Giustizia: Mattarella “bacchetta” la Magistratura

Il diritto vive attraverso la conoscenza dei fatti e l’interpretazione delle norme” ed è per questo che la toga che indossa il magistrato “non è un abito di scena“. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, bacchetta nuovamente la magistratura e lo fa, come lo scorso anno, durante l’incontro con i tirocinanti al Quirinale. La linea sembra essere quella già espressa dal vicepresidente Csm, Giovanni Legnini, qualche giorno fa quando aveva lamentato come “in nessun Paese europeo è consentito passare con tanta facilità dai talk show o dalle prime pagine dei giornali a funzioni requirenti e giudicanti fino alla presidenza di collegi di merito e di Cassazione”. La stoccata in quel caso era indirizzata a Piercamillo Davigo, tra i nomi in pole per guidare il Palazzaccio, che negli ultimi tempi non si è negato a trasmissioni tv e interviste su quotidiani.

Mattarella non punta di certo il dito contro il singolo, ma evidenzia con forza una fenomeno globale tra gli uomini di giustizia che rischia di mettere in pericolo ‘la missione’ in uno Stato di diritto. Nella veste di inquilino del Colle, ma per l’occasione soprattutto in quella di presidente del Consiglio superiore della magistratura, il presidente spiega ai futuri magistrati che la toga non è “un simbolo ridondante o soltanto frutto di tradizione. Rappresenta, invece, il senso della funzione che vi apprestate a svolgere”. Bisogna quindi allontanarsi dai riflettori mediatici che ,invece di guidare l’operato del magistrato, potrebbero farlo deviare verso “una visione individualistica della propria funzione che può far correre il rischio di perdere di vista la finalità della legge e l’interesse della collettività”. Per questo, ribadisce il capo dello Stato, occorre anche “essere consapevoli che l’attenzione della opinione pubblica rivolta all’azione giudiziaria non può e non deve determinare alcun condizionamento nelle decisioni”.

“Il processo penale non è una contesa fra privati che possono presumere di orientare, condizionando, i magistrati – prosegue -. Si svolge nelle aule di tribunale, perché in quelle aule va assicurata la realizzazione delle garanzie dettate dalla legge a tutela non solo delle parti ma anche dell’imparzialità del giudice”. L’irrinunciabile principio dell’autonomia e della indipendenza, però, avverte Mattarella “non può essere, in alcun modo, una legittimazione per ogni genere di decisione anche arbitraria, bensì rappresenta la garanzia di difesa da influenze esterne affinché il magistrato utilizzo il suo bagaglio culturale per applicare il diritto nel caso concreto”.

“Autonomia e indipendenza vengono rafforzate dalla applicazione obiettiva della legge operata non in nome proprio ma ‘In nome del popolo italiano’, secondo le regole di legge definite dal Parlamento” precisa. Davanti a una folta platea di uomini delle istituzioni, (erano presenti il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, lo stesso Giovanni Legnini, il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, Giovanni Canzio, il procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione, Pasquale Ciccolo, il Presidente della Scuola Superiore della Magistratura, Gaetano Silvestri) il capo dello Stato però lascia un messaggio positivo ai futuri magistrati: “La possibilità di rendere giustizia e concretezza ai diritti dei cittadini in base alla legge è un compito tra i più affascinanti cui si possa ambire“.

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