Alleanze e leadership, Zingaretti ridisegna il Pd

Parlare all’elettorato del Movimento 5 Stelle, allargare il perimetro delle alleanze, tornare sui territori: è un taglio netto con il recente passato renziano quello che viene proposto a Cortona durante la tre giorni di convention di Area dem – associazione che si raccoglie attorno alla figura di Dario Franceschini – conclusa oggi con gli interventi, tra gli altri, di Nicola Zingaretti e Dario Franceschini. Ed è stato in particolare il governatore del Lazio, candidato per ora unico al congresso, a scaldare la platea parlando della necessità di ragionare con il Movimento 5 Stelle, non per inseguire una alleanza che lo stesso Zingaretti non desidera, quanto per recuperare quella fetta di elettorato di centro sinistra ‘rifugiatosi’ in casa Grillo.

E’ evidente che non voglio allearmi con i Cinque stelle: io i Cinque Stelle li ho sconfitti due volte“, sottolinea Zingaretti quasi a voler segnalare che l’impresa non è riuscita a chi ha guidato il partito in questi anni ricavandone tre sconfitte di fila. Un partito di cui Zingaretti vuole prendere la testa per guidarlo con una ispirazione diversa: meno autoreferenzialità, più collegialità. “La dimensione collettiva è indispensabile se vogliamo un partito plurale: la democrazia è stata forte quando a prendere la parola erano i lavoratori, i sindaci, i territori. Abbiamo bisogno di strumenti collegiali e di leader“. Parole sposate in pieno da Dario Franceschini. Quando sale sul palco, pochi minuti dopo l’intervento di Zingaretti, l’ex ministro ed ex segretario Pd evoca immediatamente Matteo Renzi, pur senza mai farne il nome. Lo fa ribadendo il suo ‘No’ all’idea di un partito “legato al destino di un solo uomo“, di un partito “tutto azione senza pensiero” e soprattutto il suo ‘No’ “alla retorica delle correnti come male di una comunità politica: non c’è nulla di più fastidioso del vedere fare la predica alle correnti da palchi di iniziative di correnti. Un partito in cui chi non e’ d’accordo con il capo è gentilmente invitando ad accomodarsi alla porta è un piccolo partito o non è affatto un partito“. E qui si innesta anche la polemica con i Renzi e i renziani colpevoli di non aver voluto evitare la scissione di Pier Luigi Bersani e compagni: “Una scissione fa male, si poteva e si doveva fare di più per evitarla“, sono le parole usate da Franceschini prima dell’appello a “rifondare il Pd“, attraverso “il congresso da convocare subito utilizzando il percorso statutario“.

Quindi, voto nei circoli, convenzione nazionale e primarie. Un progetto, quella della rifondazione del Pd, sul quale si sofferma Zingaretti per il quale va perseguito restituendo spazio anche al rapporto con i corpi intermedi, sacrificato negli anni del Pd a trazione Renzi. Parole d’ordine note nel campo di quella che è stata la ‘minoranza’ del Pd almeno fino al 4 di marzo, che Zingaretti ha sposato in pieno aggiungendo tuttavia la necessità di rafforzare la presenza del partito sul web, strumento prediletto di Salvini, Di Maio. Lì c’e’ da lavorare, dice Zingaretti, che vuole il Partito Democratico primo per presenza ed utilizzo della rete: “Voglio un partito che nella rete sia il migliore e il più organizzato per combattere la battaglia di idee“. Condizioni tutte necessarie, ma non sufficienti a salvare un brand che rimane caro al governatore del Lazio: “Lungi da me porre il problema del nome di questo partito“, sottolinea riferendosi alle polemiche innescate dalla sua intervista alla festa del Fatto Quotidiano. “Al giornalista che mi faceva delle domande ho risposto solo ‘a soggetto politico corrisponde nome’. E io voglio fare il segretario del Partito Democratico. Questo ho detto, IL resto sono caricature“.

Altra caricatura che Zingaretti smonta dal palco di Cortona è quello che lo vede ritratto nel ruolo di anti Macron in vista delle prossime elezioni europee. Di alleanze, anche in vista delle prossime comunali, il Partito democratico “ha bisogno come il pane. La parola ‘alleato’ e’ una bellissima parola se viene coniugata con ‘decisione’. Siamo tutti d’accordo nel costruire alleanze le più larghe possibili per evitare il rischio di un parlamento Europeo governato dai sovranisti. I sovranisti sono IL primo pericolo della democrazia in Italia perché, se l’Europa crolla, è a quel punto che scompare la sovranità italiana: verremmo comprati dalle grandi potenze internazionali che in questi mesi si battono contro il multilateralismo”. Il tempo delle caricature, dunque, è finito per Zingaretti. Ed è finito anche il ‘pop-corn’ evocato da Renzi (il quale ha negato di aver mai utilizzato una simile espressione) dopo la sconfitta del 4 marzo a rimarcare il concetto del “tocca al loro” con il quale l’ex segretario ha posto IL suo veto a qualsiasi ipotesi di dialogo con i grillini sulla formazione del governo. Per Franceschini il tentativo andava fatto. Il leader di Area dem lo aveva sottolineato anche durante le riunioni de partito che hanno accompagnato il giro di consultazioni ed è tornato a ribadirlo oggi: “Dobbiamo accettare la sfida di entrare dove hanno preso voti gli altri, entrare nelle contraddizioni di Lega e M5s. avremmo dovuto fare di più per evitare questa alleanza populista, invece abbiamo buttato il M5S in mano a Salvini. Una sciagura che avremmo dovuto evitare all’Italia e all’Europa. Di fronte a quanto accade al Paese non si puà mangiare pop-corn. I pop-corn sono finiti”.

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