Le icone di Andy Warhol al Vittoriano

“ANDY WARHOL”, è il titolo della monografica che il Vittoriano ospiterà fino al 3 febbraio 2019, interamente dedicata al personaggio chiave del XX secolo, colui che ha lasciato un segno indelebile non soltanto in ambito artistico ma anche, e soprattutto, nel modo di pensare, di sentire, di comunicare.

Erano gli anni Cinquanta quando, dalle sponde dell’Atlantico, il “nuovo mondo”, un ristretto gruppo di pittori teorizzava la corrente dell’espressionismo astratto. Autori come Pollock rappresentavano il caos delle emozioni interiori e aggredivano la tela con getti di colori contrastanti, in cerca del sublime. Obiettivo dichiarato era di andare oltre i confini dell’arte classica, senza tener conto di prospettive, volumi e chiaroscuri, ma sempre alla ricerca di una nuova forma d’arte – seppur astratta – fatta di colori accesi, di nuove tecniche di pittura, di soggettività, di “espressioni” forti.

Ma c’era anche chi, come segno di rottura rispetto ai linguaggi classici, inneggiava alla semplicità, ai soggetti più comuni. Meglio ancora, con colpo di genio prima inimmaginabile, il movimento della Pop Art, proprio in opposizione all’intellettualismo degli espressionisti, osservava la realtà più banale e, immortalandola, colorandola, moltiplicandola, ne faceva arte.

La Pop Art deriva il suo nome dall’abbreviazione di Popular Art, ovvero arte popolare. Questa definizione sottolinea sia la volontà dei partecipanti al movimento di coinvolgere la gente ordinaria (anziché una ristretta élite di intellettuali) sia l’intento di allargare il concetto di arte a più settori come, ad esempio, la pubblicità, l’editoria (si pensi a tal proposito alla diffusione dei fumetti), la televisione e tante altre forme di comunicazione.

Per Andy Warhol, il padre del movimento, la Coca Cola – ad esempio – diventa oggetto d’arte perché chiunque può berla. “Liz Taylor, il Presidente o qualsiasi altro personaggio famoso degusta la stessa identica bibita che tutti i cittadini possono comprare”.

Seguendo lo stesso concetto di uguaglianza, caposaldo della giovane democrazia americana, anche l’arte deve essere “consumata” come qualsiasi altro prodotto commerciale. Non solo, ma deve essere fruibile da tutti, diffusa su vasta scala e destinata ad un pubblico più numeroso anche se meno pretenzioso.

Ecco perché immortalare le diverse varietà della zuppa – Warhol dipinse circa 30 versioni della Campbell’s Sup – ecco le comunissime scatole dei supermercati americani, le Brillo Box.

Nel percorso espositivo, si ammirano le icone dell’artista, come i fiori, a cui è dedicata una ipnotica installazione, le Liz e le ripetizioni di personaggi famosi come Mao e Lenin.

La mostra Andy Warhol differisce da quella del 2014 a Palazzo Cipolla per un’esposizione più vivace e dinamica: ci sono serigrafie su carta e cartone, disegni, polaroid e persino cimeli come chitarre e copertina di dischi.

Prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con Eugenio Falcioni & Art Motors srl e curata da Matteo Bellenghi – è un’ulteriore testimonianza dell’eclettismo di un creativo fra i più eccentrici della cultura contemporanea.

di Sabrina Sciabica

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