Al Med 2017 prove di dialogo per risolvere la crisi

Roma è tornata a ospitare la terza edizione del Forum Med 2017 – Mediterranean Dialogues, la conferenza internazionale promossa dal ministero degli Esteri e dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

L’apertura dei lavori, avvenuta alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha visto gli interventi del ministro degli Esteri, Angelino Alfano, e del capo dello Stato libanese, Michel Aoun, dopo l’introduzione di Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, e Alessandro Profumo, Ceo di Leonardo Company. La necessità di non abbassare la guardia dopo la sconfitta militare dello Stato islamico (Is) è stata evocata dal ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al Jaafari, e dalla titolare del dicastero della Difesa italiano Roberta Pinotti.

Il vicepremier libico Ahmed Omar Maiteeq, da parte sua, ha chiesto l’aiuto della Comunità internazionale per risolvere il dramma dei migranti. L’intervento clou della giornata, tuttavia, è stato quello del ministro degli Esteri iraniano, Mohamed Javad Zarif, che ha difeso l’accordo sul programma nucleare iraniano e il sistema di difesa missilistico di Teheran, presentando la sua versione dei fatti sulla profonda crisi in corso in Medio Oriente. L’accordo sul nucleare iraniano firmato con le grandi potenze mondiali “è il migliore che si potesse raggiungere“, ha detto Zarif. “Non vediamo divisioni tra le persone che hanno negoziato l’accordo sul nucleare iraniano salvo i nuovi venuti“, ha dichiarato il capo della diplomazia di Teheran facendo un implicito riferimento alla posizione contraria all’accordo di Vienna del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Nel suo discorso Zarif ha osservato la grande opportunità rappresentata dall’intesa raggiunta a Vienna nel luglio 2015. “L’accordo sul nucleare è stato raggiunto quando abbiamo capito che non potevamo avere un ripensamento“, ha dichiarato Zarif, facendo notare come questo accordo sia stato il frutto di un dialogo e di una mediazione positiva tra i vari partner. Questo accordo non e’ quello che io volevo o che volevano le controparti, ma e’ stato proprio questo aspetto la cosa positiva, dato che abbiamo sottoscritto quanto eravamo in grado di raggiungere. Ora persone che non erano presenti pensano di potersi inserire e fare di meglio“, ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano. “A Washington pensano che possono raggiungere qualcosa di meglio ma dico che questo è il migliore“, ha sottolineato Zarif. Il ministro ha infine aggiunto: “Avevamo bisogno di raggiungere un equilibrio tra il dare e l’avere ed è quello che rappresenta questo accordo“. “Alcuni continuano a cercare di perseguire il loro interesse a scapito di quelli altrui e fanno le scelte sbagliate“, ha dichiarato Zarif. “In passato si sosteneva Saddam Hussein per escludere l’Iran dalla regione, poi i talebani, l’Isis e altri. Noi riteniamo che dobbiamo vivere tutti insieme. Le minacce che abbiamo oggi sono contro tutti noi. Ora noi possiamo vedere le cause come la mancanza di partecipazione e di speranza. Dobbiamo trovare una formula per lavorare insieme. In Iran abbiamo proposto un forum sul dialogo regionale. Dobbiamo vedere se questo si può tramutare in un ambito di dialogo per evitare la situazione come l’invasione del Kuwait e la crisi tra Arabia Saudita e Qatar“, ha aggiunto Zarif, osservando che Teheran ha “un problema con le politiche che vengono da Washington e riteniamo che siano molto pericolose“. Per il ministro iraniano le mosse degli Usasono impulsive e non basate sulla realtà“. Zarif ha osservato che un cambiamento di atteggiamento nei confronti della regione mediorientale sia “necessario a Washington“.

