alla cultura nel nostro Paese. L’investimento deve essere indirizzato verso misure strutturali e stabili, a cominciare dal finanziamento dei Livelli essenziali delle prestazioni culturali e della gratuità di ingresso ai musei, ai monumenti, alle aree archeologiche. A partire da chi studia. Nel resto d’Europa l’accesso gratuito o semi gratuito alla cultura per i soggetti in formazione rientra infatti fra le misure di reddito indiretto, proprie di un welfare di cittadinanza. Non bonus cultura, ma sostegno alla cultura nei suoi asset strategici, pensiamo alle produzioni creative, soprattutto giovanili, lavorando in stretta connessione con le politiche giovanili e le politiche economiche e fiscali. Pensiamo al grande patrimonio di beni culturali del nostro Paese, che ha bisogno di essere largamente tutelato e valorizzato, non soltanto in senso pubblicitario per le grandi mete turistiche, ma puntando su un sistema diffuso di tutela, di promozione e di scoperta del territorio e del suo genius loci. Le politiche pubbliche in materia di cultura e turismo vanno ripensate e aggiornate, per dare all’Italia uno spazio competitivo, attraverso l’offerta di prodotti e servizi culturali che creino un milieux, un contesto in cui apprendere e soprattutto creare nuove forme di produzione cognitiva, creativa, culturale che si genera dal basso. Perché la cultura si produce, la cultura è lavoro, è impresa, e dunque abbiamo bisogno di politiche pubbliche che alla conservazione dei beni culturali, investa sulla creatività, che possa favorire attraverso procedure trasparenti come i bandi pubblici, la creazione di imprese giovanili nel settore culturali. Nel nostro Paese molte piccole imprese lavorano al fianco delle Istituzioni culturali, anche molti artigiani eccellenti lavorano ogni giorno per produrre oggetti, costumi, calzature che vanno a impreziosire la messa in scena di un’Opera o la produzione di un film. Questa è la “fabbrica della Cultura” e dobbiamo sostenere questo settore produttivo oltre che lavorativo. La crisi ci richiama alla necessità di attrarre certamente risorse private per la Cultura, attraverso l’implementazione di politiche di defiscalizzazione già in atto ma non sufficienti, ma non può deresponsabilizzare nessuno: l’investimento deve essere prevalentemente pubblico perché ciò rappresenta una garanzia di autonomia e di accesso alla Cultura per tutti. Allo stesso modo il Ministero del turismo va veramente indirizzato dentro un quadro più ampio del ministero dell’economia e sviluppo: si tratta secondo i dati dell’OMT (Organizzazione mondiale del turismo, 2016) della più grande industria del mondo per fatturato, seconda solo all’industria criminale delle armi. Il turismo dunque non può essere assimilato esclusivamente alla cultura, pur essendo consapevoli della enorme portata, soprattutto in Italia, del legame che esiste tra esperienza turistica desiderata e la cultura Italiana. Il turismo è una industria reticolare, molto post-moderna, affetta da aporie tipiche del contemporaneo, come ad esempio la concorrenza tecnologica di grandi player. Occorre ripensare ancora una volta una politica pubblica di promozione turistica, comprendendo che l’errore della riforma costituzionale, risiedeva anche nel tentativo di accentrare la promozione a livello nazionale con un approccio top-down ormai superato dalla storia. La riforma confusa dell’Enit si sarebbe sommata ad un accentramento di funzioni che non corrisponde più al mercato turistico sempre più competitivo, in cui la dimensione territoriale, urbana, regionale, esperienziale conta sempre di più. Un forte impegno per la tutela dei beni culturali I beni paesaggistici e culturali, sono “il volto amato della patria”. L’impegno per la loro tutela dei beni paesaggistici, artistici e culturali nazionali e la piena attuazione dell’art.9 della Costituzione, è centrale. Sebbene i beni culturali accrescano le occasioni di sviluppo economico, incrementino il turismo e