Unire l’Italia, unire il Pd. La mozione di Andrea Orlando

Care amiche e cari amici, care compagne e cari compagni,

Quello che vi propongo è di ridurre le distanze. Quelle economiche, sociali, culturali. E anche le distanze tra di noi. Non è semplice perché viviamo in un mondo lacerato, in una società divisa e alla fine queste divisioni si sono proiettate anche su di noi. In un tempo nel quale il Presidente della Cina comunista fa l’elogio della globalizzazione e il Presidente degli Stati Uniti si pone alla testa dei suoi detrattori non ci sono ricette semplici e non basteranno slogan efficaci. Io avanzo alcune proposte e un percorso per costruirne insieme altre. Sì, perché vorrei che questi giorni che ci separano dal congresso siano anche l’occasione per far crescere dal basso un progetto, coinvolgendo quella parte del Paese che può guardare a noi e riconoscersi. L’Italia è un Paese bellissimo, l’abbiamo detto tante volte, ma è anche un Paese che continua a soffrire. Ha grandi risorse inespresse, il nostro lavoro è farle uscire allo scoperto, mobilitandole verso una riscossa civile e sociale. E questa riscossa può avvenire soltanto con i piedi ben piantati in Europa. “Se costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore, rischieremo che l’Europa appaia senza calore, senza vita ideale”. Tenendo a mente queste parole di Alcide De Gasperi, vorrei che il nostro sguardo fosse costantemente rivolto all’Europa, non solo perché là si collocano le nostre radici, ma soprattutto perché là sta il nostro avvenire, la dimensione minima per combattere l’ingiustizia e difendere la pace. Quello che vi propongo è un percorso di partecipazione, verso quella Conferenza programmatica che avevo chiesto a tutto il PD, e che mi impegnerò io a organizzare a Napoli, l’8 aprile. Sarà il momento in cui, insieme, definiremo il progetto politico da presentare agli elettori nelle primarie del 30 aprile. Avrei voluto ci fossero altre regole e più tempo. Ma non mi sono opposto a quella data. È una data che significa molto. In quel giorno, 35 anni fa, venivano uccisi Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Ho avuto molte volte l’onore, in questi anni, di commemorare Pio La Torre. E accostandomi sempre più alla sua figura ho imparato che la lotta alla mafia era un momento di una battaglia più grande, per lo sviluppo economico e sociale, per la dignità e la democrazia. A condurla, con il popolo e nelle istituzioni, era un giovane figlio di braccianti, cresciuto in un sobborgo di Palermo, che sarebbe diventato un padre delle Repubblica. Diciamoci la verità. Nessun partito politico offrirebbe oggi a un giovane come Pio La Torre l’opportunità di condurre quelle battaglie. Nemmeno il Partito democratico. Per questo voglio cambiarlo, unirlo e ricostruirlo. Per questo il 30 aprile vorrei aprire una pagina nuova per il centrosinistra. Perché a quelle battaglie, oggi più che mai, non possiamo rinunciare.  

La sinistra nel guasto mondo

Da anni ci raccontano che la politica avrebbe dovuto soltanto ritirarsi. Limitarsi a rimuovere gli ostacoli del mercato. Al mercato avrebbero fatto seguito i diritti e la democrazia. Non è andata così. Il mondo s’è guastato. Eppure, si è considerata la crisi una parentesi. Non si è voluto vedere come il capitalismo globale di per sé non risolva le contraddizioni da esso stesso generate. Se ai confini dell’Occidente c’è una Caoslandia di guerre, terrore e instabilità, nel cuore delle nostre società “avanzate” emerge una nuova questione democratica. Disuguaglianze e incertezze hanno fatto crescere un diffuso sentimento di distacco se non di rifiuto per le istituzioni democratiche, per l’Europa e la sua forza “tranquilla”.   Da anni ci raccontano che la Storia sarebbe finita. Non è andata così. Gli Stati Uniti hanno ripensato la loro leadership. La Cina è globale, nella finanza e nelle infrastrutture. La Russia è tornata protagonista. Nuovi attori si affacceranno sul palcoscenico, in un secolo in cui l’Europa rischia di rimpicciolire sempre di più. Il Mediterraneo allargato, che nei suoi corridoi terrestri e marittimi coinvolge direttamente l’Italia, non trova un equilibrio. La domanda di sicurezza aumenterà, e con essa i bilanci della difesa. I giganti digitali investono più degli Stati nelle frontiere del futuro, dalla robotica all’intelligenza artificiale. La democrazia è una forma di governo minoritaria nel mondo che riguarda oggi solo il 40% della popolazione. La tendenza dei nostri anni va verso una riduzione, non verso un rafforzamento dei regimi democratici. Abbiamo parlato della recessione economica, non ci siamo accorti della recessione democratica.   Dalla crisi, finora, si è usciti a destra. La sinistra non è stata in grado indicare una via d’uscita, divisa com’è fra ingenuo globalismo, rifiuto ideologico della realtà e autarchia di maniera. Dopo aver usato negli anni Novanta le parole, seppur edulcorate, della destra, rischia oggi di ripetere l’errore: inseguire la destra di oggi sul suo terreno. Assumere formule, parole e stile dei populisti, promettendo protezione al popolo e un rapporto diretto con leader isolati. Ma ogni volta che diventiamo la copia sbiadita dell’originale, l’originale sempre prevale.   La nuova destra sovranista trova nelle società dell’esclusione un bacino di consenso enorme. Lo trova nei nuovi arcipelaghi della disoccupazione tecnologica e giovanile, nei ceti medi impoveriti e senza prospettive, nell’area in costante espansione della povertà. E trova influenti appoggi in quell’establishment che a parole dice di voler combattere. Che si tratti di Trump o della Lega di Salvini, non manca mai la promessa di una massiccia detassazione regressiva, come la flat tax. Anche le ulteriori deregolamentazioni rendono chiaro come la retorica della rottura ben si concili con la tutela nei fatti di consolidati interessi. Al tempo stesso, alla critica dei guasti della globalizzazione la nuova destra risponde con protezionismo e nostalgia: Make America Great Again. Al tramonto del senso della realtà si affianca un ritorno, sottile e rumoroso, del razzismo. La destra vince perché divide il popolo, contrappone gli inclusi agli esclusi, gli italiani agli stranieri, una nazione all’altra. Noi vogliamo unire, e così vincere. Per rilegittimare la democrazia e le sue istituzioni è necessario unire il popolo attorno ad esse. Le donne e gli uomini “dimenticati” esistono. Siamo stati anche noi a dimenticarli. Siamo noi che dobbiamo farli tornare protagonisti,   dando risposte alle loro inquietudini.   La globalizzazione ha consentito a un enorme numero di persone di uscire dalla miseria e dalla denutrizione. Ma ci sono paradossi e contraddizioni. Un lavoratore di un paese avanzato perde più rapidamente diritti di quanto non ci mette quello di un paese emergente a conquistarli. Nonostante i negazionisti oggi al potere negli USA, il rischio di una crisi ecologica cresce e potrebbe esplodere nei prossimi decenni (non secoli), compromettendo le condizioni di vita delle future generazioni. E mentre aumenta la capacità della scienza di risolvere i problemi dell’umanità, diminuisce la fiducia nei suoi confronti (pensiamo solo al dibattito sui vaccini).   La democrazia rischia di essere travolta dall’incertezza. La politica deve scuotersi, non rassegnarsi a equilibri globali determinati dall’arroganza e dalla sopraffazione. Contro tutto questo, rimane in campo solo la straordinaria predicazione di Papa Francesco per una geopolitica della misericordia. Non può bastare.  Abbiamo bisogno di riscoprire il mestiere di governare i processi, ad ogni livello, a partire dalla dimensione sovranazionale. Dobbiamo superare stereotipi e vecchie ideologie, per far vivere davvero la nostra anima: l’eguaglianza.

Nel tempo della divisione, rompere l’algoritmo

È la divisione  ‐ non solo la disuguaglianza  ‐ la nuova questione democratica. C’è quella citazione evangelica nel famoso discorso di Abramo Lincoln, A house divided cannot stand. Una casa divisa non può reggere. È quello che sta avvenendo in tutto il mondo occidentale. E sta avvenendo anche a noi. Così non reggiamo. Ci illudiamo di vivere nella terra dove regna un relativo ordine, rispetto alle tragedie che si consumano ai nostri confini. Ma le divisioni sono le crepe su cui si accumulano tensioni pronte ad esplodere. Nei giorni scorsi, abbiamo avuto una notizia formidabile, che potrebbe cambiare il corso della storia umana. Sono stati scoperti altri pianeti, altri mondi in cui sarebbe possibile la vita, ma di cui ancora non sappiamo nulla. Ma anche qui ci sono mondi di cui non sappiamo nulla. E’ come se nelle nostre società ci fossero degli abissi, scavati dai crescenti divari economici, sociali e territoriali. È come se vivessimo in universi paralleli. Non sappiamo nulla delle reciproche abitudini, idee, esperienze, consumi, stili di vita, passioni e desideri. E se è così, finiamo per ignorarci o insultarci a vicenda. Viviamo in “bolle”, che nei social diventano echo chambers, spesso create da un algoritmo. Sta diventando così anche nella politica, e anche nel PD. Dobbiamo rompere l’algoritmo. Essere il soggetto che fa dialogare mondi diversi e non la proiezione delle divisioni sociali.

Dopo la sconfitta del 4 dicembre, il tempo di unire

Il referendum del 4 dicembre scorso ci ha sbattuto in faccia la radiografia di quelle divisioni.  Non si può immaginare un futuro del Partito Democratico senza prendere sul serio quei risultati.    Le periferie, sia territoriali che “sociali”, hanno supportato il No. E ha detto no in massa alla riforma   la generazione degli under 35 che forse più di ogni altra si è sentita “perduta” in questi lunghi anni della crisi. I giovani hanno respinto la riforma costituzionale del governo più giovane della storia. Perché è accaduto? L’ascesa di nuova classe dirigente politica, più giovane, non ha riguardato l’Italia nel suo complesso. Dietro il crollo degli investimenti, dietro la caduta del PIL, dietro la disoccupazione, dietro la scelta dei giovani più qualificati di abbandonare la loro terra, ci sono i volti e le persone che compongono la generazione che ci ha voltato le spalle. Sono quelli che in occasione delle elezioni europee del 2014 avevano riposto in noi grandi speranze e che via via si sono sentiti 5 sempre più estranei rispetto ai coetanei che li hanno governati. Le nostre parole non sono bastate, perché le parole della politica hanno valore solo quando diventano opportunità per tutti. Con la sconfitta del Sì al referendum non ha perso solo Renzi. Troppo facile, al netto degli errori compiuti. Ha perso uno degli elementi fondamentali della strategia con cui il centrosinistra, sin dalla sua nascita, ha cercato di contrastare il populismo e l’antipolitica: il compimento della transizione istituzionale. Si è pensato che una democrazia meglio funzionante avrebbe ricucito, da sola, lo strappo tra cittadini e istituzioni. All’improvviso, il centrosinistra e il PD si trovano privi di un obiettivo che ne ha segnato l’identità. Ma non possiamo permetterci di restare spaesati.   Per un’ironia della storia, con la sconfitta sulle istituzioni la sinistra di governo riscopre la dimensione sociale. Riscopre la nostra ragione di esistere: legare la questione democratica alla questione sociale. Nessuno avrebbe immaginato la misura della differenza, registrata dal voto, tra i centri e le periferie delle città, tra le città e le campagne, tra le generazioni, tra il Nord e il Sud. Ora è tempo di unire, di colmare i divari, sanare le fratture, ricucire le ferite.