Nel suo discorso il capo della diplomazia di Teherah ha accusato l’Arabia Saudita e il Pakistan di aver riconosciuto i talebani e l’allora sottosegretario di Stato Usa Hillary Clinton di aver sostenuto lo Stato islamico. “Chi c’e’ il dietro il blocco del Qatar e dietro le pressioni sul premier libanese (Saad Hariri)?“, si è domandato in modo retorico Zarif. In merito al programma missilistico iraniano, il ministro ha ricordato che nella regione l’Iran non è l’unico ad avere questi sistemi, considerato che anche l’Arabia Saudita ha acquistato dalla Cina vettori con una gittata di 2.500 chilometri per 86 milioni di dollari. “I paesi della regione pensano di poter comprare la sicurezza dagli altri“, ha aggiunto il ministro iraniano. Da parte sua, il ministro Alfano ha sottolineato nel suo discorso introduttivo da “padrone di casa” che il Mediterraneo rappresenta al tempo stesso l’1 per cento del territorio del pianeta, il 10 per cento del Pil mondiale, 500 milioni di potenziali consumatori, il 20 per cento del traffico marittimo, il 30 per cento del traffico commerciale, con una crescita del 4,4 per cento di media annua ed è il punto cruciale per i destini del mondo. La regione mediterranea racchiude “rischi e opportunità di questo tempo della storia“, dal sangue che scorre in Siria, alle preoccupazioni per il futuro della Libia e del Libano; dalla precaria situazione di sicurezza in Iraq al quadro di stabilità dei Balcani occidentali. “Mai come in questo frangente abbiamo bisogno di parlare di più tra di noi e per alimentare il dialogo nel Mediterraneo“, ha detto Alfano. Il capo della diplomazia italiana ha poi invitato chi fa “lezioni dall’alto” sul dramma dei migranti in Libia dovrebbe “rimboccarsi le maniche” e “fornire aiuti concreti” seguendo l’esempio dell’Italia. “Inorridiamo quando un barcone con a bordo centinaia di persone affonda nel Mediterraneo inghiottendo centinaia di vite. Siamo addolorati quando vediamo certi trattamenti in alcuni centri di accoglienza. Ma a tutti coloro che per tanto tempo hanno fatto lezioni dall’alto diciamo una cosa: rimboccatevi le maniche, siate coraggiosi e fornite aiuti concreti e immediati come ha fatto e sta continuando a fare l’Italia“, ha detto Alfano, citando ad esempio l’intesa – favorita dall’Italia – tra Unhcr e Consiglio presidenziale libico, ma anche l’aiuto di 6 milioni di euro destinato al miglioramento dei centri libici di accoglienza per i migranti. “L’Italia è riuscita a coniugare solidarietà e sicurezza ma è impensabile che possa farsi carico da sola dell’intera rotta dei migranti“, ha concluso il titolare della Farnesina.

Il vicepremier libico Maiteeq ha sottolineato che l’Italia ha fatto molto per la Libiaoffrendo aiuto logistico ma auspichiamo azioni positive anche da altri partner europei“, mentre l’Ue ha cercato di fare qualcosa ma non basta. “Non possiamo stare a guardare quando c’è una crisi umanitaria di queste dimensioni. Abbiamo avviato delle iniziative per contenere il fenomeno migratorio ma alcune parti hanno fatto un cattivo uso dell’accordo con l’Italia e lo hanno fatto per trasmettere messaggi politici sulla Libia“. Il governo di Tripoli “cerca di aiutare i migranti nonostante il filmato diffuso dall’emittente televisiva ‘Cnn’ che non rappresenta le consuetudini libiche – ha affermato Maiteeq -. Noi abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con i paesi africani facendo grossi investimenti anche più degli altri, ma la situazione economica e sociale che vediamo dopo una crisi politica non permette al paese di affrontare questo dossier come merita“. Rispetto ai maltrattamenti subiti dai migranti in Libia “abbiamo avviato delle indagini per capire cosa succede concretamente. La procura ha avviato indagini e noi diciamo che ciò che succede rispetto ai migranti e’ inaccettabile ma cerchiamo un partner europeo che possa cooperare con noi per contrastare l’immigrazione clandestina. L’Italia ha fatto molto offrendo aiuto logistico ma auspichiamo azioni positive anche da altri partner europei. L’Ue ha cercato di fare qualcosa ma non basta“, ha concluso Maiteeq.

Il ministro della Difesa Pinotti, da parte sua, ha sottolineato che la vittoria territoriale ottenuta contro Daesh (acronimo in arabo di Stato islamico nel Levante e nell’Iraq) non significa aver sconfitto il terrorismo. Il ministro ha esortato a “non pensare che il percorso sia finito“. Perchè, spiega, “anche coalizione internazionale, in continuo dialogo con le autorita’ locali, deve pensare a come condurre la battaglia finale” contro il terrorismo. “Battaglia in qualche modo militare – aggiunge – e che dunque confini determinati, ma allo stesso tempo bisogna affrontare un’altra sfida, difficile, quella per capire come sconfiggere propaganda e i finanziamenti al terrorismo e che vuol dire mettere in campo strumenti nuovi, importanti“. Pinotti ha rivolto un pensiero anche alla Libia, che vive “una situazione delicata e fragile, ma dove l’Italia c’è, con un’operazione umanitaria e una missione che sostiene l’addestramento della guardia costiera locale e la ricostruzione dei mezzi navali di cui le autorità libiche vuole riappropriarsi“. Dunque, per la responsabile della Difesa lavorare in sintonia con le autorità locali, credo che sia la strada giusta per sconfiggere il terrorismo“. “Senza un grande progetto che crei lavoro, formazione, cultura e che ricrei la vita laddove è stata distrutta, non andremo a prosciugare le situazioni per cui il terrorismo ha attecchito“, ha detto ancora Pinotti. “Il messaggio da far passare – aggiunge – è che gli attentati terroristici non hanno nulla a che fare con la religione e con l’Islam, estirpando cosi’ quel fascino che, purtroppo, in alcune nazioni e’ stato esercitato sui giovani, anche di paesi europei. Questo è l’obiettivo più complicato che abbiamo – spiega la ministra – e che non dobbiamo abbandonare. Insieme all’altro, valido sia che si parli di Iraq, sia che si parli di Africa, cioè che bisogna lavorare contemporaneamente sullo sviluppo di quei paesi in cui il fondamentalismo ha preso piede. Come è già accaduto in questi anni, dobbiamo lavorare tutti insieme, con determinazione e utilizzando tutti gli strumenti di cui disponiamo – conclude Pinotti – per continuare la battaglia al terrorismo e fermare gli attentati, ma allo stesso tempo dobbiamo lavorare per costruire sviluppo e formazione“.