promuovano l’immagine dell’Italia all’estero, bisogna sempre tenere a mente che il patrimonio culturale ha come fine i valori, ovvero la memoria, la bellezza, l’identità e anche la felicità dei cittadini. Non sembra però questo così chiaro nel ”Decreto Cultura” del 2014, poi convertito in legge che punta tutto il futuro culturale nazionale sulla valorizzazione di 20 grandi musei nazionali dotati di autonomia tecnico-scientifica nonché finanziaria e di una rete di 17 grandi Poli regionali “non dotati di autonomia” la cui eccellenza verrà misurata sulla loro capacità di potenziare gli impatti sull’economia e sull’occupazione dei territori. Vengono così trascurati o emarginati dal centro del sistema sia i musei “minori”, sia quel patrimonio culturale diffuso in ogni piccolo borgo del nostro Paese che avrebbe bisogno non di eventi straordinari o di spettacoli, ma di manutenzione, riparazione, investimenti, catalogazione, divulgazione educativa. All’interno dei Beni Culturali infatti, includiamo anche gli Archivi di Stato e le Biblioteche, che ormai soffrono sempre di più i tagli di personale e di finanziamenti, e fanno sempre più fatica a garantire i servizi. Tanti sono i Comuni che stanno scegliendo di chiudere le biblioteche e i punti di lettura, tanti sono gli archivi che non inventariano più i loro fondi, che non li mantengono più e molto materiale rischia di andare perso per un’incuria dovuta alla mancanza di fondi. Il paesaggio. E’ questo, diceva Cederna, il primo vero bene culturale nazionale, un bene per tutti, bene comune popolare e diffuso. Lo sapevano i Padri Costituenti che nella Commissione che si occupò della formulazione dell’art.9 (Concetto Marchesi, Emilio Lussu, Tristano Codignola, Palmiro Togliatti) vollero aggiungere al paesaggio “bello“ e di “veduta“ dell’impostazione liberale e fascista, il “paesaggio minore” e il paesaggio agrario, in cui c’era, oltre che la difesa dei valori artistici e culturali come fattori civili e identitari, il recupero della storia e del lavoro delle “genti vive” : un riconoscimento di valore e di riscatto fatto dunque al popolo sovrano, soprattutto al popolo contadino e artigiano meridionale, alla sua fatica, al suo ingegno, a quel genio popolare diffuso che grazie al lavoro aveva costruito bellezza, ovvero non solo chiese e quadri, ma masserie, terrazzamenti, muretti a secco, jazzi, trulli, cripte rupestri, città inviscerate nelle grotte, veri e propri modelli, come ha dichiarato l’UNESCO rendendo Matera un bene comune dell’umanità, di cooperazione, equilibrio con la Natura, conversazione con la fauna e la flora, razionalizzazione delle risorse anche in condizioni di scarsità. La tutela di questo paesaggio “minore”, impone anche la tutela di un modello di sviluppo equo che mai è stato realizzato: un modello non devastante, ecologico, che non trasformi l’agricoltura in un’impresa distruttiva e industriale ma che la mantenga nell’equilibrio fra un lavoro economico e un’arte di custodia, riparazione, manutenzione, trasformazione estetica del territorio. Solo così i beni culturali e il paesaggio possono realizzare il più alto compito della nuova Nazione, etico ed educativo, di includere tutti, veramente tutti, i suoi cittadini; e solo così potevano realizzare quello che viene sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il diritto di “godere della bellezza e delle arti”. Anche dopo la lunga recessione iniziata nel 2008 il risparmio delle famiglie è rimasto un pilastro importante della nostra architettura economico-finanziaria. Ma è innegabile quello che sta accadendo ai risparmiatori e correntisti d’Italia in questi anni, dopo la vicenda di Banca Etruria, Carife, Carichieti, BancaMarche nell’anno 2015 e in ultimo con la crisi del Monte Dei Paschi di Siena dove lo Stato è dovuto intervenire stanziando un fondo da 20 miliardi con il decreto Salvarisparmio. Pensiamo che sulla crisi di una parte del sistema bancario italiano, in questi anni si sia