Pd: il 60 per cento degli eletti sono renziani, l’analisi nome per nome

Il Partito democratico alle Camere parla sempre di più toscano con forte accento fiorentino: le truppe renziane sono la stragrande maggioranza degli eletti, circa il 60 per cento, come ampiamente prevedibile dopo la notte delle liste del 26 gennaio, quando l’ala orlandiana del partito, assieme a quella guidata dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, battagliò fino alle prime ore del mattino pur di vedere riconosciuta la propria rappresentanza. In attesa della proclamazione e dell’assegnazione definitiva dei seggi plurinominali, gli eletti sotto il segno del Giglio sono 21 su un totale di 45 eletti dem al Senato e 51 su un totale di 82 (ma saranno 91 dopo l’assegnazione definitiva dei seggi plurinominali) alla Camera. Non solo: guardando ai nomi degli eletti, ci si rende conto come i renziani ‘duri e puri’ siano a loro volta la maggioranza delle truppe che fanno capo al segretario dimissionario, un fattore da non trascurare nel momento in cui si dovrà decidere il da farsi sull’eventuale appoggio al prossimo governo. Questa situazione spiega il senso della frase che il ‘Corriere della Sera‘ ha attribuito a Luca Lotti. A margine del consiglio dei ministri di mercoledì il ministro dello Sport renziano si sarebbe rivolto al collega digoverno Dario Franceschini dicendogli: “Vediamo se nei gruppi parlamentari avrai i numeri per fare un accordo con M5s” (intenzione che peraltro il ministro dei Beni Culturali ha pubblicamente smentito). Quella frase trova supporto dall’analisi nome per nome degli eletti dem.

Insomma, se tra le ragioni che spingono la minoranza dem a chiedere le dimissioni immediate di Matteo Renzi c’è anche il timore che, conservando la carica, l’ex premier possa continuare a ‘dare le carte’ per la composizione del governo; in realtà, controllando la maggior parte dei parlamentari, Renzi potrebbe restare il vero ago della bilancia di qualsiasi trattativa. Naturalmente, il Partito democratico è in questo momento in fibrillazione a causa della cocente sconfitta alle elezioni. Questo comporta che molti suoi esponenti si interroghino sul da farsi ed eventuali ricollocazioni di area. E’ gia’ accaduto dopo la vittoria di Renzi alle primarie del 2013 e l’avvicendamento con Enrico Letta a Palazzo Chigi: i gruppi dem alle Camere, derivanti dalle liste dell’allora segretario Pier Luigi Bersani, divennero quasi un blocco compatto di renziani, con gli stessi bersaniani ridotti a minoranza e poi fuoriusciti dal partito. A leggere i nomi dei neo parlamentari dem questa forte presenza renziana emerge chiaramente.

Partendo dagli eletti nel proporzionale alla Camera, su 61 nomi 38 sono gli esponenti renziani e di questi ben 15 quelli di provata fedeltà come il sottosegretario con delega alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, già franceschiniano ormai in asse con il ministro Luca Lotti; le “candidate bandiera” Carla Cantone, una vita in Cgil e fortemente voluta da Matteo Renzi per riallacciare con il mondo sindacale, e Lucia Annibali, avvocatessa sfregiata con l’acido dal suo ex compagno e voluta da Renzi per testimoniare l’impegno dell’intero partito sui diritti delle donne; c’e’ l’ultra renziana Rosa Maria di Giorgi che con il segretario collabora dai tempi della giunta a Firenze; ci sono i deputati uscenti, gia’ membri della segreteria, David Ermini e Alessia Morani; c’è Anna Ascani, deputata umbra che si è guadagnata sul campo i galloni di “renziana doc” dopo essere entrata in parlamento in quota Enrico Letta; c’e’ poi Luciano Nobili, organizzatore dell’area Renzi a Roma gia’ responsabile degli Under 30 che sostenevano Rutelli contro Alemanno e organizzatore della campagna elettorale di Roberto Giachetti contro Virginia Raggi.

