Come funzionano le regole dei soccorsi in mare

A chi tocca soccorrere i migranti nel Mediterraneo? Chi decide dove e quando sbarcare quelli salvati? Uno Stato può impedire l’attracco in uno dei propri porti alle navi dei soccorritori? Sono molte, e non tutte di facile risposta, le domande riproposte dal caso della nave Aquarius, di nuovo in standby con a bordo 629 persone dopo la presa di posizione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e l’impossibilità per la nave di raggiungere i porti spagnoli aperti dal primo ministro Sanchez.
RICERCA E SOCCORSO L’acronimo Sar (“Search and rescue”) è diventato popolarissimo negli ultimi anni e indica l’area entro cui ciascuno Stato, sulla base della Convenzione di Amburgo, si impegna ad assicurare l’attività di ricerca e salvataggio in mare. L’obbligo di aiutare chiunque si trovi in difficoltà in mare e di scortarlo in un “porto sicuro”, è regolato dal diritto internazionale – e la sua violazione configura l’omissione di soccorso – ma l’area Sar italiana è estremamente vasta e copre circa 500 mila km quadrati.
IL RUOLO DELLA GUARDIA COSTIERA Alle operazioni di soccorso nell’area Sar italiana partecipano mezzi aerei e navali, pubblici e privati, coordinati dal Comando generale della Guardia costiera che assume le funzioni di Italian maritime rescue coordination centre (Imrcc). Il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo mantiene i contatti con i Centri di coordinamento del soccorso degli altri Paesi, in modo di evitare sovrapposizioni tra le varie Sar: la Libia pero’ non ha ratificato formalmente la propria Sar mentre Malta – come accaduto anche con Aquarius – si rende in genere disponibile solo a garantire assistenza d’urgenza, per cui l’Italia si trova a gestire interventi in un’area ancora più vasta.
CHI SCEGLIE IL PORTO SICURO Una volta recuperati e rifocillati, i naufraghi devono essere condotti in luoghi cui la loro sicurezza e la loro vita non siano più in pericolo: il che esclude l’approdo in Paesi dove possano essere imprigionati, sottoposti a trattamenti inumani o comunque perseguitati per ragioni politiche, etniche o religiose. L’indicazione del cosiddetto “porto sicuro”, in genere il più vicino al punto del soccorso, spetta a chi ha coordinato l’attività Sar: nella prassi, e secondo l’interpretazione prevalente delle norme internazionali, nel territorio dello Stato di appartenenza. Dal punto di vista tecnico, e’ possibile condurre i naufraghi in porti di Paesi diversi, ma questo può avvenire solo con la collaborazione di questi ultimi. – PORTI OFF LIMITS? L’Italia puo’ negare l’accesso ai propri porti ma la responsabilità di farlo ricade sul ministero delle Infrastrutture e non sul Viminale. L’interdizione dei porti ad unità’ che hanno svolto attività di soccorso e salvataggio può comportare pero’ la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, laddove i naufraghi necessitino di cure mediche o di generi di sostentamento.
IL CODICE DELLE ONG Il Codice di condotta delle Organizzazioni non governative, voluto dal ministro Minniti e approvato anche dall’Unione europea, prevede esplicitamente che dopo l’imbarco delle persone soccorse, le navi delle Ong completino l’operazione “sbarcando le medesime in un porto sicuro sotto il coordinamento dell’Imrcc competente”, salvo in particolari situazioni di emergenza. Le Ong sono tenute anche a informare costantemente l’Imrcc delle attività intraprese dalle loro navi e di “eventuali iniziative intraprese autonomamente” purché giudicate “necessarie ed urgenti”. 

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