intervenuti con ritardo e male. Per anni il sistema bancario non ha visto riforme. I risparmi dei cittadini si sono sommati ad investimenti finanziari sbagliati, la crisi degli istituti bancari è stata di fatto pagata dai lavoratori, dai risparmiatori, dai cittadini tutti. E in più non si comprende chi siano i veri responsabili. Chiedere solo oggi una commissione di inchiesta è quanto meno tardivo. L’errore più netto è stato non capire che era necessario intervenire per tempo, in parte con risorse pubbliche, in parte con le banche italiane e straniere in un fondo con le stesse funzioni di Atlante. Si capiva già dal 2014 infatti, che il mercato non avrebbe garantito nuovi aumenti di capitale per le banche venete, per le banche regionali e per lo smaltimento di sofferenze a rischio. Se avessimo fatto nascere un Atlante pubblico privato di venti miliardi nel 2014 avremmo messo in sicurezza il sistema. Sarebbe stato necessario il ristoro integrale delle obbligazioni subordinate prima che scattasse il bail in per tutti i casi in cui operatori non qualificati si fossero trovati in possesso di quei titoli. Non si è fatto, salvo poi presentare ben tre decreti per provare a indennizzare quei risparmiatori traditi. Lo slogan, meno banchieri e più credito, che ha accompagnato la riforma delle popolari, è svanito alla prova dei fatti e di certo non è aumentato il credito alle imprese. Ci sono centinaia di migliaia di risparmiatori e di imprese territoriali che rischiano di vedere i loro risparmi trasformarsi in risorse utilizzate per intercettare nuovi investitori al solo fine di coprire le perdite di banche oggetto in questi anni di acquisizioni sbagliate. Ad oggi, se le banche devono prestare soldi alle grandi multinazionali o investono in obbligazioni o Titoli di Stato vengono premiate; viceversa, se devono prestarli alle piccole e medie imprese sono spesso ‘corte di capitale’ e, alla fine, evitano di farlo perché penalizzate da regole che la politica avrebbe il dovere e l’autorevolezza di cambiarle. Se non si mette in discussione questo modello si continuerà a ignorare la vera causa delle difficoltà di sostenere il credito alle imprese. La Costituzione sul risparmio non lascia spazio ad alcuna interpretazione creativa. L’art. 47 parla chiaro, il risparmio va tutelato in tutte le sue forme. Il PD deve stare dalla parte dei risparmiatori e delle imprese sane che creano lavoro, non da quella dei banchieri. Sarebbe opportuno aprire un dossier degli ultimi vent’anni e forse ci aiuterà la commissione d’inchiesta parlamentare. Ma quello che possiamo già dire oggi è che l’epilogo della vicenda MPS non è stato caratterizzato da trasparenza. L’unica certezza è che alla fine di questa storia i 20 miliardi necessari a tenere in sicurezza il sistema li hanno messi gli italiani facendo maggior debito con l’intervento inevitabile e necessario fatto dal Governo Gentiloni. I problemi delle banche italiane si possono identificare in questo momento in tre aree: qualità del credito, modello commerciale, qualità della governance, quest’ultima è tra le ultime in Europa. I consigli di amministrazione delle nostre banche sono troppo numerosi rispetto alla media europea. Questo riflette l’annosa frammentazione del sistema bancario in tanti rivoli di banche locali che andrebbero riorganizzate in funzione dei settori che coprono e non della mera copertura geografica per essere mantenute sotto il controllo politico di enti e partiti locali. Il Fondo Atlante è stata una buona intuizione, chiamata di mercato, ma con un’evidente regia dello Stato. Sarebbe stato più opportuno far aumentare la quota della Cassa Depositi e Prestiti e chiedere alle banche di mettere la restate parte del denaro. Le banche internazionali invece che intermediano il debito pubblico italiano, come Jp Morgan, Ubs, Goldman, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Black Rock e tante altre hanno pensato che l’Italia fosse un supermarket aperto solo quando ci