Pensioni, proposte sindacati al Governo: anticipo pensioni madri, giovani e blocco età

E’ un lungo e articolato il documento presentato dai sindacati al Governo che si accinge a presentare il Def e alla vigilia dell’inizio della sessione di bilancio. In particolare, Cgil e Cisl Uil in forma unitaria fanno una serie di proposte in materia previdenziale e invitano il Governo a riflettere su questi interventi che di fatto tutelerebbero in primo luogo le fasce più deboli. Queste in sintesi.

BLOCCO ETA’. Va fermato l’adeguamento dei requisiti di accesso alla pensione che scatterebbe dal 1 gennaio 2019, e che di fatto consisterebbe in un innalzamento dei requisiti necessari. A partire da quella data, il ritiro dal lavoro e l’accesso al trattamento viene previsto solo dai 67 anni di eta’. Ora invece il limite è fissato a 66 anni e 7 mesi. La legge prevede poi che tale requisito venga adeguato alle aspettative di vita ogni due anni: in pratica si passerebbe nel 2021 a 67 anni e tre mesi. Dal 2023 ci sarebbe un incremento di due mesi ogni volta. Per tornare al 2019, lo scatto dovrebbe essere deciso per decreto interministeriale, tra il Ministero del Lavoro e dell’Economia, da emanarsi entro dicembre (cioe’ 12 mesi prima del primo gennaio 2019). I sindacati chiedono dunque una modifica alla legge (il decreto Salva Italia del 2011) per fermare o rinviare l’aggiustamento dell’eta’ pensionabile. –

ANTICIPO PENSIONE PER DONNE MADRI. Nel documento viene richiesto per le donne lavoratrici il riconoscimento di un anticipo rispetto all’eta’ legale per accedere alle pensione di vecchiaia. Ogni anticipo consiste in un anno per ogni figlio fino ad un massimo di tre anni. Un anticipo che equivarrebbe ad uno sconto in termini contributivi. Finora lo sconto era previsto, come deciso nella riforma Dini, nella misura di 4 mesi per ogni figlio avuto con un limite massimo di 12 mesi.

LAVORI DI CURA. I sindacati suggeriscono un bonus contributivo per i lavori di cura, ossia badanti, colf e babysitter. Nel documento non viene specificato, ma consisterebbe di aggiungere un anno al computo dei requisiti contributivi ogni 5 anni di cura.

GIOVANI. Per le future generazioni, sono richieste delle agevolazioni per integrare il trattamento minimo che andrebbero a percepire al raggiungimento dell’eta’ per la pensione. ‘Figli’ della grave crisi dell’ultimo decennio, i giovani necessitano di un sostegno del futuro reddito previdenziale, soprattutto per quelli con i redditi piu’ bassi, che “superi gli attuali criteri previsti nel sistema contributivo”. Nel documento non c’e’ un suggerimento specifico ma allo studio ci sarebbe l’ipotesi di garantire un assegno mensile minimo di 600-620 euro per i giovani che andranno in pensione con il sistema integralmente contributivo a 63 anni e 7 mesi, nel caso i contributi versati non siano sufficienti. Attualmente, per andare in pensione, devono aver maturato un trattamento pari a 1,5 volte l’assegno sociale, ossia intorno ai 670 euro. Questo tetto potrebbe quindi essere abbassato. Ma anche questa misura, come tutte del resto, dipendera’ dalla disponibilita’ delle risorse finanziarie messe in campo dall’esecutivo nella legge di bilancio.

PREVIDENZA INTEGRATIVA. I sindacati chiedono l’estensione degli incentivi fiscali anche per i lavoratori pubblici. Ora quelli privati possono usufruire di una deducibilita’ ai fini Irpef dei contributi versati a forme di previdenza complementare fino a 5.164,57 euro l’anno.

ASSISTENZA. Si invita l’esecutivo a separare dal punto di vista contabile la spesa previdenziale da quella assistenziale. Cosi’ facendo, le sigle sindacali sostengono che emergerà la verità e cioè che la spesa previdenziale italiana e’ sotto la media europea.

GOVERNANCE INPS E INAIL. Si tratta di un tema controverso e richiesto dai sindacati da molto tempo che vorrebbero non ci sia un uomo “solo al comando”. L’attuale sistema duale previsto oggi (ossia il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza e il Presidente) non piace tra l’altro nemmeno alla Corte dei Conti, e non e’ bastata nemmeno la riduzione delle direzioni generali da 48 a 36 voluta dal presidente Tito Boeri. Per i sindacati, bisogna fare di più.

INDICIZZAZIONE PENSIONI. Si tratta di un aumento collegato all’inflazione che viene riconosciuto ai trattamenti pensionistici secondo determinate condizioni. E’ legato all’aumento del costo della vita in modo tale da proteggere il potere d’acquisto dei pensionati. Sostanzialmente, su questa materia dove e’ intervenuta anche la legge Fornero (che aveva previsto il blocco biennale sui trattamenti superiori a 3 volte il minimo) e anche una sentenza della Corte Costituzionale (che aveva dichiarato incostituizionale tale blocco), l’intervento governativo più recente aveva garantito una rivalutazione parziale solo per i trattamenti ricompresi tra 3 e 6 volte il minimo Inps, lasciando confermato il blocco per quelli superiori a 6 volte. Insomma, un ‘vulnus’ sul quale i sindacati chiedono chiarezza. E soprattutto chiedono un “ripristino” della piena indicizzazione “introducendo un nuovo paniere e recuperando quanto perso in questi anni”.

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