La lotta per uguaglianza è lotta per lo sviluppo e la democrazia

C’è chi dice che destra e sinistra sono categorie superate: nell’ansia di rottamare il Novecento non si accorge che così si torna all’Ottocento.  Il discrimine che Norberto Bobbio poneva sulla frontiera tra libertà e uguaglianza è ancora valido, non superato dalla contrapposizione tra conservazione e innovazione. Nella grande trasformazione di questi anni tornano domande di libertà, di uguaglianza, di sostenibilità: è sulle risposte che va misurata l’innovazione.   Il tema dell’uguaglianza è tornato, anche grazie al lavoro di grandi economisti. Ma è mancato il coraggio di dire che l’eredità migliore dei “trent’anni gloriosi” non sta nelle ricette ma nel rapporto tra politica e società. L’allargamento dei divari o la loro riduzione è il risultato di scelte politiche compiute o mancate. E senza sinistra, senza la capacità di cambiare il gioco, l’alternativa è la reazione. Abbiamo bisogno non solo di politiche redistributive, ripristinando la progressività della leva fiscale, ma anche “predistributive”, di funzionamento delle istituzioni, di rilancio dello Stato sociale. Occorre anche garantire il buon funzionamento dei mercati per combattere rendite e posizioni dominanti. E prima ancora, agire sui processi di creazione del valore.   Non dobbiamo fare la lotta alle disuguaglianze per spostare a sinistra il Pd. Dobbiamo farla perché questa, oggi, è la funzione storica del nostro Partito, per difendere e far avanzare la democrazia in Italia e in Europa.

La fine dello Stato, una notizia fortemente esagerata

Alla sinistra è mancata prima di tutto un’alternativa di pensiero. Abbiamo perso le nostre parole. Una di queste parole è lo Stato. La notizia della sua fine era fortemente esagerata, ma il suo arretramento o mancato avanzamento nello spazio sovranazionale è stato lo scacco alla sinistra. L’Italia si è trovata più fragile, per le storiche e persistenti debolezze della costruzione dello Stato italiano, delle istituzioni, delle politiche, delle persone chiamate a dirigerlo, del rapporto tra centro e territorio. E a tutto questo si è accompagnato un costante processo di denigrazione, di disinvestimento. 6 Dovremmo provare a ricostruirlo, uno Stato consapevole dei propri limiti ma anche delle proprie possibilità. Il governo della complessità richiede competenza. Richiede partiti, élite autonome e mai autoreferenziali, senza le quali siamo subalterni. Abbiamo una politica in balìa delle società di comunicazione, che quando va al governo si mette in mano alle grandi società di consulenza. La Casaleggio Associati è la forma più estrema e inquietante. Ma il problema riguarda tutti. Anche il Partito democratico. Lo Stato non è “centralismo”, ma responsabilità comune della felicità pubblica. Lo Stato è il comune, è la capacità di ascoltare la società attraverso i presidi della cittadinanza. Riaffermare il ruolo della cosa pubblica non significa nuovo statalismo, tanto meno ripiegamento nazionalistico. Significa essere presenti alle sfide di questo tempo, a partire da un rilancio del progetto europeo come orizzonte di civiltà e di benessere nello spazio globale.

Dopo la crisi, un’altra Europa

Dobbiamo ripensare l’Europa, ritrovare una missione, un “patriottismo” europeo che sia pilastro della pace mondiale e modello alto di civiltà. Abbiamo bisogno di un’altra Europa, ma non partiamo da zero. A denunciare i pericoli dell’austerità qualche anno fa eravamo in pochi. Oggi, questa battaglia è patrimonio di tutto il centrosinistra. Ma cosa concretamente proponiamo per la costruzione di un’altra Europa? E con quali alleanze?   Alla vigilia delle celebrazioni sui 60 anni dei Trattati di Roma, assistiamo al rischio di dissoluzione dell’Unione Europea, l’area del mondo più indebolita da una crisi non nata al suo interno. L’Europa era una grande promessa, l’approdo politico dell’ideale della società aperta. Ora, per molti è diventata una parola ostile, sinonimo di disoccupazione elevata, flussi crescenti di immigrati, minacce terroristiche, impulsi secessionisti. La Brexit e l’elezione di Donald Trump hanno reso ancor più drammatiche le sfide da affrontare.   L’Europa è fragile perché crescono le divergenze economiche e culturali. Dalla crisi greca a quella dei migranti, ha rivelato le falle di una costruzione “incompiuta”, segnata da una strutturale indifferenza alle disuguaglianze e da un assetto asimmetrico che favorisce i forti e penalizza i deboli. Si sono riaperte fratture vecchie e nuove. Oggi ci accorgiamo dei contraccolpi prodotti dall’allargamento ad Est e paghiamo l’indifferenza per la “frontiera meridionale” a cui l’Unione da troppo tempo ha voltato le spalle.   Ora è tempo di rilanciare il processo di integrazione e convergenza. Ci sono passaggi decisivi, nei prossimi mesi. E il coraggio di Mario Draghi non può bastare. Non tutto si risolve con la politica monetaria. Il “Libro bianco” sul futuro dell’Europa presentato dalla Commissione è deludente. L’Europa ha bisogno di un efficace “pilastro sociale” per proteggere i propri cittadini, a partire da un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Serve una capacità fiscale europea. E il completamento dell’Unione monetaria, a partire dall’unione bancaria. Una nuova e più forte legittimazione democratica delle istituzioni comunitarie, anche attraverso l’elezione diretta del presidente della Commissione. L’assetto attuale dell’Unione economica e monetaria è assai fragile ed espone l’area euro a rischi di disgregazione. I limiti della governance sono emersi con chiarezza in questi anni, segnati da processi di aggiustamento profondamente asimmetrici per i paesi con elevati deficit e debito e del tutto inefficaci nei confronti dei paesi in avanzo come la Germania. Il Fiscal Compact va profondamente rivisto, vanno ripensati metodi e procedure per il calcolo dei prodotti potenziali, ampliato l’orizzonte temporale delle regole fiscali, va prevista una golden rule 7 (“regola aurea”) per gli investimenti strategici, rafforzando la responsabilità dei singoli paesi per le spese correnti e lasciando maggiore flessibilità per quelle in conto capitale. È necessario andare molto oltre il Piano Juncker, trasformarlo in un grande New Deal. Le grandi reti infrastrutturali, la ricerca e l’innovazione, le politiche energetiche e di sicurezza devono essere attivamente e direttamente sostenute dall’Europa, con le risorse proprie da ricercare anche nell’emissione di debito europeo. Occorre porre fine alla concorrenza fiscale, con una tassazione effettivamente europea delle multinazionali con basi imponibili consolidate, e con la progressiva armonizzazione dei sistemi tributari. Occorre un diritto del lavoro europeo, anche per dare forza ai sindacati sovranazionali, e un minimo salariale, anche differenziato per paesi (ad esempio il 60% del salario medio).   Infine, serve una grande politica per l’area mediterranea, oltre la gestione, peraltro insufficiente, dei flussi migratori. E questo non solo per emendarsi dall’infamia delle tragedie lasciate consumare a largo di Lampedusa, o di Lesbo. Ma anche perché fa bene allo sviluppo del nostro Paese, alle aree deboli della frontiera meridionale dell’Unione e all’intera Unione.   Abbiamo l’occasione storica per costruire una vera difesa comune europea. In generale, una via percorribile per il rilancio dell’integrazione è un’Europa a più velocità, che introduca forme più avanzate di soggettività politica e di responsabilità democratica tra i Paesi maggiormente integrati, a partire dai fondatori. Ma va fatta nella chiarezza degli obiettivi, e nella reciprocità degli impegni. Perché è stata proprio la divergenza di interessi e il prevalere dell’egoismo tra alcuni Paesi fondatori ad aver determinato la crisi del progetto di integrazione. Occorre quindi vera integrazione tra politiche nazionali e politiche europee, capacità di reale rappresentanza. E anche chiarezza, rinunciando allo scaricabarile delle responsabilità tra le capitali e Bruxelles, un vizio politico che indebolisce gli interessi sia europei che nazionali, non li rafforza.

Socialisti europei e democratici nel mondo  

Il socialismo europeo, di fronte a queste grandi sfide, è apparso spesso paralizzato, ostaggio degli stereotipi nazionali, ancor più che degli interessi. C’è un doppio deficit politico in Europa da colmare: da un alto, istituzioni europee forti e legittimate presuppongono forti e legittimate forze politiche europee; dall’altro, il PSE ha bisogno di un momento rifondativo, che faccia chiarezza sui valori di fondo. Il Partito democratico non può limitarsi a denunciare i limiti del PSE. Se ne rivendica la leadership ha il dovere di farsi carico del rilancio. Proprio questo passaggio culturale è mancato dopo il grande risultato del 2014. L’adesione al PSE finalmente ha posto fine a una estenuante discussione. Ma una vera riflessione sulle responsabilità che il passaggio comportava non c’è stata. Proponiamo di convocare un congresso europeo del PSE, sulle grandi questioni di fondo dell’Europa: tesi, proposte contrapposte, da discutere e votare nei circoli e tra gli iscritti dei partiti che vi aderiscono, anche per la legittimazione diretta dei suoi vertici politici, di cui oggi i nostri militanti conoscono a malapena il nome.   Dobbiamo preparare questo momento con un dialogo vero tra i partiti che ne fanno parte, forti delle nostre posizioni ma evitando il rischio dell’isolamento. E dobbiamo guardare anche fuori dal PSE, a un’alleanza delle forze democratiche e progressiste, che parta dalla frontiera meridionale dell’Europa e discuta con gli altri Paesi, per ricercare nuovi equilibri, per raggiungere compromessi 8 più avanzati. In questa prospettiva la battaglia di Martin Schulz in Germania può rappresentare una vera svolta.   Dobbiamo tornare a parlare alla comunità democratica nel mondo. In questo, gli italiani nel mondo rappresentano un pezzo del sistema Paese. Una comunità straordinaria di singole intelligenze, imprese, associazioni, sindacati, missioni religiose, mondo della scuola e della cooperazione, istituzioni di base, e che il Partito Democratico deve saper valorizzare attraverso il concetto culturale, economico e sociale degli Italici.