sono le privatizzazioni o le ricche commissioni per i prestiti garantiti. È necessaria una rigorosa vigilanza. L’idea di coesione nazionale e sociale, che è stata fondamento della costruzione del Partito Democratico, è stata ridotta alla teoria della rottamazione, della selezione degli eletti per fedeltà al capo, dell’autosuffi- cienza delle decisioni prese a colpi di maggioranza e della retorica contrapposizione fra forze dominanti e sconfitti, perdendo il senso della costruzione di una casa comune per la democrazia italiana. Noi adesso, dobbiamo ricostruire questa casa comune, per unire un Paese diviso, anche da una visione ipertrofica dell’io solo al comando, con cui è stata intesa e costruita la leadership. Lo dobbiamo fare rimettendo al centro il tema della partecipazione democratica nel Partito, laddove partecipare non vuol dire solo esercitare il voto, o prendere una tessera che non dà diritto a nessuna reale discussione e decisione. Ma bensì, essere protagonisti della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese, per contribuire alle decisioni importanti. Dal 2009 ad oggi abbiamo dimezzato il numero di iscritti, da 800 mila a 400 mila del 2016. Qualcosa non quadra. Tale perdita di iscrizioni si somma ad un fenomeno patologico: la crescita esponenziale di iscrizioni durante il periodo congressuale. A tal proposito si potrebbe pensare di riservare il diritto di elettorato attivo agli iscritti che abbiano confermato la volontà di adesione per un biennio. Il partito democratico è nato dall’unione fra le culture cattolico-democratiche, ambientaliste e le tradizioni progressiste, che hanno scritto la storia di libertà e democrazia del Paese, per raccoglierne i valori di emancipazione ed uguaglianza e proiettarle nella modernità. Non un partito che si trasforma in un comitato elettorale permanente, un votificio a disposizione dei capicorrente territoriali, ma la grande casa delle battaglie per la giustizia sociale, la solidarietà e l’uguaglianza. Stare nel Partito democratico non può più significare subire le scelte dall’alto di pochi dirigenti. Il nuovo Partito Democratico che vogliamo costruire avrà al centro un modello di partecipazione autentico, in cui ogni tesserato sarà coinvolto nella scrittura dei programmi e nella loro attuazione, a qualsiasi livello territoriale, e verrà consultato sulle scelte strategiche. Il partito democratico deve tornare ad essere innanzitutto una comunità di uomini e donne che insieme stabiliscono percorsi e proposte, in cui la maggioranza non sia tale solo per esercitare il potere e l’arroganza contro la minoranza. Il pluralismo è la risorsa di un partito che ha l’ambizione di essere maggioritario. La minoranza deve essere una voce critica e propositiva per il partito, la maggioranza deve avere un orecchio pronto ad ascoltare proposte e suggerimenti, l’insieme dei gruppi dirigenti deve avere l’obbligo di rispettare questa comunità, vincolando scelte e decisioni al coinvolgimento della base del partito, attraverso un modello partecipativo organizzato con nuovi strumenti tecnologici: noi proponiamo una piattaforma digitale – che sperimenteremo anche in questo congresso – e che consentirebbe a milioni di italiani iscritti al PD, di mandare le proprie proposte, di partecipare a tutte le decisioni importanti, di essere coinvolti nella stesura dei programmi elettorali, di poterne verificare l’attuazione a tutti i livelli, di essere collegati agli eletti. Noi dobbiamo essere il partito della militanza, della strada, del generoso e appassionato attivismo politico, dei circoli aperti al volontariato e all’impegno sociale di tante ragazze e ragazzi, il partito dove formarsi, pensare insieme, essere un cervello collettivo che prende le decisioni importanti: il partito della partecipazione democratica, capace di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, non solo per comunicare, ma per dare vita ad una rete di circoli, iscritti, rappresentanti