Il ministro degli Esteri iracheno Al Jaafari ha auspicato un nuovo “piano Marshall per la ricostruzione delle città distrutte dallo Stato islamico come Mosul. Abbiamo bisogno di una ricostruzione: Mosul ora non era come prima della guerra quando era florida. Per questo chiedo alla Comunità  internazionale che in virtù dell’aiuto fornito in passato ora deve stare al nostro fianco con un processo economico come il piano Marshall nel 1948“, ha dichiarato il Capo della diplomazia irachena. “Abbiamo visto la gioia per la sconfitta dello Stato islamico. Le forze irachene si sono mosse dopo un’unita’ politica e questa è un’esperienza importante“, ha aggiunto il ministro ricordando come la lotta contro il sedicente califfato sia iniziata nel settembre 2014 e goduto del sostegno internazionale. Oggi le città irachene sono state liberate dallo Stato islamico ad eccezione di alcune zone perche’ loro (i terroristi) si muovono nel buio. Non costituiscono piu’ una minaccia strategica per il governo iracheno“, ha ammesso Al Jaafari. Il ministro ha tuttavia sottolineato: “Non possiamo rimanere neutrali rispetto ai paesi che patiscono lo Stato islamico e dobbiamo fare fronte comune contro di loro. Abbiamo fatto sacrifici enormi durante lo scontro militare e abbiamo avuto una posizione ideologica e questo ha raccolto la partecipazione tutti gli iracheni indipendentemente dalla confessione religiosa“. Secondo Al Jaafari, “c’è stata una base intellettuale” che ha dato “una dimensione umana alle operazioni belliche“. Il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, è stato molto franco nel dire che sono tanti i punti di divergenza tra i paesi arabi in particolare “per quanto riguarda il sistema di sicurezza arabo. Ci sono alcuni paesi che temono l’influenza dell’Iran ma altri in Nord Africa vedono che c’e’ una minaccia piu’ forte che arriva dall’Africa sub-sahariana – ha affermato il diplomatico egiziano -. Non c’e’ un’unita’ di visione, una prospettiva comune per cio’ che riguarda le priorità di sicurezza dei paesi arabi. Speriamo che tra un anno e mezzo l’Iraq potrà mettere fine a quella situazione che ha provocato tanti danni ma ci sarà una missione dello Stato iracheno che è quella di trovare un equilibrio interno tra sunniti, sciiti, curdi perchè è un paese che ha diverse confessioni. Lo Stato iracheno ha recuperato terreno nel nord del paese ma c’è anche la questione curda che va tenuta lontana dall’indipendenza“.

Per quanto riguarda la Siriatra un anno e mezzo ci sarà un governo decentrato che cerchera’ con la forza di prendere il controllo su tutto il territorio anche perche’ l’unita’ e’ una questione cruciale per la Lega araba. Ci sarà ancora la competizione tra russi e statunitensi nei prossimi decenni a cui si aggiungeranno altre potenze come la Cina“. Aboul Gheit si augura di “trovare un punto comune tra gli arabi sulla sicurezza. Se c’e’ un accordo per la questione palestinese, dell’Iran, dell’acqua e delle armi nucleari, questa sarebbe la base su cui lavorare. Ma ci sono altre questioni e l’intera regione araba ruota intorno alla questione sicurezza. La questione di base è questa per i paesi arabi e ci sono poi altri paesi intorno alla regione interessati. E’ importante che l’Iran dia una frenata a questi suoi passi nella regione perchè i paesi arabi hanno sempre avuto buoni rapporti con loro e siamo disponibili a un dialogo proficuo per avere una visione strategica comune. E’ importante fare la pace in Palestina ma come si puo’ fare? Un’altra questione è sconfiggere il terrorismo che è la minaccia più grave, dobbiamo parlare con un discorso religioso aperto e spingere l’economia. Dobbiamo consolidare la democrazia e portarla avanti“.

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