Anticorruzione, necessaria legge su whistleblowing: i dati dell’ultimo report di Transparency International Italia

di Rocco Orefice

“A voce alta” è l’ultimo report pubblicato pochi giorni fa da Transparency International Italia – il Capitolo italiano di Transparency International, ONG impegnata nella prevenzione e nel contrasto della corruzione – nel quale sono illustrati i dati dell’Allerta AntiCorruzione (ALAC), il primo servizio gratuito – lanciato sul finire del 2014 ed ancora in “fase sperimentale” – che ha lo scopo di supportare testimoni e vittime di casi di corruzione.

Come afferma, nell’introduzione al report, il Direttore Esecutivo di Transparency International Italia Davide Del Monte: “ALAC non fa altro che fotografare la situazione di un Paese in cui la corruzione è purtroppo ramificata e diffusa in tutti i piccoli centri di potere decisionale ed economico presenti sul territorio”. Oltre 300 segnalazioni di casi di corruzione sono, infatti, giunte al team di ALAC “con la quasi totalità delle informazioni che riguardano comportamenti illeciti di piccola entità avvenuti in amministrazioni di piccole dimensioni”. Circostanza, questa, che ha sorpreso non poco gli esperti che lavorano al servizio, certi di ricevere in realtà un numero inferiore di segnalazioni e su casi molto più “grandi”, a testimonianza del fatto che in Italia la corruzione è, ormai da troppo tempo, un fenomeno diffuso e ben consolidato a tutti i livelli.

Passando subito ad analizzare alcuni dati presenti nel report, nel 2016 sono giunte al portale 147 segnalazioni di casi di corruzione, a fronte delle 162 segnalazioni registrate nei 15 mesi precedenti, per un totale di 309 casi segnalati fino ad oggi. Un dato interessante, inoltre, riguarda la provenienza di tali segnalazioni: forse non sarà una sorpresa, ma il maggior numero di segnalazioni provengono dal Lazio (25) e dalla Lombardia (19), e via via tutte le altre Regioni italiane, con 41 casi al 31 dicembre 2016 ancora in corso di trattazione da parte del team di ALAC. Una peculiarità del servizio è la possibilità per i segnalanti di rimanere assolutamente anonimi: scelta che non compromette assolutamente la qualità delle informazioni che giungono da segnalazioni di questo tipo, e ciò “grazie a una particolare tecnologia crittografica che permette di dialogare con il segnalante anche se anonimo, e dunque di approfondire e circostanziare le segnalazioni”. L’Organizzazione, infatti, ha scelto di tutelare tale opzione rispetto al settore pubblico nel quale le istituzioni sono sempre poco propense a dar seguito a segnalazioni anonime. Come si può leggere, invece, nel report “in un contesto culturale come quello italiano in cui la tendenza a segnalare è molto bassa, escludere del tutto la possibilità di procedere in modo anonimo ci appare limitante”. Allo stesso tempo, tuttavia, il 76% dei segnalanti si è dichiarato favorevole alla possibilità di rendere pubblico il caso di corruzione comunicato in forma anonima attraverso il portale ALAC.

Di non poca rilevanza è anche il dato relativo al ruolo di chi segnala o, per meglio dire, alla relazione tra il segnalante e l’episodio di corruzione: rispetto al 2015 nel 2016 diminuiscono le vittime (dal 32% al 25%) ed aumentano sia testimoni che whistleblower (entrambe le categorie passando dal 33% al 37%). Ma chi è il whistleblower? Non è altro che il lavoratore, il dipendente, che, accertato un episodio di corruzione all’interno dell’azienda o ente pubblico per il quale lavora, decide di segnalarlo al fine di tutelare quell’ente o quell’azienda e di conseguenza gli altri lavoratori, nonché il pubblico che vi accede: in tal modo il whistleblower svolge a tutti gli effetti un ruolo di interesse pubblico che lo espone anche al rischio di atti di ritorsione. Da qui la necessità di una chiara regolamentazione del whistleblowing.

Vero è che l’ordinamento giuridico italiano prevede all’art. 361 del codice penale specifiche sanzioni per l’omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale. Tuttavia, come giustamente constatato da Transparency International Italia, è una norma scarsamente applicata. Così come è vero che con l’entrata in vigore della legge 190 del 2012, è stato introdotto un sistema di prevenzione della corruzione che prevede anche una forma di tutela del dipendente pubblico che segnala gli illeciti (nello specifico l’art. 54-bis del decreto legislativo 165 del 2001). Ma allo stesso tempo – come ancora una volta giustamente gli esperti di tale organizzazione fanno notare – ciò non è sufficiente, a causa della mancanza di strumenti a supporto delle segnalazioni e, dunque, a protezione di coloro che decidono di segnalare. I lavoratori dovrebbero, invero, essere incentivati a segnalare episodi di corruzione e non lasciati nella paura di possibili ritorsioni o addirittura nel rischio di perdere il proprio lavoro. Soltanto una normativa organica, e non frammentata, sul whistleblowing – Transparency International Italia ne ha presentata una in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati scaricabile qui – potrebbe garantire tutele adeguate e favorire la diffusione di uno strumento potenzialmente molto efficace nella lotta alla corruzione.

Qui il link al report completo “A voce alta” di Transparency International Italia.

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