A che punto è l’Italia? La ripresa è fragile, serve una svolta

Il nostro Paese dal 2014 è uscito dalla recessione, ma la ripresa è fragile. In Europa siamo in coda. Bisogna certo affrontare il problema pluridecennale della competitività, ma anche ripartire dai fondamenti, dalla qualità della nostra economia e delle sue istituzioni. Un primato italiano è il gioco d’azzardo. Quello legale vale oltre il 5% del Pil nazionale, in costante crescita negli anni della crisi. Una vera patologia. L’80% del valore della produzione manifatturiera è realizzato da appena il 20% delle imprese italiane. All’alba della “quarta rivoluzione industriale”, è fondamentale capire come le nostre imprese possano affrontarla. Le grandi imprese sono in forte affanno. Tra le prime 500 imprese a livello globale classificate dalla rivista Fortune solo 9 sono italiane. Le grandi imprese di successo radicate entro i confini nazionali sembrano soprattutto quelle pubbliche, come Eni, Enel, Poste, Ferrovie e Leonardo‐Finmeccanica. Le piccole imprese soffrono l’anemia del mercato interno e le medie e intermedie, che hanno mostrato performance talvolta eccellenti e conquistato un ruolo cruciale nelle catene globali del valore, non sembrano ancora in grado di trainare da sole l’economia italiana. Per questo bisogna sostenerle con politiche specifiche, che puntino sulla crescita dimensionale, sull’innovazione, sull’internazionalizzazione, sulle reti. I governi di questa legislatura hanno intrapreso un programma di riforme strutturali, con una politica di bilancio via via più espansiva, rallentando il percorso di avvicinamento al pareggio strutturale. La parte preponderante delle risorse è stata impiegata in misure di riduzione della pressione fiscale, mentre sul versante della spesa fondi aggiuntivi sono stati destinati alla scuola, alle politiche sociali e – specialmente con l’ultima legge di bilancio – agli investimenti pubblici. Ma non basta. A tre anni di distanza, dobbiamo dare una vera svolta per lo sviluppo. Le riforme strutturali da completare e, in qualche caso, correggere da sole non bastano. Il rilancio degli investimenti pubblici e privati, crollati con la crisi, è la chiave per rafforzare la crescita. L’obiettivo minimo deve essere riportare gli investimenti pubblici alla quota sul PIL degli anni precedenti la crisi. Quanto agli investimenti privati, Industria 4.0 è un passo importante che va implementato, monitorato e rafforzato.   Il sapere e il sociale, le reti, l’ambiente e la ricostruzione sono gli assi strategici di una nuova grande stagione di investimenti pubblici. Sono interventi che hanno un costo rilevante, da coprire recuperando almeno parte dell’enorme evasione fiscale (stimata in 110 miliardi annui, di cui 40 per la sola IVA), intensificando la revisione mirata della spesa, sfoltendo la giungla delle 799 agevolazioni fiscali in vigore, tassando in misura più stringente il gioco d’azzardo.   Le banche rappresentano un rischio sistemico per l’intera economia non solo nazionale, ma anche europea. In alcuni Stati, i problemi sono stati risolti con interventi pubblici, una massiccia 9 socializzazione delle perdite. In Italia, dove recessione e austerità si sono combinate a commistioni improprie con la politica (anche per questo serve la Commissione d’inchiesta), le nuove regole europee hanno fortemente limitato i margini di intervento, compromettendo la capacità delle banche di erogare credito alle imprese e alimentando la sfiducia nei confronti del sistema bancario. Il rischio ora è che i capitali, magari esteri, intervengano per acquisire la parte più redditizia del sistema finanziario italiano, solo dopo che i costi del risanamento saranno stati sopportati dai risparmiatori o dallo Stato. È necessario introdurre limiti stringenti ai rischi che le banche possono assumere con il risparmio del pubblico, rafforzare e adattare l’apparato di vigilanza ai nuovi equilibri tra vigilanza europea e contesto nazionale, inasprire le sanzioni contro chi commette condotte illecite. Con l’Europa, bisogna essere chiari. Non si può indugiare ancora. Se l’Europa non riesce a dare una risposta con l’unione bancaria, allora non può frapporre ostacoli alle iniziative nazionali. È in gioco la tenuta del nostro sistema produttivo.

La leva fiscale per la crescita e l’inclusione

La leva fiscale è uno strumento per rafforzare la crescita e l’inclusione sociale. Occorre un disegno organico con alcuni obiettivi di fondo: combattere l’evasione fiscale, che resta uno dei principali problemi italiani, anche con un impegno al reimpiego delle risorse nella riduzione e redistribuzione del carico fiscale; spostare il carico fiscale dal lavoro e dalla produzione verso la rendita; riaffermare il principio costituzionale della progressività dell’imposizione fiscale rispetto al reddito. In questi anni, la pressione fiscale è diminuita passando dal 43,6 per cento del PIL del 2013 al 42,3 del 2016. È mancato però un disegno coerente. Non sempre le ingenti risorse impiegate per ridurre la pressione fiscale hanno corrisposto ad effettive priorità economiche e sociali, di sostegno all’impresa e al lavoro.   Noi proponiamo una revisione complessiva dell’imposizione sulle persone fisiche, riducendo il carico sui redditi delle famiglie, a partire da quelle più povere (incapienti) fino a quelle del ceto medio. Guardiamo con molto interesse, da questo punto di vista, alle proposte che vanno nella direzione di un ridisegno della progressività dell’imposta (integrando il bonus 80 euro nella nuova IRPEF) e dell’introduzione di un nuovo assegno familiare universalistico e decrescente in base al reddito equivalente. La lotta all’evasione ha bisogno di un patto con il contribuente fondato su controlli, tracciabilità, sanzioni, ma anche sull’adempimento spontaneo e su interventi per quelle imprese, artigiane e commerciali che, in misura crescente nella crisi, sono ricorse a “un’evasione di sopravvivenza”. È un percorso lungo. Per essere credibile nessun condono è ammissibile, la certezza del diritto è un bene da tutelare. L’estensione dei mezzi di pagamento elettronico e bancario è un obiettivo fondamentale.   Non dimentichiamo però che il nostro nemico sono i grandi colossi che evadono ed eludono, lucrando sulla concorrenza fiscale degli Stati. Per questo, abbiamo bisogno di un fisco europeo, contro la concorrenza dannosa, le frodi tributarie e l’evasione. Sulla pianificazione fiscale aggressiva, la proposta della Commissione di base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società non sarebbe una rinuncia alla sovranità fiscale, ma un investimento per recuperare gettito. È stata importante, sul piano politico e simbolico, la decisione della Commissione di far pagare alla Apple le tasse che spettano all’Irlanda ma a cui essa vuole rinunciare. Mentre la Tobin 10 tax, se introdotta a livello europeo, potrebbe assicurare diverse decine di miliardi di euro al bilancio comunitario per lo sviluppo e l’inclusione.

Le politiche industriali del XXI secolo, un progetto per l’Italia

Le “politiche industriali del XXI secolo” sono un progetto di Paese, non un insieme di scelte tecniche. Il Partito democratico deve porsi l’obiettivo di tracciare una nuova traiettoria per lo sviluppo nel senso della sostenibilità sociale e ambientale. L’Italia deve tornare a essere un modello culturale, per cosa e come produrre.   Gli strumenti non mancano. C’è un intero armamentario di leve pubbliche di intervento nell’economia, a partire dalla Cassa Depositi e Prestiti e dai suoi fondi di private equity, che viene attivato in ordine sparso, senza un disegno strategico coerente. La rivitalizzazione del nostro sistema parte allora da una scommessa enorme, la ricostruzione di uno Stato capace, indirettamente (mediante incentivi, disincentivi e regolazione) o direttamente, di rilanciare lo sviluppo del Paese.   La politica industriale nei grandi Paesi non è mai scomparsa: lo Stato minimo valeva soprattutto per gli Stati deboli. A noi serve uno Stato strategico, con obiettivi di lungo periodo, che metta a sistema i punti di forza e affronti le debolezze, con un’Amministrazione rinnovata nelle responsabilità, nell’organizzazione, nelle migliori capacità e competenze. Uno Stato flessibile e intelligente, che faccia scelte in grado di correggere e migliorare nel tempo, mantenendo la bussola. La domanda pubblica deve fare la sua parte con una sua profonda riqualificazione, negli investimenti pubblici in infrastrutture e nella spesa corrente per l’acquisto di beni e servizi. Un ruolo essenziale devono giocarlo le principali grandi imprese nazionali, facendo germogliare nuove realtà imprenditoriali e rafforzando le capacità e le competenze dei lavoratori.   Un progetto di Paese che riaffermi il ruolo del settore manifatturiero, secondo in Europa, a partire dai punti di forza tecnologico‐produttivi.  Che trasformi i rischi insiti nelle dinamiche della società italiana in opportunità di sviluppo, a partire dall’invecchiamento della popolazione e da una domanda sempre più orientata a prodotti e tecnologie del benessere.  L’affermazione del modello culturale italiano, passa non solo per il settore della moda, ma per la capacità di accoglienza e di offerta delle bellezze artistiche, culturali, agroalimentari, artigianali, veicolate da un turismo di qualità. La sostenibilità ambientale è centrale per orientare il Paese a una sfida ben più ampia rispetto alla quella, pur imponente, delle tecnologie per l’energia verde. Una sfida che coinvolge ampi settori dell’economia nazionale, come il settore delle costruzioni e tutta la filiera della produzione di materiali, arredamento, macchinari a supporto, posizionando le imprese produttrici di tecnologia e materiali sulla frontiera competitiva. La strategia deve riguardare anche il nostro modello insediativo e della mobilità sostenibile: questa sarebbe anzitutto una scelta di politica industriale in grado di coinvolgere diverse filiere manifatturiere in una nuova grande missione nazionale, comparabile a quella della diffusione dell’automobile.

L’innovazione sostenibile e progressiva, per tutti

L’innovazione tecnologica è una straordinaria opportunità per l’economia italiana, per recuperare gli storici gap di produttività e per aiutare le PMI a fare rete e internazionalizzarsi. Eppure, l’Italia oggi utilizza appena il 10% del proprio potenziale digitale. E, soprattutto, il sistema economico italiano appare spaccato in due: da un lato, un gruppo di testa di imprese medie e grandi che colgono appieno le opportunità dell’innovazione, dall’altro la grande massa delle piccole, che rischiano di soccombere di fronte ai cambiamenti. Occorre costruire dal basso il modello italiano di Industria 4.0 puntando sulla capacità di fare rete dei sistemi di PMI, mobilitando gli attori economici sull’innovazione inclusiva. Di fronte a questa rivoluzione la politica ha troppo spesso abdicato al proprio ruolo. Talvolta hanno prevalso le tentazioni neoluddiste: rispondere al cambiamento solo cercando di fermarlo. O l’entusiasmo dei tifosi: quasi fosse una “mano invisibile digitale”, ci si è cullati sull’idea che l’innovazione avrebbe finito, in modo più o meno naturale, per pervadere e trasformare tutta l’economia. La quarta rivoluzione industriale sta ridefinendo le gerarchie economiche tra i Paesi e all’interno dei Paesi, e l’Italia rischia di restare indietro, con un sistema diviso in due tra vincenti e perdenti dell’innovazione.   Sostenere la leadership industriale italiana è possibile solo favorendo uno sviluppo sostenibile delle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale, la robotica, la cyber security, le biotecnologie, il cloud e il 5G, che trasformeranno la nostra società. Serve un rinnovato impegno in educazione e formazione continua per sviluppare le competenze necessarie ai cittadini e ai lavoratori. Solo in questo modo riusciremo a recuperare quello scarto di produttività che abbiamo accumulato negli ultimi decenni. Occorre sostenere l’intera filiera dell’innovazione, ma anche indirizzarla. Non limitandosi dunque ad incentivi fiscali, ma facendosi carico di un governo attivo dei programmi di ricerca, favorendo lo sviluppo di start‐up secondo un modello di open innovation inclusivo dell’intera filiera della formazione e della ricerca che guardi alla popolazione giovanile e la sostenga nello sviluppo di nuovi progetti imprenditoriali. Esempi di politiche attive sono il pre‐commercial procurement per sostenere l’innovazione sociale e dei servizi, e il sostegno dell’Agenzia per l’Italia digitale in un’ottica di progresso e risparmio delle risorse dell’intera pubblica amministrazione, per rendere i servizi pubblici più semplici. Infine, apriamo pure il dibattito sulla web tax e sulla tassazione dei robot. Noi continuiamo a credere che si più giusto tassare la ricchezza, non la tecnologia. I robot possono in molti casi migliorare la qualità del lavoro, certo distruggendone una parte. Ma se si tassassero gli ingenti profitti di questa distruzione, troveremmo risorse non solo per tutelare le “vittime” della rivoluzione tecnologica ma per la creazione di nuovo lavoro e la ridefinizione dei suoi modi e tempi.