istituzionali, che, attraverso la piattaforma digitale possa essere costantemente connessa e consultata. Avere in tasca la tessera del PD non può e non deve rappresentare solo il momento dell’elezione degli organismi dirigenti ma un tratto identitario di appartenenza ad una comunità decidente. Il partito democratico non può dimenticare i territori come è avvenuto. Un partito concepito come unnucleo centrale che lancia input senza avere la capacità di trasferire o ricevere stimoli per assenza di una rete strutturata non può formare classi dirigenti e non ha la capacità di ascoltare e dunque cogliere le problematichedelterritorio. Le federazioni regionali, provinciali ed i circoli devono tornare ad essere i centri di discussione vera, in cui la politica del partito democratico si forma, vive e diffonde la sua essenza. Per rilanciare i partito, abbiamo bisogno di una riconnessione sentimentale con la nostra base di iscritti ed elettori, e ciò non può avvenire se i circoli sono chiusi e le federazioni abbandonate. Dobbiamo rivedere anche il nostro Statuto su un punto fondamentale: il Pd non può essere il partito dell’uomo solo al comando. Non si possono cumulare la carica di segretario con quella di candidato premier. Questa sovrapposizione ha prodotto molti danni alla vita democratica del nostro partito, perché concentra troppi poteri in mano ad uno solo, il/la quale può esercitarli in maniera distorta, ad esempio con una selezione degli eletti “per fedeltà al capo”. E’ bene dunque, che i ruoli siano distinti. E’ bene che il Partito Democratico salvaguardi la propria vita democratica evitando che un segretario usi il partito come trampolino di lancio per la leaderschip. E riteniamo che per statuto tutti gli organi debbano essere composti in egual numero da uomini e da donne e che i giovani democratici debbano stare di diritto e con diritto di voto in tutti gli organismi dirigenti. La formazione dei giovani e dei gruppi dirigenti deve tornare ad essere essenziale a tutti i livelli. Studio e conoscenza devono tornare ad essere un campo di sperimentazione continua, di approfondimento culturale, lo spazio in cui definiamo tutta la nostra cassetta degli attrezzi. Moralità, correttezza e verità – dire ciò che si pensa, fare ciò che si dice – sono per noi le chiavi di volta per ricostruire un pensiero democratico, una cultura democratica opposta ai populismi, che sia guida per una società più giusta. La crisi iniziata nel 2008 è la più grave crisi economica dopo quella del 1929: una fase di depressione economica con conseguenze assai preoccupanti sull’economia reale, le attività produttive, il lavoro, la coesione sociale. La crisi, per inciso, ha anche messo in luce la vulnerabilità delle democrazie nazionali e di alcuni dei principi di tolleranza e di civiltà su cui esse si sono fondate. La reazione dell’Europa è stata del tutto inadeguata: ad una crisi economica che si è espressa in superficie con gli attacchi speculativi ai debiti sovrani, ma che ha radici profonde nell’economia e nella società, è stata data la sola risposta conservativa del rigore delle finanze pubbliche e della disciplina di bilancio. Le conseguenze sull’economia, sulla politica e sulla tenuta sociale sono sotto gli occhi. E’ in pericolo la stessa tenuta dell’Europa e dell’integrazione tra i paesi europei. Il 25 marzo si celebreranno, a Roma, i sessant’anni dell’Unione europea: un appuntamento che – come ha ricordato lo stesso presidente Jean-Claude Juncker presentando al Parlamento europeo il Libro Bianco sul futuro dell’Unione – costituirà anche, dopo la Brexit, “il certificato di nascita della nuova Unione a 27”. Basta questo dato per segnalare la necessità che – a fronte dei rischi di uno scenario internazionale in cui l’accento torna a battere sul tasto delle barriere sovraniste a discapito dei tentativi di governo democratico della globalizzazione – Partito Democratico e Partito Socialista Europeo si facciano protagonisti, in Italia e in