Web tax, come funziona la tassa sulle multinazionali della rete – La scheda

Per l’Italia i tempi sono maturi per giocare d’anticipo rispetto alla Ue e varare una legge ad hoc – transitoria, in attesa degli accordi internazionali – per la tassazione dei colossi del web, la cosiddetta Web tax. L’emendamento alla manovra correttiva firmato dal presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, punta a mettere un primo paletto. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha spiegato che “si è preso atto che soluzioni condivise sono efficaci e soluzioni nazionali possono avere conseguenze indesiderabili”. In attesa che vendano la luce le nuove regole internazionali, il nostro Paese procede dunque con una norma transitoria. E, senza andare a regolare il vero nodo della tassazione dei giganti del web – ossia l’esistenza o meno di una stabile organizzazione nel territorio dello Stato – Boccia propone di partire subito con una cooperazione rafforzata tra i colossi del web e il fisco.

COS’E’ LA WEB TAX ITALIANA, L’EMENDAMENTO BOCCIA
La web tax proposta dall’emendamento Boccia alla manovra-bis, introduce un meccanismo per accordi preventivi tra compagnie digitali e il fisco prevedendo, per tutti i gruppi con un fatturato superiore a un miliardo di euro e un giro d’affari che ammonta almeno a 50 milioni, la possibilità di avvalersi della procedura di cooperazione rafforzata. Le società potranno estinguere i debiti tributari versando le somme dovute e pagando la metà delle sanzioni amministrative. “Questa imponente mole di base imponibile erosa”, ha spiegato Boccia, “secondo i nostri calcoli ammonta a oltre 30 miliardi e ci darebbe dai 4 ai 5 miliardi l’anno già oggi. A regime sarebbe tutta la parte che sfugge al fisco, ovviamente. Io auspico, con questa impostazione transitoria, che si possa incassare almeno un miliardo”.

COSA PREVEDE IL ‘PATTO’ CON LE MULTINAZIONALI ONLINE
Alle multinazionali del web sarà proposto di collaborare con l’Agenzia delle Entrate per stabilire se hanno una “stabile organizzazione” nel Paese e di conseguenza se devono pagare una tassazione assai superiore. Qualora, si legge nella norma, “in sede di interlocuzione con l’Agenzia delle Entrate sia constatata la sussistenza di una stabile organizzazione nel territorio dello Stato, per i periodi d’imposta per i quali sono scaduti i termini di presentazione delle dichiarazioni” l’Agenzia invierà al contribuente un invito “al fine di definire, in contraddittorio con il contribuente, i debiti tributari della stabile organizzazione”. Usufruendo dell’accertamento con adesione, la società potrà vedersi dimezzare le sanzioni amministrative. A chi ha estinto i debiti tributari della stabile organizzazione, viene concessa inoltre la possibilità di avvalersi dell’adempimento collaborativo per gli anni successivi.

CHE FINE FARANNO I SOLDI VERSATI
Gli incassi della web tax andranno al Fondo per la non autosufficienza e al Fondo per le politiche sociali “per un ammontare non inferiore a 100 milioni di euro annui”, mentre la restante parte confluirà nel Fondo per la riduzione della pressione fiscale, nato con la legge di stabilita’ del 2014.

GLI ASTENUTI: M5S, SCELTA CIVICA-ALA, LEGA
Non hanno votato contro ma si sono astenuti i Cinque Stelle, Scelta Civica-Ala, e la Lega. Per i grillini la web tax “è un condono come la voluntary disclosure, ma è un condono al contrario”, mentre Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica, parla di situazione “surreale” perché “non è affatto una severa norma antielusiva, ma semmai una gioiosa voluntary disclosure per le attività svolte in Italia: chi emerge volontariamente, beneficia sugli anni pregressi della esclusione del penale e del dimezzamento delle sanzioni pecuniarie. Definirla eterogenesi dei fini è poco, viene quasi da ridere”.

ACCORDI PREVENTIVI, I CONTENZIOSI CON GOOGLE E ALTRI
La via italiana alla web tax passa anche per i contenziosi già chiusi con alcuni grandi del Web, da Google ad Apple. Le società non residenti che hanno definito per il passato i debiti tributari della stabile organizzazione potranno accedere alla cooperative compliance introdotta dall’attuazione della delega fiscale. Meno di un mese fa, il 5 maggio, Google ha fatto pace con il fisco italiano versando un assegno da 306 milioni di euro e chiudendo un contenzioso aperto con la procura di Milano per il periodo 2002-2015. Il pagamento si è chiuso con la prospettiva di stipulare accordi preventini (Apa, Advance proce agreement) con l’Agenzia delle Entrate per la corretta tassazione in Italia delle attività riferibili al Belpaese. Sulla scia di quelli già fatti con Apple, che nel 2015 ha versato nelle casse del fisco 318 milioni (l’evasione contestata ammontava a 878 milioni). La lente del fisco punta anche su Amazon, Facebook e Airbnb.

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