APPELLO, PER UNA SISTEMAZIONE CIVILE DEL CIMITERO DELLE BARCHE DI LAMPEDUSA

«Ho tanta stanchezza sulle spalle.

Lasciatemi così,

come una cosa posata in un angolo

e dimenticata».

Sembrano recitare i versi di Ungaretti, i resti ammassati in uno spazio tetro, nella parte deserta di Lampedusa, più vicino alle scogliere che alla spiaggia, dove il vento si lamenta incessantemente.

Non è soltanto una forma di turismo macabro ciò che porta il vacanziere ad arrivare fin qui, ma è la voglia di capire situazioni che sembrano incomprensibili, di vedere con i nostri occhi, di analizzare quello che è successo e che ogni parte in causa narra in modo contraddittorio, annebbiando la verità.

Chi viene a Lampedusa scopre che, proseguendo la strada principale fino alla fine dell’isola, superando un cancello divelto in cui non si potrebbe entrare, giacciono i barconi dei migranti, almeno una decina, buttati lì come fossero sacchi dell’immondizia, riconoscibili dalle scritte in arabo e dalle pessime condizioni.

Alcuni sono piccoli, altri più grandi; conservano resti di giubbotti di salvataggio, brandelli di stoffa, rottami vari che li fanno somigliare più a zattere/carretti del mare che a vere e proprie barche.

Anzi, per dirla tutta, sembrano rifiuti tossici, portati fin qui, lontano dal paese, affinché nessuno possa vedere ciò che è accaduto e continuare la vacanza dimenticando una parte della realtà.

Veniamo informati che si tratta di un “appoggio”, in attesa di una sistemazione migliore.

Tuttavia, con questo articolo si chiede, ufficialmente, in attesa di cosa? Forse della distruzione definitiva di queste tracce storiche? Forse di essere portate in un luogo consono o in un vero e proprio museo?

In ogni caso, si fa appello al Comune di Lampedusa e alle Associazioni Umanitarie che vi operano affinché sistemino, in modo semplice ma civile, questi oggetti speciali che, ammonticchiati così, sono raccapriccianti, irrispettosi e incivili.

Basterebbe aggiungere, anche in questo luogo funereo, un segno, un messaggio, una parola di commemorazione. Non si possono accatastare le imbarcazioni in cui tante vite sono andate distrutte come se fossero rifiuti indesiderati.

Faccio appello a tutte le Istituzioni interessate affinché non dimentichino il valore della vita, di ogni essere umano che ha viaggiato con questi mezzi di fortuna (e di sfortuna).

Faccio appello ai lettori affinché portino rispetto per il diverso e contrappongano, all’odio dilagante, la volontà di comprendere la situazione di chi, al contrario dei turisti estivi, approda a Lampedusa per sopravvivere, per arrivare ad altre destinazioni, alla ricerca di un’esistenza migliore. 

Qui si trovano le prove che quello dei migranti non era, come qualcuno ipotizza, un viaggio di piacere.

Qui, dove la vita abbandona la terra, sembra di sentire nel garrito dei gabbiani un urlo di terrore, lo stesso che doveva essere nei loro occhi quando, invece di arrivare al nuovo mondo, han trovato il patibolo.

Vi prego, fate che empatia ed umanità dimorino accanto a questi resti. Trasformiamo al più presto questo angolo di morte in un luogo più umano!

 

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