L’Italia, società delle migrazioni

Secondo i dati riportati nel dossier “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”, nel 2015, gli italiani emigrati all’estero sono stati 147 mila. L’8 per cento in più rispetto al 2014. In questi anni i nostri concittadini hanno preferito il Regno Unito, la Germania e la Svizzera al nostro paese.

L’epoca in cui viviamo è definita era delle migrazioni.

In merito a questo, Enrico Pugliese, in “Emigrazione e immigrazione”, analizza il pensiero di Mark Miller e Stephen Castles. Anche i decenni precedenti sono stati caratterizzati da movimenti di popolazioni abbastanza notevoli, ma la differenza tra gli attuali flussi migratori e quelli passati consiste nel fatto che oggi si può parlare di globalizzazione delle migrazioni internazionali, pertanto anche chi vive nei paesi più poveri ha la possibilità di spostarsi in più luoghi.
Nel caso specifico dell’Italia, se da un lato i giovani lasciano la loro terra a causa della disoccupazione e/o della bassa retribuzione, spostandosi in un altro paese, dall’altro è raggiunta da un numero sempre più elevato di migranti. Il nostro paese, però, non è sempre stato considerato un territorio da raggiungere, ma un luogo da lasciare per trovare, appunto, fortuna altrove.

Il professor Pugliese, in un suo articolo, osserva: “Fin da prima dell’Unità, l’Italia ha svolto questo ruolo di crocevia per partenze e arrivi da paesi stranieri senza considerare le migrazioni tra i molteplici stati che componevano il paese. Dopo l’Unità, negli ultimi decenni dell’Ottocento, c’è stata una grande ondata migratoria verso i paesi transoceanici, in particolare quelli del continente americano. Il processo ha avuto inizio nelle regioni del Nord e si è poi esteso progressivamente alle regioni del Mezzogiorno, che nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento hanno contribuito maggiormente a quella che sarà definita la Grande emigrazione. In queste regioni, in quel periodo, si verificò un esodo di tale portata che la popolazione diminuì in valori assoluti, nonostante i forti tassi di natalità”.

Quest’ondata migratoria comincia a diminuire gradualmente a seguito della politica anti-migratoria del fascismo, della politica restrittiva degli Stati Uniti, il Johnson Act, e a causa della grande depressione degli anni trenta. Ma i bisogni dei cittadini e l’offerta di servizi continuano a rappresentare i punti di maggior distacco tra le aree del centro – nord e quelle del Mezzogiorno. arrivi_2Dopo la Seconda guerra mondiale, le principali mete migratorie diventano la Francia,

la Svizzera e la Germania, ma, anche in questo caso, il flusso migratorio è durato poco: da un lato perché vi è stata una riduzione della domanda di lavoro industriale e dall’altro perché migliorarono le condizioni di vita del Mezzogiorno. È questo il momento in cui l’Italia, insieme con altri paesi del Mediterraneo, diventa paese d’immigrazione.

Secondo Pugliese, è possibile dividere l’ondata migratoria in tre fasi:

  • Donne interessate ai lavori domestici e uomini futuri venditori ambulanti;
  • L’arrivo degli albanesi, con l’emblematico caso dello sbarco a Bari, e della comunità cinese;
  • L’arrivo delle popolazioni dell’Europa dell’est.

Ma i migranti, con il loro lavoro, contribuiscono al benessere del nostro paese. A questo proposito Pugliese ricorda come la Banca d’Italia definisce indispensabile il loro apporto. Le regioni hanno da sempre svolto un ruolo di primaria importanza: se al nord la crescente domanda di lavoro assicura un graduale adattamento al sistema di accesso ai diritti della cittadinanza, al centro – sud, invece, le opportunità di lavoro e il sistema di garanzie sono carenti.

Sicuramente ancora oggi vi sono delle disparità tra lavoratori italiani e lavoratori stranieri, così come vi sono tra lavoratori stranieri stessi. Un’interessante annotazione è stata fatta da Nigel Harrisquando una parte significativa della popolazione è straniera per nascita ma gioca un ruolo di tutto rilievo nella società – lavorando, sposandosi e producendo le nuove generazioni, pagando le tasse e possedendo proprietà – diventa impossibile mantenere l’esistenza di una maggioranza privilegiata di nativi e di una minoranza sottoprivilegiata di stranieri. I diritti ed i doveri specifici connessi alla nazionalità vengono così o condivisi o neutralizzati”.

È un punto di non ritorno: i paesi devono decidere se estendere i diritti sociali di cittadinanza anche ai non cittadini, chiudere le frontiere e/o intensificare i controlli, oppure permettere l’accesso al territorio anche agli stranieri che in un primo momento vivono in condizione di irregolarità.

Il sistema di protezione sociale nazionale dipende da tre fattori: status giuridico, condizione lavorativa e posizione residenziale. Ma da un punto di vista fiscale e assicurativo, i lavoratori immigrati e i lavoratori italiani, hanno gli stessi diritti e gli stessi obblighi.

Inoltre alla discriminazione tra italiani e stranieri e tra stranieri irregolari e regolari (quest’ultima categoria si distingue a sua volta in base allo status giuridico), si aggiunge la distinzione tra chi arriva da paesi membri dell’Unione Europea e chi da paesi terzi.

Giuseppe Maraventano

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