Tra Germania e Italia: questione di sesso.

di Marella Narmucci

E’ di pochi giorni fa la notizia secondo la quale in Germania la Corte Costituzionale ha riconosciuto il “terzo sesso”, in seguito alla richiesta di una donna che chiedeva di poter essere identificata nel registro delle nascite come “intersessuale/altro”. I giudici hanno incaricato il governo tedesco di approvare entro il 2018 una legge che preveda la possibilità di riconoscere le persone intersessuali, cioè coloro che nascono con caratteristiche “che non possono essere attribuite alle tipiche definizioni di maschile o femminile”, affermando che le normative vigenti in materia di stato civile sono discriminatorie nei loro confronti.

Il “terzo sesso” è già riconosciuto nei documenti ufficiali di alcuni paesi come Australia, India, Nuova Zelanda, Nepal e Stati Uniti, dove il primo certificato di nascita intersex è stato rilasciato nel 2016.

Le persone nel mondo che nascono con tratti intersessuati sono circa 30 milioni, più o meno quanto quelle che nascono con i capelli rossi.

Gli intersessuali sono tutte quelle persone che alla nascita hanno variazioni fisiche che riguardano elementi del corpo considerati “sessuati”, come cromosomi, marker genetici, gonadi, ormoni, organi riproduttivi, genitali, e anche con un aspetto somatico del genere (caratteristiche di sesso secondarie, come ad esempio barba e peli).

Nonostante queste variazioni non abbiano ripercussioni sulla salute fisica, spesso la condizione degli intersessuali viene analizzata da un punto di vista clinico e affrontata con pesanti trattamenti medici e chirurgici. Ciò per renderli esteticamente più simili alle caratteristiche del sesso “imposto” alla nascita e per rispettare le canoniche distinzioni di genere nella società. Ma, spesso, la scelta del sesso e le azioni adottate nei loro confronti nell’infanzia ostacolano il loro percorso identitario, soprattutto quando non corrisponde il sesso imposto con quello di “genere” o quando queste persone sentono di appartenere ad entrambi i sessi senza nessuna prevalenza.

La Germania, sempre più pioniera dei diritti civili, diventerà quindi il primo Paese Ue a consentire alle persone intersex di non identificarsi all’anagrafe né come donne né come uomini.

L’occasione è ghiotta per ritornare a ciò che invece è accaduto in un altro Paese dell’Unione europea, il nostro, dove a fine ottobre alla Camera dei Deputati, in un articolo di un provvedimento varato dal Governo, è stata contestata la presenza del termine sesso affiancato a genere, e quindi eliminato.

Il testo in questione è il Disegno di legge in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute (C. 3868-A e abb.). La Camera dei Deputati mercoledì 25 ottobre ha approvato – con 215 voti favorevoli, 114 contrari e 39 astenuti – il provvedimento che è tornato all’esame del Senato per la terza lettura e che dovrà essere convertito in legge entro l’anno.

Sul contenuto del testo varato si è largamente parlato in questa sede in un articolo del 25 ottobre.

Quello che si vorrebbe oggi sottoporre all’attenzione, invece, è la discussione sorta intorno all’articolo 3, dedicato all’applicazione e alla diffusione della medicina di genere nel sistema sanitario nazionale. Una polemica però tutta interna che, stranamente e nonostante ne avesse le motivazioni per farlo, non ha varcato l’aula di Montecitorio.

Al testo arrivato dal Senato, dove è stato approvato il 24 maggio 2016, l’articolo in questione è stato inserito dalla XII° Commissione Affari Sociali della Camera con un emendamento a prima firma dell’on. Paola Boldrini, che sullo stesso tema aveva già presentato una proposta di legge, la n. 3603.

Originariamente l’articolo 3 stabiliva che il Ministro della salute, avvalendosi del Centro nazionale di riferimento della medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità, dovesse predisporre un piano diretto alla diffusione della medicina di genere mediante divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie che, nella ricerca, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura tenessero conto delle differenze derivanti dal sesso e dal genere, affinché il Sistema sanitario nazionale potesse erogare prestazioni appropriate in modo omogeneo sul territorio nazionale. Prevedeva, quindi, un approccio verso gli interventi da intraprendere che tenesse conto delle differenze derivanti dal sesso e dal genere.