Un “IRI della conoscenza”

È ormai chiaro a tutti che le politiche dell’innovazione, da sole, non bastano. E non basta nemmeno la spesa pubblica in R&D, tanto più nel nostro Paese dov’è largamente carente, innanzitutto sul versante privato. Più in generale, da sola non basta nemmeno una buona politica per l’istruzione, la conoscenza, il sapere.  Se dici education education education ma non affronti il 12 tema del funzionamento della produzione e del trasferimento di conoscenza e tecnologia, allora il tuo investimento formativo rischia di essere in parte vanificato. C’è un grosso pezzo di Paese – nel Mezzogiorno, ma non solo – che rischia di non partecipare alla rivoluzione tecnologica a causa dei deficit strutturali del sistema produttivo e del sistema della ricerca. Una sfida che non riguarda l’Industria 4.0, ma anche e soprattutto quella 1.0, per usare la formula polemica di Romano Prodi.   Ecco, allora, che servirebbe davvero un nuovo IRI della conoscenza, che affronti di petto il problema della ricerca applicata al fine di migliorare la competitività e la qualità dell’intero sistema produttivo, in coerenza con le vocazioni e gli orientamenti dell’economia Italia. Un modello a cui ispirarsi, per dimensione e impatto nella realtà produttiva nazionale, potrebbe essere quello della Fraunhofer‐Gesellschaft tedesca, coi suoi ventimila ricercatori, ingegneri, funzionari impegnati ogni giorno a plasmare il sistema produttivo nazionale. E dovrebbe, ovviamente, non nascere dal nulla, ma mettendo in rete le tante realtà che, per penuria di risorse, non riescono a valorizzare il talento di tanti giovani italiani che vanno a fare fortuna in (e la fortuna di) altri paesi. L’idea è una rete coordinata di soggetti pubblici che possano relazionarsi con quelli privati, che operi non soltanto nel senso “hard” del trasferimento tecnologico, ma in quello “soft” della diffusione di sapere e di una cultura per l’industria e il lavoro.    Si tratta insomma di promuovere una agenzia nazionale della ricerca e sviluppo per impostare una strategia nazionale, mettendo a sistema tutti gli ambiti ora frammentati, in un’ottica di risposta alle grandi sfide del nostro tempo: il cambiamento climatico e la tutela della salute, la produzione di energia, la mobilità sostenibile, l’invecchiamento della popolazione.

La “conversione ecologica”. Bloccare il consumo di suolo e rigenerare le aree interne

La green economy e la blue economy rappresentano la migliore possibilità di sviluppo, di benessere e di occupazione per l’Italia. Perché sono in grado di valorizzare le migliori vocazioni italiane: la qualità della vita, la bellezza, il patrimonio naturale e culturale, l’ambiente marino. E perché alimentano una forte spinta all’innovazione e alla ricerca.   L’attuazione dell’Accordo di Parigi è per l’Italia anche un’occasione per proseguire con maggiore forza la riduzione del consumo di combustibili fossili, che pesano sulla nostra bilancia commerciale, migliorando l’efficienza energetica del nostro sistema economico e riprendendo lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, delle fonti geotermiche e dei biocarburanti. Serve un Piano Energetico nazionale degno di questo nome.   Estendere a tutto il Paese i livelli elevati di raccolta differenziata dei rifiuti già raggiunti in molti comuni, potenziare le attività di riciclo dei rifiuti sia urbani che speciali, combattere lo spreco alimentare, nella direzione di un’economia circolare, rappresentano buone scelte ambientali e occasioni di crescita. Puntare su una mobilità più sostenibile, a basse o nulle emissioni, più elettrica, più basata sul ferro, sul trasporto condiviso, renderebbe le città più vivibili e sane, con meno traffico e aprirebbe possibilità di innovazione, di nuove produzioni di mezzi e di infrastrutture. L’alta qualità ambientale italiana è una condizione irrinunciabile per il benessere dei cittadini e una straordinaria opportunità economica. È questo il senso del nostro impegno contro le contraffazioni 13 alimentari, sulla Terra dei fuochi, sugli ecoreati. Tutelare e valorizzare il capitale naturale è essenziale perché conserva e migliora il paesaggio, ponendo le basi per rafforzare il ruolo dell’Italia nel mercato mondiale del turismo, che premia sempre di più la sostenibilità. È un investimento di successo perché supporta la grande biodiversità della nostra agricoltura ed esalta gli sforzi verso la sostenibilità e l’ecoefficienza compiuti negli ultimi nostri anni dalle nostre aziende. È giunto il tempo di procedere in Italia ad una riforma verde della fiscalità agendo su tre livelli: la ridefinizione delle “tasse” ambientali (a cominciare dall’introduzione di una carbon tax), la rimodulazione degli incentivi e dei disincentivi, il potenziamento degli strumenti di mercato. Occorre investire nella bonifica delle aree contaminate, nelle infrastrutture verdi, nella riqualificazione fluviale, superando l’approccio fallimentare della cementificazione. Già nel 2013 abbiamo proposto una legge contro il consumo di suolo, che stabiliva un principio molto semplice e chiaro: non si può costruire il nuovo se prima non si è verificato di poter riutilizzare e rigenerare il vecchio. In Parlamento ha avuto un iter troppo lungo, ora va approvata, non c’è più tempo da perdere. Questo, insieme alla conversione e rigenerazione energetica dell’edilizia pubblica e privata, è l’asse portante di un programma pluriennale di prevenzione e messa in sicurezza sismica e idrogeologica delle città e delle zone a rischio. E riguarda innanzitutto le aree interne. Il rafforzamento e la stabilizzazione quinquennale dell’ecobonus e del sismabonus per i condomini previsti dall’ultima legge di bilancio aprono prospettive interessanti, purché la cessione dei bonus venga estesa anche alle banche e agli intermediari finanziari. Ricostruzione e rigenerazione sono quella grande missione pubblica che non solo può riavviare lo sviluppo di zone destinate allo spopolamento, ma diventa un investimento per prevenire o limitare costi e danni ingenti.

Unire l’Italia. Il Mezzogiorno al centro dello sviluppo nazionale

Unire l’Italia è la condizione per la sua ripartenza, e il Mezzogiorno è il luogo dove attivare il potenziale di crescita inespresso. Ce lo insegna la storia d’Italia, e ce lo suggerisce l’attualità. A Sud si sommano e si combinano tutte le faglie di disuguaglianza che attraversano la società: sociali, generazionali e di genere, di sapere, cittadinanza, di opportunità.   Al Sud si accentuano i problemi dell’Italia tutta: debolezza della macchina pubblica, del modello di specializzazione produttiva e di organizzazione aziendale, che si riflettono nella bassa produttività, nella strutturale carenza di lavoro qualificato. L’unica via di mobilità sociale, specialmente per i giovani, è spesso la fuoruscita migratoria.   La crisi al Sud precedeva “la crisi”, e quest’ultima, combinata con le politiche antimeridionaliste degli anni berlusconiani e con gli effetti asimmetrici dell’austerità, ha aggravato il quadro di debolezze strutturali dell’area. Nel volgere di un quindicennio, la crisi dai fattori economici si è riversata sui comportamenti sociali, fino ad arrivare alla demografia. Oltre alla perdita di capacità industriale (un quarto) e posti di lavoro (mezzo milione), preoccupa il depauperamento del capitale umano, le emigrazioni, il crollo delle immatricolazioni all’università, il crollo della fertilità. Il rischio è un Sud sempre più povero e più vecchio, e dunque più dipendente.   Oggi, con i suoi 20 milioni di abitanti, il Mezzogiorno rappresenta la più grande area in ritardo di sviluppo di Europa. Ci troviamo al fondo di ogni classifica europea. Ma il Sud è attuale. Il Sud non è una causa persa. Non solo per le sue molte eccellenze. Non è perduto perché si dimostra 14 particolarmente reattivo se si investe: nell’area, c’è una maggiore capacità degli investimenti pubblici di generare reddito e occupazione. Un recente stima della Svimez ha calcolato che l’impatto di appena 4 miliardi di spesa aggiuntiva per investimenti in opere pubbliche al Sud determinerebbe un aumento del Pil nell’area di 1,8 punti nell’anno e di 2,4 cumulati a cinque anni, e complessivamente un aumento dell’occupazione di 115 mila unità. Bisogna farlo, perché nelle principali leve di rilancio dell’Italia, il Sud ha grandi potenzialità e vantaggi competitivi: dall’energia alla logistica, dall’agroalimentare all’industria culturale. Portare l’Alta velocità al Sud non è un’eresia, è una condizione essenziale.   Un disegno di sviluppo cammina solo se è capace di mobilitare forze, energie, di coinvolgere, di includere, di far partecipare. Abbiamo agito con ritardo e le politiche messe in campo sono state percepite come l’ennesimo patto per distribuire risorse a classi dirigenti e istituzioni che appaiono distanti e inadeguate. Più che altrove, il Partito Democratico del Mezzogiorno è nelle mani degli eletti, di un notabilato locale che prolifera nel disinteresse o, peggio, nell’interesse dei gruppi dirigenti nazionali, e che non riesce ad essere inclusivo. Il difficile processo di formazione di una nuova classe dirigente al Sud, ma non solo, deve essere il nostro assillo.

Piena e buona occupazione per i giovani e le donne

Le famiglie più ricche di Firenze sono ancora oggi le stesse del 1427. Non è solo Firenze, è l’Italia di oggi in cui si ereditano i privilegi, le professioni, le classi sociali. Al centrosinistra spetta il compito di spezzare questo circolo vizioso di rendita e privilegio.   È la carenza di lavoro di qualità la prima fonte di riproduzione delle ingiustizie e di aggravamento dei divari nel nostro Paese. Ed è sulla capacità di creare nuove forme di occupazione per l’intelligenza umana la sfida epocale su cui si misurerà la forza della politica. Il Partito democratico deve avere l’ossessione di dare ai giovani italiani un messaggio nuovo, anzi antico: piena e buona occupazione.  È un impegno che deve partire da un grande piano per il lavoro femminile, specie al Sud. Non possiamo cavarcela continuando a modificare le regole del mercato del lavoro. Serve una politica generale per l’occupazione, con un piano organico di investimenti mirati alla creazione di nuove occasioni di lavoro di qualità e con la riapertura di percorsi di accesso alla P.A. che favoriscano il ricambio generazionale e l’acquisizione di quelle competenze necessarie ad affrontare le sfide dell’innovazione. La combinazione tra decontribuzione per le nuove assunzioni e Jobs Act ha avuto effetti positivi ma, specie ad un’analisi costi‐benefici, necessita di una revisione profonda. Ci sono storture da correggere, a cominciare dagli appalti. Va rivista la disciplina dei licenziamenti collettivi e disciplinari, perché l’arretramento dei diritti nei luoghi di lavoro è diventato cronaca quotidiana. Il Jobs Act non è riuscito a modificare il comportamento di chi continua a preferire come prima tipologia di assunzione, specialmente per i giovani, le forme contrattuali più precarie. L’esplosione dei voucher – da riportare alle reali esigenze di lavoro accessorio – ha coperto i fenomeni più degradanti. Il nostro compito dev’essere investire sui Servizi per l’impiego, sulla formazione professionale e immaginare le nuove forme di protezione in un mondo che cambia. L’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro dovrebbe essere riformata per farne, come avviene in tutti i paesi europei, il fulcro di politiche per il lavoro dei giovani, per ricollocare i disoccupati e accompagnare all’attività sul mercato del lavoro i destinatari di misure di sostegno al reddito. 15 Ridare dignità e forza al lavoro: abbiamo provato a farlo con la legge contro il caporalato nelle campagne, misura di civiltà. Ma dobbiamo rilanciare una battaglia più grande, per il lavoro in tutte le sue forme. Per questo dobbiamo approvare al più presto lo Statuto del lavoro autonomo. Dobbiamo pensare ai giovani professionisti che non possono cadere nella spirale della concorrenza al ribasso, introducendo un equo compenso. Dobbiamo affrontare una discussione parlamentare ampia sui diritti universali del lavoro.   Creare lavoro in tutte le sue forme ‐ dipendente, autonomo e cooperativo ‐ è l’obiettivo del Partito democratico. La cooperazione nella crisi ha mantenuto i livelli occupazionali, ha aiutato le istituzioni a ripensare il welfare. E tra i momenti più incoraggianti, nelle fasi più acute della crisi, è stato il workers buyout, cioè l’acquisto delle aziende in difficoltà da parte degli stessi lavoratori organizzati in cooperative. Dovremmo immaginarlo come strumento di politica attiva del lavoro. Il futuro è mutualità digitale, welfare aziendale, cooperative di comunità. Ma serve tolleranza zero contro le false cooperative, approvando rapidamente la proposta di legge di iniziativa popolare. Infine, le grandi trasformazioni del lavoro chiamano il sindacato a rinnovarsi, e noi diciamo anche a unirsi, per rilanciare la sua funzione. Occorre approvare una legge sulla rappresentanza, ma bisogna spingersi oltre. È giunto il momento di una battaglia in Italia per la presenza dei lavoratori nella governance delle aziende. Si può fare, a cominciare dalle grandi aziende partecipate, il cui sistema di nomina nei CdA non può ridursi a esercizio di potere, ma dev’essere legato a una discussione pubblica intorno alla mission, che sia aperta, trasparente, come il meccanismo di selezione.