Spiccano i nomi di Filippo Sensi, già portavoce di Renzi, del coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini, del capogruppo alla Camera e ‘padre’ della legge elettorale Ettore Rosato, e di Roger De Menech, segretario del Pd Veneto. Ai renziani doc vanno poi aggiunti gli orfiniani. Lo stesso capo corrente, Matteo Orfini, è tra i piu’ fedeli consiglieri del segretario tanto che si e’ parlato anche di lui come reggente del partito, ipotesi poi tramontata proprio per la sua grande vicinanza con il capo. Rimane davvero poco per la minoranza, a partire da quella capitanata da Orlando ed Emiliano: tra gli eletti al proporzionale Camera, il ministro della Giustizia rappresenta la sua corrente assieme alla cuperliana Barbara Pollastrini, mentre il governatore pugliese è riuscito a strappare tre eletti, Marco Lacarra, Francesco Boccia, Ubaldo Pagano. Tra le altre aree di minoranza presenti, si notano due Veltroniani come Walter Verini e Roberto Morassut, e un franceschianiano, Piero Fassino. Mentre la governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani non sarebbe piu’ ascrivibile all’area renziana.

Gli orlandiani a Montecitorio sono stati eletti tuttavia nel maggioritario: Susanna Cenni, Francesco Critelli, Andrea De Maria (che pero’ viene da Sinistra dem, l’area che faceva riferimento a Gianni Cuperlo), Andrea Giorgis, Alberto Pagani e Antonella Incerti. Sei deputati contro 11 renziani di provata fede. Un discorso a parte meritano i ministri dell’attuale governo che, con l’eccezione di Lotti e del sottosegretario Boschi, sembrano costituire un’area a se’ che fa riferimento al premier Gentiloni (sostenuto dai padri nobili del Pd Walter Veltroni, Romano Prodi e dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano): tra questi figurano anche esponenti molto vicini a Renzi come Graziano Delrio, Pier Carlo Padoan e Marianna Madia. A questi si aggiunge il prodiano Serse Soverini.

A fronte di questi nomi, tuttavia, in quota Renzi figurano – sempre tra gli eletti con il maggioritario alla Camera – Maria Elena Boschi, Roberto Giachetti, il cattolico Stefano Lepri, il ministro Luca Lotti, l’animatrice dei renziani a Roma Sud Patrizia Prestipino, oltre a Lia Quartapelle e al direttore di Democratica, Andrea Romano. Ben 12 esponenti ultra renziani su 21 eletti.

A Palazzo Madama la situazione non cambia e, anzi, il “controllo” renziano del futuro gruppo è reso ancor più evidente dalla presenza dello stesso Matteo Renzi. Sono almeno 4 i senatori eletti nel maggioritario da considerarsi fedelissimi dell’ex presidente del Consiglio: il giornalista Tommaso Cerno, l’ex deputato Stefano Collina, il segretario regionale della Toscana – dimessosi oggi – Dario Parrini, il presidente del consiglio regionale del Piemonte, Mauro Laus e l’ex giovane turco Francesco Verducci. Unico non renziano eletto con il maggioritario al Senato è Gianclaudio Bressa, vicino al ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini.

Al proporzionale, i renziani eletti al Senato sono stati 20 su 33 e, tra questi, il tesoriere del partito Francesco Bonifazi, il senatore Andrea Marcucci, l’economista Tommaso Nannicini che per Renzi ha curato il programma elettorale. Sparuta, anche qui, la pattuglia della minoranza dem o, quantomeno, dei non renziani come il franceschiniano Luigi Zanda, protagonista di un duro botta e risposta con il segretario dopo le dichiarazioni del 5 marzo e le dimissioni “congelate”. C’e’ la madre delle unioni civili, Monica Cirinnà, che in campagna elettorale ha partecipato a diversi incontri pubblici con Andrea Orlando. Ci sono poi l’ex tesoriere della Margherita passato ora all’opposizione interna, Antonio Misiani, e Anna Rossomando. Infine va ricordato che molti sono gli esponenti dem che, sulla carta, risultano aderire alla maggioranza, ma che hanno avuto atteggiamenti critici in più circostanze nei confronti delle decisioni prese dal leader. Tra questi Matteo Richetti, portavoce della segreteria, o lo stesso ministro Graziano Delrio. Da verificare, poi, il comportamento in Parlamento dei ministri del governo Gentiloni e dello stesso premier. Specie se alla direzione si dovesse consumare una spaccatura nel partito, ipotesi che sembra ormai lontana visto la convergenza sulla figura di Maurizio Martina come prossimo reggente.

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