Una serie di emendamenti presentati dall’on. Gian Luigi Gigli deputato di Democrazia Solidale-Centro Democratico e Presidente del Movimento per la Vita italiano, ha fatto sparire nel testo dell’articolo, otto volte la parola “sesso”, con il sostegno della maggioranza stessa che quella formulazione dell’articolo 3 l’aveva tanto voluta e promossa, tanto che anche dopo l’eliminazione dal testo, discorsivamente il “sesso” ha continuato ad essere presente in interviste e comunicati stampa e conseguentemente anche nelle pagine web di settore.

Il deputato di DS-CD ha ritenuto che associare “sesso” a “genere”  fosse un surrettizio tentativo di far passare le teorie gender. In una surreale discussione che non ha chiarito – forse perché considerato immorale – quali fossero i “rischi” pratici, chi ne potessero diventare i beneficiari e per quali prestazioni, ha chiesto al Governo di “riportare il concetto a quello che è il suo valore originario, cioè lo studio delle differenze (…) tra uomo e donna dal punto di vista della fisiologia e della fisiopatologia della terapia stessa“. Aggiungendo, tra l’altro, che sarebbe stato inaccettabile far rientrare all’interno del servizio sanitario e all’interno della ricerca scientifica fenomeni “di nicchia” ai quali sarebbe assurdo che la ricerca scientifica dedicasse capitoli di spesa settoriali per “una ricerca che potrebbe al massimo coinvolgere qualche singola persona per quanto riguarda i problemi che può presentare”.

Nonostante la poca chiarezza della discussione e le parole non dette, si capisce che il fenomeno di “nicchia” riguarda la comunità LGBT. A questo proposito, l’unica ricerca disponibile dell’ISTAT del 2012, di Linda Laura Sabbadini, stimava che in Italia vivessero già allora un milione di persone che si erano dichiarate LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). Un dato certamente mutato in eccesso negli ultimi anni anche grazie alle battaglie civili che hanno aperto quelle  gabbie sociali che costringevano prima a nascondersi.

Ricordiamo al Parlamento che la Salute viene definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” e non come mera assenza di malattia, e che la sua tutela viene considerata un diritto.

In un quaderno ad uso dei professionisti della salute intitolato “Oltre gli stereotipi di genere. Verso nuove relazioni di diagnosi”, pubblicato nel 2016 e promosso dal Comune di Ferrara e dall’Assessorato alle Pari Opportunità con la collaborazione di professionisti della salute, accademici e attivisti dell’Associazionismo LGBT locale, viene sostenuto con forza il diritto di ogni persona a non subire discriminazioni sulla base di sesso, genere, orientamento sessuale, etnia, fede religiosa, cultura, lingua, ceto, o sulla base di qualsiasi altro elemento identificativo.  Le problematiche delle persone LGBT sono da sempre esclusiva pertinenza delle persone e delle associazioni omosessuali, le uniche a studiarle e a promuovere campagne di sensibilizzazione per contrastarne i pregiudizi e le discriminazioni. Ma le persone LGBT sono prima di tutto persone e, in quanto tali, con gli stessi diritti di tutela della salute e di benessere che si riconoscono ai soggetti eterosessuali.

Il libretto nasce dalla necessità di un buon servizio sanitario alle persone partendo dalle differenze, più accogliente e meno giudicante che, rispettando l’articolo 32 della Costituzione che sancisce la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, nell’accezione del diritto sociale, prevede la responsabilità dello Stato di garantire la salute del cittadino e della collettività in condizioni di eguaglianza. Per questo la Legge 833 del 23/12/78 ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), una delle più grandi conquiste sociali del nostro tempo, che ha introdotto valori e principi fortemente innovativi: la generalità dei destinatari (tutti i cittadini indistintamente);  la globalità delle prestazioni (prevenzione, cura e riabilitazione);  l’uguaglianza di trattamento (equità di accesso).

Per questo rattrista constatare ancora una volta che il nostro Parlamento fatichi a varare riforme complete, coraggiose e al passo con la realtà.

 

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