Le politiche della (non) cittadinanza

di Giuseppe Maraventano

Chi è un immigrato? La definizione convenzionalmente adottata dall’ONU è: “L’immigrato è una persona che si è spostata in un Paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel Paese da più di un anno”. Essere straniero-non cittadino significa non poter beneficiare di tutti i diritti di quel Paese, anche se ci si è nati.

E cosa significa, dunque, essere cittadino? Il sociologo Thomas Marshall ha definito la cittadinanza: “Status conferito a coloro che sono membri a pieno diritto di una determinata comunità“. In altre parole, un cittadino è colui al quale uno Stato riconosce pieni diritti civili e politici.

Le regole di ottenimento della cittadinanza giuridica sono due:

  • Ius soli (diritto di suolo): si è cittadini di diritto nel Paese in cui si è nati;
  • Ius sanguinis (diritto di sangue): si è cittadini di un Paese se si è nati da genitori o discendenti di quel Paese.

Ma è possibile seguire altre prassi per l’acquisizione della cittadinanza:

  • Iuris communicatio: per matrimonio, adozione;
  • Naturalizzazione: atto di concessione dello Stato.

            Attualmente la normativa sulla cittadinanza italiana si basa sulla Legge n. 91 del 5 febbraio 1992.

Il sito del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale riporta i principali punti della Legge:

  • Uno straniero proveniente da un Paese dell’UE può ottenere la cittadinanza dopo 4 anni di residenza in Italia;
  • Uno straniero proveniente da un Paese non membro dell’UE può ottenere la cittadinanza dopo
10 anni di residenza in Italia. Occorre ricordare che prima di questa legge la richiesta di 
naturalizzazione era possibile presentarla dopo 5 anni di residenza;
  • È permesso acquisire la doppia o plurima cittadinanza da parte di un italiano emigrato all’estero. Infatti, prima di questa legge si doveva rinunciare alla propria o alla possibilità di ottenere quella del Paese in cui si era immigrati, e quindi dove si era residenti. Per esempio: in Marocco e in Grecia non è permesso rinunciare alla cittadinanza. Oggi per ottenere una risposta alla richiesta di naturalizzazione-cittadinanza ci vogliono circa 4 anni, a causa della lenta e disordinata burocrazia.

Rappresentativo è il caso giuridico verificatosi in Italia il 28 gennaio 1983, che ha segnato una chiara svolta in merito alla questione della cittadinanza. La sentenza 30 della Corte costituzionale affermò che il figlio della madre italiana sposata con uno straniero poteva acquisire la cittadinanza italiana. Prima di questa sentenza il figlio poteva acquisire solamente la cittadinanza del padre.

Da sempre l’assenza del requisito della cittadinanza sottopone gli immigrati a interminabili e stressanti controlli da parte delle autorità nazionali. Si è inoltre impossibilitati a beneficiare di altri diritti che sicuramente apporterebbero un contributo positivo all’integrazione, aumentando l’interculturalità.

Difatti ogni Stato prevede determinate e singolari politiche sull’immigrazione, classificabili in:

  • Immigration policies (politiche di immigrazione): criteri che regolano l’accesso e le condizioni per vivere legalmente nel territorio. Includono anche le politiche di ingresso, di frontiera e di stabilizzazione;
  • Immigrant policies (politiche per gli immigrati): politiche sociali (sanità, scuola, previdenza, assistenza) del welfare state (stato di benessere o stato sociale) per gli immigrati. E politiche che regolano l’accesso degli immigrati ai benefici delle politiche del welfare.

L’atteggiamento dell’Unione europea, però, su questo tema sembra quasi un paradosso. Più si estende e più riduce le sue politiche d’ingresso ai non membri, quasi a tentare di rafforzare il Trattato di Maastricht del 1992 che stabilisce i dettami politici e le misure economiche e sociali fondamentali per l’ingresso degli Stati nell’UE. Un paradosso nel paradosso, come afferma Ferruccio Pastore, direttore di Fieri, Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione, è che l’Europa per crescere e modernizzarsi ha bisogno del lavoro dei migranti.

Infatti, in molti Paesi, interi settori economici dipendono dalla presenza di lavoratori immigrati, i quali, spesso, svolgono i lavori più duri, mal rimunerati e con poca assistenza sociale. E se molte fabbriche e imprese hanno evitato il fallimento, si deve proprio al fenomeno migratorio. Al riguardo, il sociologo Maurizio Ambrosini afferma che i migranti sono richiesti dalle economie sviluppate, soprattutto per colmare il bisogno di manodopera per alcuni lavori, definiti dallo studioso Lavori delle 5 P: precari, pesanti, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente.

A proposito di diritto di cittadinanza, oggi il Senato avrebbe dovuto esaminare il ddl sullo Ius soli. Ma urla, spintoni ed espulsioni hanno fatto da cornice a quella che sarebbe dovuta essere una giornata importante per il nostro Paese.

Il via all’esame ha segnato anche l’inizio della contestazione nell’emiciclo, già anticipata dalla protesta tenuta fuori Palazzo Madama da esponenti contrari al disegno di legge. Il risultato è ormai chiaro: l’esame è stato rinviato ad altra seduta.

Ma il ministro Fedeli, dal suo profilo Twitter, commenta: “Non saranno i tentativi di sopraffazione a fermare una battaglia di civiltà come lo Ius soli”.

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