“Battaglia di Caporetto”, convegno storico sul centenario

Il prossimo 25 ottobre in occasione del centenario della Battaglia di Caporetto il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano – nell’ambito del convegno “1917: la rinascita di una Nazione” – si confronterà con lo scrittore Aldo Cazzullo su un anno cruciale della Grande guerra in un dibattito stimolato dal giornalista Roberto Olla. La Ministra della Difesa Roberta Pinotti, farà una riflessione sul tema con un intervento conclusivo.

Di seguito le parole del Generale Graziano che spiega la ratio dell’iniziativa.

Nel corso del mio mandato e ragionando, anche insieme al Ministro della Difesa, sul Centenario della prima guerra mondiale abbiamo sempre pensato che fosse giusto, in questa ricorrenza, spiegare e cercare di trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, i significati autentici di questo evento storico drammatico e grandioso, ma ormai così lontano nella cultura, nella comprensione e nel ricordo stesso di un giovane da rischiare di scomparire nella nebbia del passato, offuscato dall’attualità del nostro Paese. Mentre invece quello che ora accade è ancora in larga parte conseguenza della grande guerra.

Da appassionato di storia militare, ho sempre studiato il “fenomeno prima guerra mondiale”, per poi approfondirla negli ultimi anni anche per una motivazione forse più personale, legata al fatto che mi sono trovato ad essere Capo di Stato Maggiore della Difesa e Comandante responsabile delle Forze Armate in operazioni sul territorio nazionale ed all’estero, proprio nel periodo in cui ricorre il centenario di quel conflitto, trovandomi a riflettere sulle figure dei comandanti militari dell’epoca, capi che condussero in battaglia gruppi di armate, che governarono teatri operativi o flotte navali- dimensioni ordinative che oggi non vengono più immaginate, neanche sui più ambiziosi manuali militari -affrontando perdite eccezionali e senza precedenti in una guerra che travalicava la dimensione militare del problema.

Ho studiato con attenzione quei Comandanti per cercare di capire se davvero non tenessero conto della vita umana ovvero se non comprendessero quale fosse la dimensione del problema, oppure se fossero obnubilati dal potere di un Generale in Comando in guerra, infine, più probabilmente, se fossero uomini del loro tempo che si trovavano ad affrontare il più drammatico fenomeno storico-militare dell’umanità.

Studiando, mi è parso di capire – ed ora ne sono convinto – che il fenomeno fu di tali dimensioni, operative, sociali, economiche, logistiche ed organizzative da travalicare le capacità di normale gestione politica e le possibilità industriali di qualunque Stato. Talora furono i governanti delle potenze belligeranti ad abdicare ai capi militari, gli unici a disporre di una capacità, almeno potenziale, idonea a gestire gli eventi.

Nella Prima Guerra Mondiale cambiò tutto, non soltanto il modo di combattere ma anche modo di vivere, in ultima analisi cambiò il mondo intero. Durante la Prima guerra mondiale venne inventato tutto e quello che non venne inventato venne perfezionato o trovò ampio utilizzo. In questo periodo nacquero la chirurgia plastica moderna, le armi di distruzione di massa e l’emancipazione femminile, i carri armati e l’aeroplano moderno, scompariranno imperi e nasceranno nazioni, i cui confini saranno tracciati non dalla geografia ma dalle ragioni dei vincitori.

Gli stessi totalitarismi e le democrazie di massa ebbero origine dalla Prima guerra mondiale, perché tali furono gli sconvolgimenti che nulla poteva essere più come prima. L’Italia all’epoca aveva trentacinque milioni di abitanti e mobilitò sei milioni di persone in uniforme più quattro milioni circa per l’industria; ciò vuol dire che tutta l’Italia venne coinvolta nel conflitto.

100 anni fa, dal ’17 al ’18, l’Italia dichiarò ed affrontò una guerra totale. Guerra totale vuol dire la mobilitazione non soltanto di tutti i militari ma anche del tessuto sociale, giuridico, morale e disciplinare del Paese. È importante, quindi, comprendere la dimensione di quel conflitto che ha portato tanti drammi ma che forse, per passaggi successivi, ha anche portato a rendere possibile un sogno europeo che probabilmente ha risolto molte guerre che non sono mai state combattute.

A Caporetto il Paese sembrò crollare: c’erano stati centinaia di migliaia di prigionieri, di sbandati, tanti morti e tanti feriti. Fu una tragedia di grande portata ma la stessa gente, un mese dopo, seppe fermare il nemico sul Grappa facendo davvero scudo, uno scudo di sangue e di gloria, perché l’Italia, il Paese, l’ideale in quel momento fatale valevano più della propria vita. Allora, forse, la ritirata di Caporetto e la difesa del Grappa e del Piave possono essere viste sotto una diversa lente della storia, quella che permette di raccontare di una grave e dolorosa sconfitta che però non fu disfatta perché divenne vittoria”.

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Tratto dall’articolo di Aldo Cazzullo pubblicato lo scorso 23 settembre sul Corriere della Sera

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