I campi per fermare i migranti in Libia: accoglienza o sfruttamento?

Presso la Commissione Esteri della Camera, il Comitato permanente sui diritti umani ha svolto l’audizione del direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’International Organization for Migrations (Iom), Federico Soda. L’indagine sulla tutela dei diritti delle minoranze, che si è tenuta qualche giorno fa, intende supportare le attività che l’Iom porta avanti in Libia, paese di transito dei migranti che provengono dall’Africa centrale e occidentale. Molti migranti che fuggono dal Nord della Libia non hanno intenzione di arrivare in Europa: più di 8.400 persone una volta raggiunta la Libia sono rientrati verso l’Africa occidentale.

Gli spostamenti dal Niger verso la Libia sono diminuiti di circa il 25 per cento ma aumentano gli spostamenti verso l’Algeria; anche quelli dall’Egitto verso la Libia sono in aumento. Questi dati evidenziano le criticità rappresentate dai punti di sbarco, nei quali sono stati effettuati quasi 20.000 soccorsi da parte della Guardia costiera. In seguito i migranti finiscono nei centri di detenzione libici, dei quali solo 20 su 34 accessibili, oltre alla numerosa presenza di centri non ufficiali, che sfuggono al controllo dell’immigrazione illegale da parte della autorità in Libia. La capacità di questi centri è stimata intorno alle 7.000 persone ma sono sicuramente sovraffollati; il vero problema resta il fatto che questi centri generano una propria economia, in quanto per uscirne è necessario pagare una somma ingente di denaro. La frammentazione nel governo del paese e i flussi di denaro vengono gestiti da altri gruppi e dalle poco definite connection house, che favoriscono un rapido turn-over dei migranti e che gestiscono  i campi non ufficiali, collegando gli scafisti con i campi di terra.

Le azioni messe in campo per stabilizzare l’area libica e la presenza delle minoranze etniche in Libia – arrivate al numero di circa 800.000 -, oltre all’assistenza sanitaria e al rifornimento alimentare, sono rappresentate dalla pianificazione dei centri come premessa per l’attuazione di altri due processi: i rimpatri volontari assistiti e i progetti di sviluppo nei paesi di origine. Il programma di rimpatrio volontario è più simile ad una evacuazione date le condizioni pessime in cui versano i centri di accoglienza. Il finanziamento da parte dell’U.E. di 47 milioni ha previsto per la Guarda costiera italiana lo sviluppo di una Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centre) e di un progetto per la valutazione della situazione a Tripoli per rilanciare i campi di accoglienza, senza violare la sovranità libica ma fornendo un’ occasione di impiego di manodopera locale per sottrarla al racket criminale. Il lavoro di identificazione della nazionalità ha fatto registrare in Libia circa 60 nazionalità diverse, in particolare nigeriani e senegalesi. Il problema è transnazionale sia dal punto di vista della sicurezza tra Stati sia per la tratta delle donne, soprattutto nigeriane. Nel Sud della Libia si svolgono invece attività di stabilizzazione, prevenzione e protezione sia per migliorare le condizioni socio-economiche dei migranti che per le comunità che li ricevono. Si tratta di un lavoro a lungo termine, che porta avanti gli obiettivi europei di creazione di un area dove è possibile sviluppare l’occupazione, la sicurezza e rallentare così gli spostamenti verso il Nord. Anche al Nord del Niger vengono accolti i migranti che rientrano dalla Libia, di cui 13 mila si tratta di rimpatri volontari; per questo motivo la situazione al Sud potrebbe stabilizzarsi prima di quella al Nord.

L’integrazione nazionale appare tuttavia lontana: aumentano gli atteggiamenti razzisti degli africani con la pelle scura da parte delle comunità libiche e l’85 per cento dei flussi dalla Libia verso l’Italia contribuisce alle divisioni. Le difficoltà di rimpatrio dipendono anche dal fatto che non è facile definire le potenziali vittime del traffico da quelle che sono già vittime, tra richiedenti asilo e migranti irregolari. L’alto tasso di riconoscimento di protezione internazionale è favorito solo per alcune etnie, come dimostra il caso eritreo. Le nazionalità dell’Africa occidentale di solito hanno poco riconoscimento e diventa più difficile fornire loro uno status legale; oltretutto sono 14 mila i libici sfollati all’interno della Libia che andrebbero a loro volta stabilizzati.

Alla luce di queste considerazioni, resta il fatto che il ripristino dei diritti umanitari è prioritario, come il coordinamento tra Ong italiane e libiche; i campi ufficiali di detenzione dei migranti soffrono della mancanza dei diritti umanitari fondamentali e del trattamento secondo le norme internazionali dei profughi e rischiano di alimentare un sistema criminale arbitrario di detenzione e sfruttamento.

Marta Donolo

 

 

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