La rivoluzione del lavoro. Aumentare produttività e salari, soprattutto delle donne

Le rivoluzioni industriali sono state guidate da clamorosi aumenti della produttività, e questo processo ha rappresentato la base economica per rendere il lavoro  ‐  e la vita  ‐ migliori, e per edificare il welfare state. Non è stato scontato.  È stata la sinistra, con le sue battaglie, a far sì che l’aumento della ricchezza si trasformasse in aumento del benessere. Noi dobbiamo fare in modo che anche la quarta rivoluzione industriale sia l’occasione per migliorare la qualità della vita e del lavoro. Discutere l’orario di lavoro non può essere un tabù, tanto più alla luce delle grandi trasformazioni che incidono sul modo stesso di lavorare, come lo smart working, e che aprono questioni legate alla salute e alla sicurezza, al diritto alla disconnessione, alla conciliazione vita‐lavoro. Alla sinistra spetta un discorso di verità sull’importanza del tempo libero, e sulla liberazione che rappresenterebbe la diminuzione dell’orario di lavoro giornaliero, soprattutto per coloro che svolgono lavori ripetitivi.   Un’altra distorsione nel dibattito sul lavoro è che la competitività necessiti di bassi salari. Il nostro modello è il Pakistan o l’Europa più forte? Retribuzioni più elevate e lavoratori non sfruttati, rappresentati da sindacati lungimiranti, nelle esperienze nordeuropee sono stati e sono uno stimolo a competere con innovazione e investimento di lungo periodo.   In Italia, c’è una grande questione salariale. Discutiamone a tutto campo. Cerchiamo le soluzioni. Una riduzione delle rendite consentirà tendenzialmente una più elevata quota delle retribuzioni sul Pil e questa, accompagnandosi alla crescita di competitività, potrà creare un circolo virtuoso di 16 cui anche la domanda interna, la grande assente di questi anni, sia parte integrante. Un obiettivo essenziale è colmare l’intollerabile differenza di genere nelle retribuzioni delle donne.

Il nuovo Welfare per la crescita inclusiva

Lo Stato è sociale. Questa è la nostra parola d’ordine. Il welfare è stata la grande invenzione della sinistra, che ha dato un’anima all’Europa. Per qualcuno è solo un costo. Per noi è una grande opportunità. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle fragilità e delle dipendenze, i nuovi bisogni di conciliazione, la cura, la salute, l’assistenza, l’inserimento nel mercato del lavoro possono rilanciare il modello sociale europeo.   Un buon sistema di welfare è di fondamentale importanza per promuovere l’inclusione sociale, oltre a rappresentare anche un grande bacino occupazionale destinato ad ampliarsi, per le trasformazioni demografiche e sociali. Già oggi, i settori legati al benessere, alla salute e alla cura, sono tra quelli che più contribuiscono alla creazione di nuova occupazione in Europa.   L’Italia è in ritardo. Serve una strategia di sviluppo “produttivo” del welfare. Alle attuali condizioni il sistema rimane frammentato, senza una chiara politica nazionale di indirizzo, con forti sovrapposizioni di competenze tra Stato, regioni enti locali, ma soprattutto con politiche che invece di contrastare rischiano di alimentare sommerso e lavoro nero. Lo Stato sarà sociale se welfare e crescita troveranno una sintesi virtuosa fatta di buona occupazione e di nuove reti di protezione, per rispondere a nuovi bisogni sociali. Per questo, occorre promuovere un piano strategico di investimenti sociali. A partire dalla sanità. Il sistema sanitario nazionale rimane uno dei più avanzati d’Europa per qualità ed efficienza, ma restano grandi divari e sfide. Il modello di intervento pensato per l’ospedale non ha sviluppato adeguatamente un’idea più larga di “salute in tutte le politiche”. E non affronta una modernizzazione vera delle politiche di territorio. Dobbiamo investire in nuove reti sanitarie e anche sulla tecnologia sanitaria, data la sua importanza anche come comparto produttivo in senso lato (farmaceutica, apparecchiature biomedicali e medical device, forniture mediche‐sanitarie).   Occorre rafforzare e valorizzare gli operatori del welfare e del terzo settore, in quanto portatori di competenze e capacità di alto livello. E occorre investire sulle infrastrutture e le reti sociali: scuole, asili, servizi per la non autosufficienza, strutture ad alta integrazione socio‐sanitaria e di continuità assistenziale, cure primarie e servizi di sanità territoriale. L’austerity sta comportando il rischio di una ulteriore deriva verso un welfare famigliare e informale. Ma contare sulla sola spesa pubblica è irrealistico. Un ruolo importante può essere assunto dagli investitori istituzionali, da chi mobilita i capitali pazienti per grandi progetti sulle infrastrutture sociali. La BEI e il FEIS hanno adottato linee di finanziamento comunitarie per l’innovazione sociale e le imprese sociali innovative. Facciamolo anche noi.

Sradicare in tre anni la povertà assoluta

Il lavoro è un diritto di cittadinanza. E noi siamo per il lavoro, per un lavoro di qualità, non un lavoro purchessia. In Italia ci sono un milione e mezzo di lavoratori in povertà assoluta e un bacino tra disoccupati espliciti (rilevati dall’Istat), disoccupati impliciti (che non fanno azioni formali di 17 ricerca di lavoro) e scoraggiati, di circa 6 milioni e mezzo di persone. A quanti e in quanto tempo, ragionevolmente, possiamo dare risposte? Ora, alle prese con la grande trasformazione digitale, agli esclusi cosa offriamo?       Edmondo Berselli nel suo libro‐testamento scriveva: “Ecco la parola maledetta: povertà”. Per anni non l’abbiamo voluta ascoltare, ora siamo obbligati dalla realtà. Un italiano su cinque è a rischio di povertà (al Sud uno su tre). Le persone in condizione di povertà assoluta sono 4,6 milioni e sono aumentate di due volte e mezza rispetto al 2007. Sono famiglie che non riescono a comprare beni e servizi essenziali (cibo, vestiti, medicine) e vivono spesso in alloggi fatiscenti. L’Italia è l’unico paese europeo privo di un sostegno universalistico contro la povertà. Il M5S propone una specie di reddito garantito, superiore al reddito della gran parte degli italiani che lavorano. Il problema non è solo che questa misura costa troppo (oltre 16 miliardi annui a regime). Il problema è che è sbagliata. È un disincentivo a cercare lavoro attivamente.   E allora, bisogna per forza inventarsi qualcosa di nuovo? No. Una vasta rete di esperti e di associazioni che tutti i giorni hanno a che fare con i poveri, l’Alleanza contro la povertà, ha avanzato la proposta di un Reddito di inclusione sociale (Reis) per le famiglie in povertà assoluta. Ogni nucleo riceverebbe mensilmente una somma pari alla differenza tra la soglia di povertà e il proprio reddito (per una famiglia di tre persone, in media: circa 800 euro mensili), e un’offerta di servizi sociali ed educativi, un percorso di riqualificazione e reinserimento, fatto di servizi, di formazione, di istruzione per i figli, e così via. Solo così i poveri possono riacquistare dignità, intravvedere una possibilità di riscatto.   Il governo ha fatto passi importanti con il Disegno di legge delega sul contrasto alla povertà, che introduce il Reddito di inclusione. Ma le risorse sono insufficienti e i criteri di accesso restrittivi. Certo, meglio di quanto sia stato mai fatto prima. Ma non basta. Le risorse stanziate finora, 1,8 miliardi per il 2017, coprono (in maniera parziale) una platea di un milione e mezzo di poveri. Ma in Italia sono quasi tre volte tanto. Agli altri, come glielo spieghi? Per aiutare tutti i poveri servono 7 miliardi di euro. Con queste risorse riusciremmo a sradicare la povertà assoluta. Diamoci un obiettivo, facciamolo in tre anni. Le risorse vanno trovate, come in altre occasioni si è fatto, ad esempio con gli 80 euro costati oltre 9 miliardi, o con l’eliminazione della Tasi prima casa per tutti, costata 3,5 miliardi. Non è solo giusto, serve alla crescita. Se dai soldi a chi è povero, le risorse si traducono in consumi per rilanciare la domanda.

Riparare la frattura con il mondo della scuola. Aver cura dei nostri bambini

Il Partito democratico deve riconoscere e riparare la frattura profonda con il mondo della scuola, che è stato storicamente l’alleato più prezioso, nella società civile, per i nostri valori. Bisogna imparare dai nostri errori e diventare una “organizzazione che apprende”. La scuola non può essere trasformata dall’alto perché è un universo complesso in un’Italia complessa, chiamato a sfide decisive: imparare il sapere in un tempo di radicale mutamento del sapere stesso, di interdisciplinarietà, contaminazione; imparare a stare insieme tra coetanei, nel tempo delle divisioni. Ogni giorno  ‐  tra bambini, ragazzi, docenti e altri  ‐  9 milioni di persone vivono direttamente questa sfida educativa e, intorno, almeno altri 20 milioni. In questa legislatura è stato promosso un grande programma di interventi in edilizia scolastica che è valso 4 miliardi e 6.500 cantieri. Il processo di riforma “la buona scuola” ‐ pur avendo finalmente 18 investito nel piano di assunzioni più importante degli ultimi decenni e nella formazione dei docenti – ha fatto perdere un’occasione storica di coinvolgimento degli attori dell’istruzione e dei cittadini nel rilancio della scuola. Ora il governo si sta impegnando a sanare le difficoltà nella regolazione dell’immissione in ruolo dei docenti e ad assicurare le procedure di attuazione delle norme approvate. Ma la riforma ha rappresentato un processo politico limitato e divisivo, perché non ha costruito un patto educativo condiviso. Non ha saputo registrare la fatica profonda dei docenti italiani, usciti da una stagione di devastanti tagli della destra e da un ventennio di riforme annunciate e smentite, imposte e spesso disattese. Infine, non ha dato risposte alla crisi educativa che ci coinvolge tutti. Ora è il tempo della riparazione, fondata su alcune prospettive. Nei prossimi cinque anni quasi la metà dei docenti italiani andranno in pensione. È l’occasione per una campagna di reclutamento e formazione ben condotta, capace di garantire ottimi docenti alle future generazioni e, nel farlo, di dare un ruolo agli altri docenti, che possono trasmettere ai nuovi il loro prezioso sapere. Come essere oggi buon insegnante, buon dirigente, buon ispettore è un grande tema civile, culturale e politico. Non si può andare a scuola e imparare troppo poco o male. Su tutto questo il Pd deve aprire un confronto vero, con i docenti, le famiglie, le università, il sindacato, le imprese, i cittadini.   Infine, c’è una questione più generale, che riguarda i nostri bambini, soprattutto al Sud. La povertà minorile, la povertà educativa, la dispersione scolastica, la mancata formazione stanno falciando la parte meno fortunata di intere nuove generazioni. L’Italia è già un Paese che fa pochi figli. Non possiamo perdere un quarto dei nostri ragazzi, perché poveri. Nelle aree dell’esclusione e nel Mezzogiorno c’è bisogno di servizi di qualità per la prima infanzia sul modello dei migliori del Paese, di scuola di base a tempo pieno, di zone di educazione prioritaria nei quartieri critici.

