Il Libano al centro dell’attualità dei fenomeni migratori

A 80 km da Beirut si combatte una guerra e si distrugge un territorio, eppure la politica è più orientata a nuove operazioni militari piuttosto che a rafforzare la cooperazione internazionale. Lo scenario siriano e il rischio di infiltrazione jihadista potrebbero facilmente fare presa sul malessere sociale libanese caratterizzato dall’assenza di decisori politici che investono in infrastrutture e in occupazione. I paesi occidentali dovrebbero piuttosto valorizzare la vitalità della società libanese, soprattutto alla luce del fatto che ospita sul suo territorio 2 milioni di profughi e 500.000 rifugiati palestinesi. Questi numeri incidono sulla popolazione locale del 50% in un paese che conta 5 milioni di abitanti e una superficie di 10.000 km quadrati. Dal punto di vista di questi numeri l’ accoglienza dei paesi europei appare molto diversa da come viene rappresentata: in Italia tra il 2014 e il 2017 si è registrata la presenza di 5 milioni di stranieri residenti e di 540.000 migranti con un incidenza complessiva del 12%  su 61 milioni di abitanti in un territorio di 301.000 km quadrati.

La situazione del Libano, tuttavia, è molto particolare rispetto agli altri paesi arabi in quanto si tratta dell’unico paese a non essere “musulmano” ma costruito su due comunità, musulmana e cristiana. Mantenere l’equilibrio rappresenta quindi una porta per l’Occidente e l’esperienza libanese dimostra come la libertà religiosa lontana dal confessionalismo non costituisca un limite per una società laica, ma una confronto costruttivo in un ottica di reciproca crescita. Malgrado ciò il Libano si fonda su un sistema clientelare legato all’identità confessionale le cui priorità sono la rinegoziazione di accordi stipulati solamente per mantenere lo status quo ma che allo stesso tempo riconosce l’importanza del voto nell’affrontare le sfide presenti. Il Libano è dunque un paese che deve cambiare, sia garantendo i diritti negati ai palestinesi che perseguendo gli obiettivi della Risoluzione ONU n. 1559 del 2004, che formula la necessità di libere elezioni, di minori interferenze straniere e soprattutto dello scioglimento delle milizie armate. E’ un paese che deve affrontare il tema della pace rafforzando la sovranità e la fiducia tra i partiti piuttosto che promuovendo aspirazioni regionali conflittuali o l’instabilità politica con pesanti ripercussioni tutta la regione.

Il Medio Oriente ha infatti una tenuta sociale più complessa di quanto si immagini e la crisi umanitaria, secondo Loris De Filippi, presidente di MSF “evidenzia solo i fallimenti nell’affrontarla”; infatti, “l’esistenza di canali legali e sicuri per raggiungere l’Europa ridurrebbe il business dei trafficanti e con un sistema europeo di aiuti e soccorsi in mare non ci sarebbe bisogno delle ONG”. I soccorsi delle ONG – MSF, Save the Children e molte altre – hanno rappresentato nel 2016 il 22% delle operazioni di salvataggio che si svolgono secondo il diritto del mare e della tutela della vita umana e dei rifugiati, sotto il coordinamento e le indicazioni della Guardia Costiera italiana e con l’autorizzazione delle autorità responsabili, senza contatti diretti con i trafficanti e in acque internazionali. L’art. 10 della Convenzione del 1989 sul soccorso in mare dice inoltre che: “Ogni comandante è obbligato, (…), a soccorrere immediatamente ogni persona che sia in pericolo di scomparsa in mare. Gli Stati adotteranno tutte le misure necessarie per far osservare tale obbligo”. Salvare vite umane è innanzitutto una responsabilità umanitaria che deve coinvolgere le istituzioni e la società civile e lo scioglimento del caso del Libano, paese arabo che si affaccia sull’area mediterranea ed europea, potrebbe rappresentare la chiave di volta verso una soluzione condivisa.

 

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