Zingaretti punta alla guida del Pd per un “partito di popolo”

E’ un percorso costellato di mosse spesso studiate a lungo e di un lavoro di squadra, la stessa da dieci anni, quello che caratterizza l’incedere politico di Nicola Zingaretti. Rieletto lunedì alla guida della Regione Lazio, l’esponente Pd oggi su la Repubblica ha lanciato la sua possibile candidatura alla guida del partito.

In vista della direzione Dem di lunedì ha proposto il suo nome per sondare le reazioni di eletti e base del partito. La parola scelta è “rigenerazione” del Pd, ovvero un partito di “popolo”, che torni a dialogare con i suoi militanti ma anche con il mondo dell’associazionismo e con le persone in fuga da sinistra verso i 5 Stelle e il voto di protesta. Un Pd che che riallacci anche i rapporti con le formazioni piu’ sinistra, a partire da Liberi e Uguali, che in Regione Lazio lo sostiene dalla maggioranza. Cinquantatrè anni, romano, Zingaretti inizia la sua militanza politica nei primi anni Ottanta, prima con i movimenti per la pace e poi nelle associazioni contro la discriminazione razziale e la lotta alla mafia.

Dal 1985 fa parte della Federazione Giovanile Comunista mentre negli anni Novanta colleziona esperienze in scenari di conflitto come vice presidente dell’Internazionale Socialista. Nel frattempo a conquistare prima la notorietà in famiglia c’è il fratello Luca, che dal 1999 presta il suo volto alla fortunata serie tv Rai del Commissario Montalbano, scritto da Andrea Camilleri. Nel 2004 per Zingaretti arriva la prima carica elettiva, un seggio al Parlamento Europeo, che lascia nel 2009 quando viene eletto presidente della Provincia di Roma. Negli anni a ‘Palazzo Valentini’ si concentra soprattutto sull’innovazione, con la creazione di una rete di hot spot per il wi-fi gratuito sul territorio. E giuda di fatto l’opposizione alla giunta comunale di Gianni Alemanno, tanto che nell’estate 2012 lancia la sua sfida per il Campidoglio con un comizio a Trastevere.

Poi però arriva la scandalo dei fondi ai gruppi usati in modo improprio al Consiglio regionale del Lazio, quello di Batman Franco Fiorito, e il Pd a guida Pierluigi Bersani lo dirotta sulla Regione Lazio. Nel primo mandato da governatore lavora sul trasporto per i pendolari, con l’acquisto di nuovi treni e bus, e sul debito sanitario, ottenendo la fine del commissariamento al 31 dicembre 2018, dopo 10 anni. La sanità pubblica laziale però, seppure con i conti migliorati, resta un terreno minato, tra liste di attesa ancora lunghe e strutture in alcuni casi obsolete. Con la sindaca M5S Virginia Raggi, invece, da due anni il rapporto procede a strappi, fatto di aperture ai tavoli istituzionali e stoccate politiche.

Del Pd renziano Zingaretti è rimasto sempre un poco ai margini. Il rapporto tra il governatore del Lazio e Matteo Renzi non ha mai segnato vette di sostegno reciproco. Anzi, nel 2010 si ricorda un botta e risposta tra i due sulle pagine del Corriere: il segretario, allora presidente della Provincia di Firenze, accusò Zingaretti di essersi “tirato indietro per viltà” dalla corsa per la Regione Lazio dopo la caduta di Piero Marrazzo e l’altro a rispondere “che usa l’antico metodo della denigrazione, conquista spazi e poltrone gettando fango sugli altri“. Asperità poi superate, anche se al congresso dello scorso anno Zingaretti ha sostenuto Andrea Orlando. Altro punto fermo della carriera politica di Zingaretti il suo gruppo di lavoro affiatato: lo stesso segretario, portavoce e ufficio stampa da dieci anni. E poi i rapporti politici duraturi, come quello con la Comunità Ebraica di Roma, con Libera di Don Ciotti e con la Comunità di Sant’Egidio. Così come una certa trasversalità agli schieramenti, tanto che oggi tra i primi ad appoggiare la sua corsa alla segreteria Pd c’è il politologo Edward Luttwak.

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