La grande sfida per un’Università dello sviluppo e dell’uguaglianza

Studiare non è mai inutile: l’OCSE ci dice che l’istruzione universitaria fa la differenza nel mondo del lavoro, e la farà ancora di più in futuro. Ma da noi c’è un duplice ordine di problemi. Da un lato, abbiamo una struttura produttiva che richiede relativamente poco capitale umano. Dall’altro, tuttavia, spendiamo molto poco per l’università e per l’istruzione in generale; abbiamo un sistema di welfare che offre pochi servizi agli studenti, in assoluto e ancora di più in rapporto alle tasse. Tra i Paesi europei OCSE l’Italia è ultima per investimenti nell’università e nella ricerca rispetto al PIL, nonché per percentuale di laureati. Affrontare le sfide del futuro con questi numeri è suicida. Il primo passaggio è aumentare i fondi, con alcune priorità: le tasse universitarie e il welfare studentesco; il delicato nodo della ricerca e del reclutamento; la riduzione del divario regionale che si è paurosamente allargato. Dopo sei anni è venuto il momento di sottoporre a revisione la legge Gelmini, partendo dall’ascolto.   Complici anche la crisi e la sfiducia nell’ascensore sociale, sempre più spesso vanno all’università figli di laureati, provenienti da famiglie di piccola e media borghesia. Il figlio dell’operaio invece vi rinuncia. Poiché l’università è pagata in buona parte dalla fiscalità generale, le tasse dell’operaio pagano l’università dei figli dei ceti medi. L’accesso all’università deve tornare equo e omogeneo. Occorre riequilibrare la situazione potenziando il sistema di borse di studi e alloggi chi viene da classi disagiate; migliorare il collegamento Scuola‐Università, offrendo maggiore conoscenza di percorsi e consapevolezza dei propri talenti; affrontare il rapporto tra tasse universitarie e servizi. 19 In Italia, le tasse universitarie sono aumentate di circa il 50%, in valore reale, negli ultimi 10 anni; di più nelle università del Centro‐Sud rispetto a quelle del Nord. E proprio le Università del Centro‐ Sud, penalizzate dai meccanismi di attribuzioni dei fondi ordinari, offrono meno servizi. Anche per questo (ma non solo) le regioni si collocano in fondo alla classifica UE per percentuale di laureati: fra le 10 regioni europee con la percentuale di laureati più bassa (nella fascia di popolazione fra i 30‐34 anni), ve ne sono ben quattro italiane, tutte del Sud (Sardegna, Sicilia, Campania, Basilicata).   Pur con finanziamenti irrisori, la ricerca italiana riesce ancora a essere competitiva. Ma è un fenomeno che non durerà per molto. La fuga all’estero è sempre più precoce. Per diversi motivi, come il blocco del reclutamento, l’assenza di fondi di supporto alla ricerca, le risorse utilizzate principalmente per passaggi interni, la scarsa trasparenza legata anche all’incertezza legislativa. Più che fare nuove riforme si tratta allora di far funzionare il quadro esistente, dandogli regolarità e prevedibilità, con aggiustamenti per riportare il turnover a livelli decenti.

Lotta alla mafia e alla corruzione

La mafia non ha vinto. Ma non ha nemmeno perso. La lotta alla mafie non è compito di una sola parte politica, ma di tutti i partiti. La funzione del Partito democratico è rilanciare un’antimafia sociale, che vive una drammatica perdita di credibilità, una battaglia culturale e politica per la legalità e lo sviluppo, nelle aree a tradizionale insediamento mafioso e nelle frontiere dove la mafia economica si incunea. Abbiamo avviato, al Ministero della Giustizia, un grande percorso: gli Stati generali della lotta alla criminalità organizzata. Abbiamo mobilitato intellettuali e operatori con un obiettivo: focalizzare l’attenzione sulle nuove evidenze della consistenza e delle evoluzioni del fenomeno mafioso, per come emergono dalle più recenti analisi empiriche e scientifiche. Bisogna concentrarsi sui rischi di “vulnerabilità” del sistema, nei diversi ambiti della vita economica, sociale, politica e istituzionale, al fine di chiudere le “crepe”, i “varchi” che le organizzazioni criminali riescono ad aprire o attraverso cui riescono a inserirsi.    Non mancano le norme, manca una politica in grado di farle vivere nella società. Siamo orgogliosi delle misure contro la corruzione intraprese in stretta collaborazione con l’Autorità guidata da Raffaele Cantone. Dalle misure di prevenzione alla trasparenza nella P.A. Ma senza il rafforzamento dei partiti e delle istituzioni locali, lasciando gli eletti in balìa della personalizzazione e volatilità della politica, senza una grande stagione di partecipazione popolare, difficilmente la corruzione, vero cancro del Paese, strumento principe dell’intermediazione mafiosa, potrà essere estirpato.

Una nuova stagione dei diritti e delle libertà. Giustizia, sicurezza e garanzie

Il Partito democratico è stato protagonista di una nuova stagione dei diritti e delle libertà. Ci siamo emozionati per i sigilli apposti su alcune leggi, come quella sul caporalato. E quella sulle unioni civili, primo passo verso la piena uguaglianza e lotta contro ogni discriminazione, un cammino che ha l’obiettivo di raggiungere i livelli più alti delle democrazie occidentali. Restano troppi buchi neri della cittadinanza nel nostro ordinamento, per far vivere i principi di fondo della prima parte della nostra Costituzione. La legge sul fine vita va approvata al più presto. È necessaria una riforma complessiva della normativa sulle adozioni e sulla responsabilità genitoriale. Dobbiamo adottare 20 un nuovo approccio sulle droghe, basato sulla riduzione del danno e sull’abbandono di logiche esclusivamente proibizionistiche. Sono stati anni, questi, in cui la deriva securitaria è stata inarrestabile. Anche nel nostro campo, dove abbiamo sostituito la questione sociale con la questione giudiziaria. Nella crisi dello Stato sociale abbiamo ceduto alla deriva verso lo Stato penale. Non avevamo strumenti efficaci per affrontare le ingiustizie sociali? Abbiamo pensato di poter utilizzare l’ordinamento penale. Tutte le questioni della giustizia sono state ridotte ai problemi della giustizia penale, nella forma dello scontro perenne tra magistratura e politica. Abbiamo orientato gli sforzi sul miglioramento della giustizia civile, anche dando voce alla rappresentanza del vasto mondo dell’avvocatura, migliorando le performance che hanno consentito all’Italia di scalare la classifica globale di competitività del sistema, Doing Business della Banca mondiale. La sinistra deve tornare a svolgere il suo compito. Anche per questo abbiamo cercato di far tornare in Italia, patria di Cesare Beccaria, la sua cultura, quella delle garanzie, per non disperdere il patrimonio di diritti e di libertà che costituisce il deposito più prezioso della storia europea. È un tema sempre più essenziale, in quanto incrocia la questione, avvertita come prioritaria dalla popolazione, della sicurezza. L’affermazione della dignità umana è l’argine più efficace per frenare il ritorno della violenza. Con questa bussola culturale le politiche di sicurezza possono reagire alle emergenze con progetti strutturati ed evitando di ricorrere sempre e solo a “sedativi sociali”, facili ma inefficaci. Oggi è in gioco la civiltà dei diritti. E dobbiamo reagire. Civiltà è stato approvare la legge sull’assistenza di persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, l’introduzione di un sistema generalizzato di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti. Civiltà è riconoscere, come fa la Carta di Lisbona, il ruolo degli animali nella nostra società, come esseri senzienti da tutelare, anche in funzione del loro rapporto con la persona.   Civiltà è combattere la violenza di genere. Dobbiamo costruire davvero un Paese di donne e di uomini, dare legittimità ad una cittadinanza di genere. Una sfida che non si affronta con i bonus bebè, ma ripensando le politiche sociali assieme agli enti locali e al sistema delle imprese. Occorre rispettare le leggi dello Stato: non è pensabile nel 2017 non poter applicare pienamente la legge 194; ne va resa effettiva l’applicazione rafforzando tutta la prevenzione, anche educativa, necessaria alla domanda di IVG, che comunque dev’essere garantita in tutte le strutture pubbliche. A una giovane donna devi essere in grado di garantire servizi e condivisione se vuoi che si senta libera di avere figli, anche dando attuazione concreta a quel “bilancio di genere” che abbiamo inserito nella legge sul bilancio dello Stato. Civiltà è l’introduzione del reato di tortura, che non può attendere. Civiltà è stato affrontare il dramma del carcere. Molto abbiamo fatto per ridurre il sovraffollamento carcerario, ma non tutto. E dobbiamo riuscire a compiere un cambiamento più profondo, come suggerito dagli Stati generali dell’esecuzione penale. Riguarda la cultura stessa della pena. Coloro che gridano “più pene! più carcere!” non si accorgono che il nostro Paese è fra quelli con il tasso più alto di recidiva in Europa. Serve un’altra strada, che tenga insieme sicurezza e umanità, con una parola perduta per la politica che torna grazie a Papa Francesco: misericordia.

L’immigrazione è la sfida del nostro tempo

Nei prossimi trent’anni l’Africa raddoppierà la sua popolazione, la sola Nigeria arriverà a sfiorare i cinquecento milioni di abitanti, la popolazione della UE di oggi. Non è difficile prevedere che 21 questa crescita demografica aumenterà a pressione migratoria verso l’Europa e l’Italia. I muri sono un’illusione. La politica deve governare i flussi migratori in Europa come nel nostro paese.    L’Italia deve tenere i capisaldi della politica che ha seguito in questi anni: controllare le frontiere e combattere i trafficanti di persone; salvare vite umane in mare e accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni; migliorare il sistema di accoglienza diffuso per richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati; attuare con rigore le leggi che regolano le condizioni di ingresso e soggiorno nel nostro paese. Ma occorre naturalmente fare meglio e di più. In tal senso va rafforzata la cooperazione con i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, non solo per la riammissione dei cittadini espulsi o respinti nel nostro Paese, ma anche per il controllo delle frontiere, per contrastare chi organizza e gestisce la tratta dei migranti, per l’apertura di canali di ingresso regolare di persone in cerca di lavoro e anche per sperimentare, coi corridoi umanitari, l’ingresso sicuro e protetto di quote di richiedenti asilo. Vanno anche accelerate le procedure per la valutazione delle domande di protezione internazionale e asilo, garantendo il pieno rispetto dei diritti del richiedente. Dobbiamo pensare al superamento di quelle norme della attuale legislazione che ancora rendono facile la caduta nell’irregolarità di molte persone entrate regolarmente nel nostro Paese e a rafforzare le misure per il rimpatrio volontario assistito. Sono maturi i tempi per superare il reato di immigrazione clandestina, una fattispecie non solo ingiusta, ma assolutamente inefficace e dannosa. Vanno poi rilanciate con forza le politiche di integrazione. Sono cinque milioni gli stranieri regolarmente residenti in Italia. Si tratta di una popolazione davvero eterogenea, composta da donne e uomini, anziani e bambini, lavoratori e non, richiedenti asilo e rifugiati. Una popolazione variegata e vitale che contribuisce per il 9% alla formazione della ricchezza nazionale e che garantisce la tenuta del nostro sistema pensionistico per circa 650 mila nostri concittadini. Nelle nostre scuole sono quasi un milione di ragazze e ragazzi stranieri nati o cresciuti in Italia. Bisogna approvare subito la nuova legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli, non si può perdere altro tempo. Dobbiamo poi riconoscere pienamente e tutelare la libertà religiosa, anche per arginare le derive di radicalizzazione. Occorre rivedere il procedimento di naturalizzazione, superando la logica concessoria e la discrezionalità amministrativa, offrendo reali e documentabili percorsi di integrazione. Infine, è tempo di riconoscere il diritto di voto amministrativo per i lungo residenti, un passo necessario verso una cittadinanza piena fatta di corresponsabilità e partecipazione.   Dobbiamo infine pretendere che l’Europa faccia di più insieme all’ Italia. Il Migration compact va nella giusta direzione. Il Mediterraneo è una sfida epocale, non è un problema dell’Italia e della Grecia. Non è pensabile che le proposte di revisione della Convenzione di Dublino vadano, piuttosto che in direzione di una maggiore solidarietà europea, nell’aggravio degli obblighi a carico dei paesi di primo approdo dei richiedenti asilo. Per superare l’emergenza e le sfide dell’immigrazione non servono i muri. Serve costruire i ponti della pace e dello sviluppo.