Europa, di una discussione alta e partecipata sulle prospettive di tenuta e sviluppo del progetto europeo. Si tratta, dunque, di rendere anzitutto chiara la strutturale ambiguità di un Libro Bianco che risponde all’interrogativo sul “Quo vadis Europa” prospettando la possibilità di cinque diversi percorsi: “continuare”, “nient’altro che il mercato unico”, “chi chiede di più deve impegnarsi maggiormente”, “fare meno in modo più efficiente”, “fare molto di più insieme”. Percorsi registrati quasi “notarilmente”, anziché scegliere e muovere nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, con un governo eletto democraticamente, dal riconoscimento dell’esigenza dell’apertura di una nuova stagione del progetto politico europeo, che assuma come centrali l’impegno per la crescita e per l’occupazione, per le politiche sociali e per la tutela dell’ambiente e, coerentemente con il perseguimento di questi obiettivi, la soluzione dei nodi dell’unione fiscale e di un bilancio dell’euroIL LAVORO È IL NOSTRO PARTITO zona con risorse proprie, di una unione bancaria finalmente dotata di un fondo comune di garanzia per i depositi bancari, della messa in opera di strumenti di mutualizzazione dei debiti pubblici. Alla prospettiva dello sfaldamento del progetto politico europeo, non ci sembra che possa essere data risposta se non ripartendo dalla radice dei problemi e rendendo chiaro ai cittadini europei che un’alternativa al paradigma dell’austerità e della contrazione espansiva è tanto necessaria, quanto possibile. In Europa ci sono troppe velocità: dalla moneta per alcuni, a Schengen per altri, alla Difesa con visioni diverse, dall’unione bancaria all’immigrazione, dal mercato unico al fisco, fino al welfare, su cui ognuno fa quel che gli pare. Siamo ancora molto lontani dall’Europa sognata da Spinelli e De Gasperi. L’Europa deve invertire la rotta, superando i dogmi e le miopie del rigore e avviando una nuova fase che abbia come obiettivi la crescita e il rafforzamento della coesione sociale, rimettendo al centro la persona che lavora e i suoi diritti, riaffermando la centralità di un intervento pubblico di correzione delle dinamiche di mercato. Innanzitutto, più welfare europeo, riducendo il divario tra il modello nordico e quello dell’area meridionale che non emerge dalla fascia mediterranea. Rafforzare il sistema sociale europeo, vuol dire assicurare una rete universale di protezione sociale (disoccupazione, malattia, pensionamento, maternità). Garantire agli individui e alle famiglie un reddito minimo, basato sull’approccio “human capital”, che prevede che il sussidio venga fornito alla condizione che il lavoratore partecipi a programmi pubblici di riqualificazione, in modo da facilitare il rientro nel mercato del lavoro. Più occupazione giovanile e mobilità, e su questo versante dobbiamo sostenere il riconoscimento di un piano di investimenti pubblici su vasta scala, e chiedere il potenziamento del programma Erasmus + fino al 2020 con maggiori risorse del bilancio europeo da destinare a questo programma di mobilità per l’apprendimento. Prioritario potenziare i fondi per l’innovazione delle imprese, per creare reti d’accesso di nuova generazione, banda larga e infrastrutture materiali e immateriali, in un’ottica di sviluppo integrato. In questo quadro, pensando al ruolo delle Regioni nella politica di coesione post 2020, il tema della macroregioni dell’UE è strategico (in particolare EUSAIR ed EUSALP che coinvolgono l’Italia) nell’ambito di progetti transnazionali e per il rafforzamento dei rapporti di cooperazione e di vicinato con i paesi non europei. Sono necessari maggiori investimenti finanziari diretti dell’UE per sostenere il turismo e tutta la filiera interessata, e per le smart cities, in termini di energia, trasporti ed efficienza energetica negli edifici. L’Europa attraversata da tensioni senza precedenti, anche a causa della pressione dei fenomeni migratori, rispetto ai quali si fatica ad