Unire l’Italia. Rafforzare le istituzioni e scommettere sulla sussidiarietà

Unire l’Italia è la nostra missione. La nostra storia nazionale è fatta di egoismi corporativi e di un altalenante senso delle istituzioni, ma anche di grandi slanci collettivi che troppo spesso, però, si manifestano solo nelle tragedie nazionali (come i terremoti). Bisogna ricostruire le istituzioni, dare rappresentanza ed efficacia. Niente prove di forza sulle regole della democrazia. Ripartiamo dal dialogo e dalla coesione, in Parlamento tra i cittadini. Il rischio del ritorno ai difetti della prima Repubblica è fortissimo. Dobbiamo restituire ai cittadini lo scettro, farne i veri arbitri del gioco politico. La questione istituzionale italiana è rimasta là dov’era. Molti errori hanno portato al fallimento di una riforma costituzionale che con tutti i suoi limiti avrebbe sciolto alcuni grandi nodi. Se il tema per un certo tempo non sarà affrontato, non sarà per mancanza di urgenza, ma per impraticabilità del campo. Niente alibi, però: ci sono riforme istituzionali considerate “minori”, ma sono passi cruciali di “ricostruzione istituzionale”. È una strategia incompatibile con l’abuso della disintermediazione. E non c’è solo il destino dei cosiddetti corpi intermedi, a partire da partiti e sindacati. L’esigenza è costruire nuovi modelli di partecipazione alle decisioni pubbliche, alla luce del calo costante dei votanti, dell’implosione e parcellizzazione della rappresentanza, della frammentazione delle domande sociali. “Sussidiarietà”, sia verticale che orizzontale, è un’altra parola dimenticata che dobbiamo tornare a pronunciare.

Dare fiducia agli enti locali. Investire nelle città d’Italia e risanare la frattura delle periferie

Bisogna fermare il pendolo tra centralismo e localismo, con responsabilità, chiarezza dei compiti e sussidiarietà. Dopo una stagione in cui gli enti locali sembravano un costo da tagliare, è tempo di un nuovo grande investimento di fiducia. A partire dai comuni, nel rispetto della Costituzione. Va superato il sistema ipercentralista dei tagli lineari, recuperando autonomia impositiva, attenzione alle dinamiche territoriali e alla virtuosità dei comportamenti.   La debolezza delle autonomie e la fragilità di una politica locale spesso relegata ad un ruolo gregario non consentono di reggere l’urto della disgregazione sociale e delle tendenze populiste. L’autonomismo e il riformismo municipale sono matrici storiche degli ideali che hanno confluito nell’Ulivo e nel Partito democratico. Un conformismo centralista creerebbe un vuoto d’identità non recuperabile. Dobbiamo valorizzare i giovani che fanno l’esperienza di sindaco, assessore e consigliere, come avviene negli altri paesi europei.   Le città e i territori sono il luogo delle idee nuove, dell’alleanza fra politica e scienza, della sintesi fra culture, della creatività, della partecipazione. Per affrontare le sfide, serve un vero ricambio generazionale, che richiede formazione. Vanno semplificati procedure, adempimenti e vincoli spesso apposti per ragioni demagogiche. Va ripristinata l’autonomia organizzativa. Superiamo gli attuali blocchi e limitazioni sul personale. Per ogni dipendente che esce, bisogna assumere un altro, in settori strategici oggi quasi assenti: ICT, promozione del territorio, mediazione culturale, progettazione e fundraising, green economy, solo per fare alcuni esempi. È il tema di una P.A. locale che in questi anni ha visto più che dimezzare le spese per investimenti, non riuscendo a cogliere le potenzialità della rivoluzione digitale nel miglioramento dei servizi. La spesa pubblica va riqualificata e non ridotta. Al netto degli interessi è carente in settori decisivi, come l’istruzione, la sanità, la ricerca, le politiche sociali. Va dunque riallocata – rimuovendo sprechi e inefficienze, a cominciare dalla riduzione dei centri di spesa e dall’eliminazione di sovrapposizioni e commistioni improprie in molti settori – ma per rinnovare le strutture, per migliorare i processi gestionali, per favorire la crescita inclusiva. È necessario stabilizzare l’assetto finanziario e istituzionale degli enti locali. la Legge Delrio, fallita la riforma costituzionale, necessita di una rivisitazione, per definire in modo più omogeneo le funzioni di area vasta in rapporto alle regioni e garantire il finanziamento integrale a costi standard dei servizi che le nuove province e le città metropolitane sono chiamate a gestire: basti pensare al problema delle 23 scuole, alla cura delle strade o al delicato compito di tutela dell’ambiente. Problemi che si sono ripresentati, da ultimo e drammaticamente, con il sisma che ha colpito l’Italia centrale. Va poi rilanciato il processo di gestione associata delle funzioni dei piccoli comuni, seguendo la strada indicata dalle proposte ANCI, e la proposta di legge sui piccoli comuni va rapidamente approvata. Le ultime elezioni amministrative e il referendum hanno riportato al centro del dibattito le periferie. Un tempo architetti e urbanisti venivano chiamati dal centrosinistra a misurarsi con le trasformazioni economiche, con le grandi migrazioni dalle campagne. Da tempo, abbiamo perduto le antenne ai margini delle nostre città. Le nostre “periferie” sono divenute duplici: periferie fisiche delle aree urbane e periferie sociali, entrambe contrapposte a un “centro” lontano, nello spazio, nell’economia, nella politica.   Sulla questione della rendita fondiaria urbana, sugli strumenti di governo del territorio, abbiamo un ritardo di pensiero che può costare caro ai comuni interessati dalle città metropolitane. La struttura amministrativa attuale non corrisponde né alle esigenze degli attori economici né alle domande sociali emergenti né alla nuova scala nei processi decisionali pubblici. La rigenerazione urbana sarà motore di sviluppo e frontiera concreta di uguaglianza. Una politica per la casa è fondamentale per contrastare l’esclusione sociale. Occorre favorire, con una legislazione urbanistica semplificata e incentivi fiscali, il social housing, in un partenariato pubblico‐privato in cui i Comuni conservano la regia delle politiche per l’accesso alla casa.    È il modo per rispondere alle crescenti esigenze di fasce sensibili della popolazione con soluzioni abitative di qualità a canoni e prezzi calmierati.

Rappresentanza e partecipazione. Legge elettorale e dibattito pubblico

Dopo la sconfitta del 4 dicembre e la bocciatura dell’Italicum da parte della Corte costituzionale abbiamo il dovere di dotare la democrazia italiana di una nuova ed efficace legge elettorale. La crescente disaffezione al voto e la crescita della protesta devono interrogarci a fondo su come includere chi si sente ai margini del processo democratico. La proposta di una legge elettorale non è un tecnicismo. È una grande battaglia democratica che si lega alle profonde divisioni sociali da sanare.   La sfida è ridare rappresentanza alla società italiana. Ma non deve tradursi in instabilità o, peggio, in una stabilità coatta di grandi coalizioni. C’è stato un momento importante, per il nostro Partito, durante la campagna referendaria, che è stato lasciato cadere: le linee di proposta di riforma della legge elettorale elaborate dalla Commissione del Pd. Riproporre il cd. Mattarellum, quando c’è la consapevolezza (e speriamo non la speranza) che sarebbe rigettato dalle altre forze politiche, non sembra il modo più efficace per dotare il Paese di una nuova legge elettorale. Il ddl Cuperlo ha tradotto in norme l’accordo raggiunto in quella Commissione, disegnando un sistema elettorale di entrambe le Camere con quattro punti fondamentali: ripartizione proporzionale dei seggi, in sede nazionale alla Camera, in sede regionale al Senato; “correzione” del risultato proporzionale con l’attribuzione di un “premio di governabilità” alla lista che ottiene la maggiore cifra elettorale nazionale; il “premio” è costituito da un numero di seggi aggiuntivi pari al 10 per cento del totale dei componenti di ciascuna Camera; candidature presentate da partiti e gruppi politici organizzati esclusivamente nei collegi uninominali in cui è ripartita ciascuna circoscrizione. Insomma, ridare agli elettori il potere di scegliere gli eletti. Ripartiamo da qui, anche ragionando su un sistema che 24 consenta di ricostruire coalizioni omogenee per garantire la governabilità, superando la logica dell’autosufficienza. La democrazia non si esaurisce nella delega del voto, o nelle attività delle istituzioni. Democrazia è incontro di popolo, è apprendimento collettivo. Abbiamo bisogno di una profonda rilegittimazione democratica delle scelte delle istituzioni. Una decisione democraticamente legittima non è tale solo perché assunta da un’istituzione formalmente deputata ad assumerla: deve essere stata anche discussa, compresa e accettata, da coloro su cui si producono i suoi effetti. Solo così la decisione può essere sentita e vissuta come propriamente legittima, anche quando non la si condivide. La via allora è una democrazia partecipativa e deliberativa: un nuovo modello di partecipazione dei cittadini, delle comunità locali e degli interessi diffusi nelle scelte di localizzazione degli interventi, anche allo scopo di ottimizzare le ricadute dell’infrastrutturazione sui processi di sviluppo locali. Per questo è fondamentale che il nostro Paese adotti lo strumento procedurale del “dibattito pubblico”, almeno per i “grandi progetti”, individuati sulla base della programmazione strategica. Anche per superare il “comitatismo” che, dopo la cattiva burocrazia, è l’altra causa di rallentamento (se non di blocco) nella realizzazione delle opere nel nostro Paese. Occorre seguire un progetto in tutto il suo ciclo di vita: approfondire ex ante la sua validità, condividere la sua approvazione, ma soprattutto garantire l’esecuzione, in modo da fare “pressione” pubblica positiva sia sui portatori di interessi coinvolti nella realizzazione sia sulle amministrazioni, se responsabili di ingiustificati ritardi. Lo “scrutinio pubblico” deve diventare il più valido strumento di contrasto alla corruzione e agli sprechi, e di partecipazione positiva.

La democrazia e la politica al tempo delle reti digitali  

Per un sempre maggior numero di italiani i social network sono la porta di accesso alle informazioni. L’individuo compone i propri palinsesti personali, scegliendo i contenuti di proprio interesse, assecondando i propri gusti e non di rado i pregiudizi. L’opinione pubblica lascia il passo all’opinione emotiva e la discussione degenera in un litigio tra ultras. È la cornice di rabbia, solitudine e risentimento in cui la retorica populista affonda le proprie radici. Ma le reti sociali digitali non sono uno strumento, sono un ambiente, una piazza. Bisogna decidere se si abita la piazza come agitatori o come organizzatori. È la grande sfida della politica di oggi, e anche del Partito democratico. Che ha di fronte due strade: assecondare le tendenze peggiori, e quindi rendersi corresponsabile del dilagare dell’emotività, della rabbia, delle false notizie, del populismo, o invece comprendere le potenzialità degli ambienti digitali per la politica democratica. Il nostro Partito può essere una comunità politica che conosce l’ambiente digitale, lo vive e lo trasforma. Costruiamo un’alleanza sociale per rendere le piazze digitali dei luoghi “sicuri”, contro la propaganda di odio e di menzogne nella rete.

La democrazia dei partiti contro la politica dell’arroganza o della subalternità

Rivendicare l’importanza dei partiti sembra la grande causa persa della nostra epoca. Guardiamo a cosa accade nel mondo: Foreign Affairs ha descritto l’ascesa internazionale del personalismo nella politica, cifra delle autocrazie. In Italia, un sondaggio di Demos a inizio 2017 ha registrato un consenso per l’uomo forte al comando da parte di otto italiani su dieci. Perché andare 25 controcorrente? Perché nessun uomo forte fa gli interessi della gente. Gli uomini soli al comando sono strumenti e attori di interessi già costituiti. Non producono reali cambiamenti. La mobilità sociale non è mai la concessione dall’alto di una sola persona. Lo spirito della mobilità si radica nella società solo quando incarna un progetto collettivo, quando mobilita contro l’indifferenza. Il senso di un partito sta nel rivendicare che politica non è solo potere, e che governo non è solo comando. Non rassegniamoci alla politica dell’arroganza. Senza partiti, la democrazia non può vivere. E il compito del Partito Democratico è riaffermare questo valore fondante: i partiti sono ancora oggi una “scelta di vita” della democrazia. Il partito è una conversazione tra diverse generazioni. Non un luogo idealizzato, ma uno spazio di sofferenze, contraddizioni, speranze. Un vero spazio della politica, e non solo un’anticamera del potere.   I partiti devono tornare a fare il loro mestiere: sintesi e mediazione tra le diverse istanze che emergono nella società al fine di rappresentarle ed elaborarle nelle politiche. Una funzione che chiama in causa tre questioni: la selezione aperta e la formazione sistematica di un’adeguata classe dirigente; l’elaborazione di un indirizzo politico per il paese, basato su una interpretazione organica della storia e della società italiana attuale, dei suoi problemi e delle sfide future; la partecipazione dei cittadini alla formazione dell’interesse generale del paese, non solo per le elezioni. “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. È l’art. 49 della Costituzione. Oggi, questo diritto costituzionale non può dirsi garantito. Serve una legge che specifichi le condizioni minime e necessarie affinché un’associazione possa essere considerata a tutti gli effetti un partito politico. Oggi, più che in passato, quelle parole della Costituzione ci parlano, ci chiedono piena attuazione. La legge deve affrontare due questioni aperte: le primarie e il finanziamento della politica. Le primarie per i candidati alle cariche monocratiche nelle istituzioni pubbliche vanno disciplinate per legge, perché hanno una rilevanza generale, e le degenerazioni di cui spesso ci siamo resi protagonisti, come Partito democratico, certo non giovano alla salute della democrazia. Di primarie facoltative potranno avvalersi partiti o movimenti politici regolarmente iscritti all’interno del Registro nazionale dei partiti politici, al fine di garantirne trasparenza e democraticità. E tutti i partiti e le coalizioni che decideranno di ricorrervi, dovranno svolgere la consultazione nella stessa giornata al fine di evitare ogni possibile “inquinamento del voto”. Proponiamo una legge sulle lobby, che chiarisca, senza ombre e ambiguità, limiti e regole di questa attività. E, per quel che riguarda i partiti e le fondazioni politiche, proponiamo di pubblicare la lista dei finanziatori privati per donazioni superiori a mille euro senza limiti di privacy. La politica deve tornare autonoma altrimenti, qualunque posa essa assuma, resterà sempre all’ombra dei potentati economici.    Per ricostruire non solo i partiti, ma la cultura democratica bisogna cambiare le fondazioni politiche. Non devono essere più legate alla carriera del leader locale e nazionale di turno, ma ricalcare il modello tedesco della Friedrich Ebert Stiftung o la Konrad Adenauer Stiftung. Le quali godono di finanziamento pubblico, perché pubblica è la loro funzione: ricerca, formazione e anche selezione delle classi dirigenti. Una funzione cruciale che oggi, in Italia, non sta svolgendo nessuno. È un limite all’esercizio democratico e all’uguale partecipazione dei cittadini alla vita politica. Il 26 problema riguarda anche noi: la composizione sociale degli eletti del Partito democratico dimostra che abbiamo smesso di essere strumento di emancipazione sociale.

Ricostruire il Partito democratico

Il Partito democratico compie dieci anni. Guardiamoci, senza infingimenti. Guardiamo cosa siamo e cosa non siamo diventati. In molte realtà siamo il baluardo della democrazia, e in alcune addirittura alle sue frontiere. Ma in troppe altre realtà siamo una parte del problema democratico italiano. Volevamo essere vicini alla società? Abbiamo finito spesso per riprodurne i peggiori difetti. Sono anni che parliamo di riforme e non siamo riusciti a fare l’unica riforma interamente nelle nostre mani: la riforma del partito. Lasciamoci alle spalle il dibattito metafisico e inconcludente tra partito pesante e partito leggero. Il partito non è un fine, è uno strumento vivo e dovrà essere adatto a fronteggiare il tempo che viviamo. Il nostro tempo tende a dividere, isolare, disperdere. E gli esseri umani, più indifesi, perdono autonomia, coscienza e spirito critico. E lì che il Partito democratico deve lanciare le sue reti, in un rinnovato rapporto con la società attiva che si organizza. Bisogna aprire una riflessione sulle nostre regole, a partire da quelle con cui stiamo celebrando questo Congresso. È stato un errore accantonare il documento sulla forma partito elaborato dalla Commissione guidata da Orfini e Guerini, che apriva a una riflessione critica sul nostro modello organizzativo; o non considerare le riflessioni proposte da Goffredo Bettini e Campo democratico. Così come un errore ancora più grave è stato relegare nella semi‐clandestinità l’importante lavoro dal basso, ma preparato da una seria riflessione teorica, di merito e di metodo, svolto nei circoli da Fabrizio Barca coi Luoghi Idea(li). Anche qui, non serve aggiungere una nuova proposta per dovere di propaganda. Questo partito ha in sé le risorse per riscattarsi, per riparare ai suoi limiti ed errori. Prendiamocene cura. Abbiamo delle idee per ridare autorevolezza, credibilità, forza al nostro Partito, confrontiamole. Lanciamo una grande conferenza nazionale sulla forma partito. Vogliamo organismi più snelli, in grado di discutere e decidere, che tengano conto dei territori e del pluralismo culturale e sociale. Dobbiamo eliminare i doppi e tripli incarichi, attuare la piena parità di genere, investire ancora di più nella formazione politica e mettere i circoli nelle condizioni di funzionare, o almeno di aprire. Abbiamo la necessità di organizzare consultazioni periodiche, anche referendarie, sull’indirizzo politico e stabilire “patti di ascolto” con le forze organizzate della società. Dobbiamo guardare ai Giovani democratici, che in molte realtà sono l’unico baluardo di democrazia: l’organizzazione giovanile merita valorizzazione e riconoscimento pieno da parte del Partito democratico, come vorrebbe lo Statuto. Dobbiamo utilizzare la rete in modo nuovo, non come strumento di propaganda ma per rilanciare la partecipazione. E infine, ridare valore alla tessera, e di fronte al mercimonio a cui abbiamo assistito in alcune realtà riaffermarne la dignità, il patrimonio di diritti e di doveri che trasmette, la bellezza della politica che non si rassegna alla deriva proprietaria e personale. È giunto il momento di riaffermare la distinzione tra partito e governo, che non è una questione organizzativa, è una scelta politica. Non solo per senso del limite. È una condizione per tornare a vincere, in un contesto politico e istituzionale mutato rispetto a quello bipolare e maggioritario in cui immaginammo le nostre regole. È il segno di aver colto la lezione della sconfitta del 4 dicembre: un partito nei fatti “assorbito” nel governo non è stato in grado di coinvolgere la società 27 e nemmeno di comunicare. Da tutto questo deriva la necessità di distinzione delle figure del candidato premier e del segretario del partito per testimoniare un modo di concepire la politica e un impegno nei confronti della nostra comunità. Il partito non è un comitato elettorale permanente. La distinzione tra partito e governo servirà a mantenere le promesse mancate: formare gruppi dirigenti nuovi e plurali e rilanciare la partecipazione attiva. Occorre dedicarsi a tempo pieno a questo Partito che ha bisogno di aprirsi, perché oggi respinge le forze civiche e sociali che pure vorrebbero o potrebbero avvicinarsi. Un partito che ha bisogno di ricostruire le sue alleanze sociali, ha bisogno di ricostruire quel centrosinistra largo, che è stato il motore di cambiamento reale in tutti i passaggi più importanti della vita della Repubblica. La stagione che viviamo è uno di questi momenti. E non possiamo più sottrarci alla sfida.

Care e cari,  

se siete arrivati alla fine di questo documento, avrete capito le mie idee e le ragioni che ci uniscono. Per i dubbi, le richieste di chiarimento, le critiche e le proposte, scriveteci andreaorlandosegretariopd@gmail.com: proveremo a tenerne conto e integrarle, e saranno preziose per la definizione del progetto politico che avanzeremo insieme. Sento però il bisogno, in queste poche ultime righe, di chiarire le ragioni che mi hanno spinto a candidarmi. L’ho fatto, chi mi conosce lo sa, forzando non poco sulla mia indole. L’ho fatto per responsabilità e per passione. Perché il progetto del partito che dieci anni fa, con molti di voi, ho contribuito a fondare mi è parso irrimediabilmente a rischio, e con esso una speranza per l’Italia che non possiamo smarrire.   In queste settimane, mentre avremmo dovuto discutere di come sanare le fratture sociali per rimettere in cammino il Paese, ci siamo divisi noi. Non abbiamo ancora una cultura nuova e condivisa all’altezza delle sfide del nostro tempo, e stiamo rischiando di smarrire anche l’eredità migliore delle grandi ispirazioni ideali del cattolicesimo democratico e del socialismo italiano: la capacità di unirsi nei momenti difficili della vita della Repubblica. E allora io non mi candido a ricostruire la sinistra del Pd. Io mi candido a costruire un nuovo centrosinistra, di cui un Pd forte e plurale sia il perno. Quel centrosinistra largo che è l’unico in grado di sconfiggere la destra, la nuova destra nazionalista e populista. Lo faccio perché sono allarmato, non lo nascondo. Perché il tasso di populismo che è entrato in circolo anche tra di noi ha superato di molto il livello di guardia, rischia di cambiare la natura del nostro partito e di farci perdere. Mi candido perché, pur consapevole dei miei limiti, voglio restituire una parte di quello che ho imparato nella mia lunga militanza politica, e che ho cercato di praticare nella mia attività di amministratore e di uomo di governo: la capacità di ascoltare e di coinvolgere. “Una casa divisa non può reggere”. Non può reggere, non può reggere il Paese, non può reggere il Partito. Oggi è tempo di unire e riparare, di tessere e ricucire. È un lavoro complicato, a cui bisogna dedicarsi a tempo pieno. Non può essere vissuto come una corvée in vista di un altro incarico. Dirigere il Pd, a ogni livello, deve tornare ad appassionare e, perché no, a divertire.          

Buon congresso a tutte e a tutti noi.

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