avere una pur minima condivisione di approccio e di responsabilità, ulteriormente aggravate dalla Brexit, va vissuta con la determinazione di chi vuole gli Stati Uniti d’Europa e si comporta di conseguenza: non flessibilità per pochi anni e pochi decimali di spesa, ma sfida a viso aperto ai nuovi nazionalisti nemici di fatto dell’euro e dell’idea stessa di Unione Europea. Sull’Europa il nostro paese, e quindi il Partito Democratico, è chiamato alla sfida più grande e difficile degli ultimi cinquant’anni. Oggi alla politica è chiesto coraggio. Il coraggio di pensare e costruire una politica comune europea su welfare, difesa, fisco, immigrazione, un progetto politico fondato su nuovi processi democratici e di partecipazione, nella prospettiva della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Equità, etica e redistribuzione: i valori dei riformisti Il più grande errore che potremmo commettere sarebbe quello di andare incontro alla rivoluzione del capitalismo globale a compartimenti stagni. Equità, etica e redistribuzione non sono valori negoziabili per un grande partito riformista. Con l’economia digitale siamo di fronte a una rivoluzione epocale, superiore per impatto economico a quelle che hanno poi portato alla rivoluzione industriale. La dematerializzazione della ricchezza necessita di un approccio radicalmente nuovo e l’intelaiatura fiscale che regola i rapporti tra i vecchi Stati nazionali, società e imprese deve necessariamente adattarsi alle nuove regole del mercato. E anche il fisco deve seguire questi straordinari cambiamenti. Chi non è d’accordo e sostiene il contrario deve anche spiegare il perché alle migliaia di aziende che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per norme incoerenti in Europa e negli stessi Stati membri, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi profitti che riescono a fare nei singoli Paesi. Ora alla politica italiana ed europea serve il coraggio di regolare le distorsioni. L’IVA devono pagarla anche le multinazionali del web. Nel contesto descritto infatti, si inserisce la necessità di una webtax per regolamentare il mercato che, a causa di una carente normativa in materia, è diventato un far west. Vincono sempre i più forti. Dobbiamo mettere le aziende italiane come le altre imprese nazionali dei principali Paesi europei nella condizione di operare in un regime di concorrenza leale fermando l’elusione fiscale senza precedenti praticata da imprese multinazionali che erogano servizi o vendono beni in Italia, fatturando da Lussemburgo, Irlanda o Olanda, o in alcuni casi anche da paradisi fiscali, utilizzando l’ormai obsoleto concetto di ‘non stabile organizzazione’. Il Parlamento italiano nel 2013 aveva approvato una norma, fortemente voluta dal Partito Democratico, innovativa e che ha determinato in Europa l’apertura del dibattito parlamentare. Nel settembre del 2014, in Aula alla Camera, durante in semestre europeo di presidenza italiano, le commissioni Bilancio dei 27 Paesi arrivarono alle stesse conclusioni. Purtroppo, uno dei primi atti del governo Renzi fu la cancellazione annunciata da un infausto tweet che si è trasformato in un boomerang per tutti, per le entrate della nostra amministrazione fiscale e per lo stesso dibattito politico-culturale in Italia e in Europa. Abbiamo potuto recuperare centinaia di milioni di euro solo attraverso il lavoro più duro e complesso fatto dalla Procura della Repubblica di Milano e dalla Guardia di Finanza. Il PD che abbiamo in mente dovrebbe dotare il Paese di regole chiare, semplici e rispettate da tutti, senza costringere Magistratura e Forze di Polizia tributaria a sforzi successivi, come quelli a cui gli italiani hanno assistito in questi ultimi anni. Occorre costruire in Italia e in Europa, una vera proposta anti-austerità che batta le destre sovraniste, la dobbiamo promuovere noi, aprendo subito un confronto con tutte le sinistre europee.

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