L’impegno di Donat-Cattin nel suo centenario dalla nascita

Potremmo sintetizzare l’impegno di Carlo Donat-Cattin con le sue battaglie contro il Pci, con la sinistra sociale dc ed il sindacalismo cattolico contrapposti alla visione comunista della società e dei suoi rapporti di classe. Uno scontro che ha avuto nel leader democristiano (il 14 marzo in Senato – vedi foto -, si sono svolte le celebrazioni del centenario della nascita, con un saluto di apertura dei lavori della presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) uno dei protagonisti più determinanti nella storia politica della Prima Repubblica e del fronteggiarsi di due concezioni opposte, nella realtà internazionale della Guerra Fredda. Un rapporto complesso, segnato sino alla metà degli Anni Settanta da posizioni nette, ma anche dal rispetto e la stima riservati da alcuni esponenti di primo piano del Pci al leader dc piemontese e infine, con il Preambolo del 1980 che deciderà la fine della “solidarietà nazionale”, da una rottura aspra, con durissimi attacchi personali contro di lui da parte del Pci di Enrico Berlinguer. Un conflitto ideale e politico che, in queste settimane, riemerge dai documenti dell’archivio della Fondazione Carlo Donat-Cattin di Torino. Come nel caso del biglietto che, il 24 novembre 1967, Giorgio Amendola, leader delle posizioni riformiste del Pci, invia all’allora deputato della Dc e capo di ‘Forze Nuove’, nel quale gli fa i complimenti per “il tuo coraggioso discorso”. Il riferimento è all’intervento del capo corrente democristiano al X° Congresso nazionale del suo partito, svoltosi tra il 23 e il 26 di quello stesso mese a Milano e conclusosi con la vittoria dell’alleanza tra dorotei, morotei, fanfaniani e andreottiani e l’elezione del doroteo Mariano Rumor a segretario nazionale. Tra i temi più discussi di quell’assise democristiana, vi furono quelli del rilancio e dell’evoluzione dell’alleanza di centrosinistra con il Psi e anche dell’atteggiamento da tenere nei confronti del Pci. Su quest’ultimo, lo scontro nella Dc fu tra le posizioni conservatrici di coloro che erano per mantenere una chiusura netta e quelle di chi, invece, sottolineava che, ‘se la democrazia si manterrà salda nel tempo, il comunismo nel nostro Paese si modificherà e sarà una forza disponibile per un appoggio alla stessa democrazia’.

Donat-Cattin anche in quell’occasione, non deflette dalla sua visione del comunismo che gli derivava dalla profonda formazione cattolica e dall’ispirazione alla dottrina sociale della Chiesa, vista proprio come alternativa alla lettura marxista della società. Nello stesso tempo, però, forte della sua esperienza di sindacalista della Cisl e di politico impegnato sui temi del lavoro, non accetta la rigida esclusione di qualsiasi forma di dialogo, sostenuta in particolare dai dorotei. Una posizione che probabilmente ispirò la mozione congressuale della ‘Base e dei sindacalisti’, le correnti della sinistra Dc compresa Forze Nuove, dove riguardo ai rapporti con i comunisti si legge: “All’interno delle istituzioni democratiche dello Stato e della società, dei Parlamento, nei Consigli regionali, provinciali e comunali, fra e nei sindacati, è possibile l’unico dialogo corretto con il Pci, quello che si fa tra la maggioranza e la minoranza, un dialogo dentro il sistema e sul sistema, che interessa tutti i cittadini. Su questo terreno è compito di tutti i partiti della maggioranza costringere il Pci a misurarsi con i problemi reali, a responsabilizzarsi e quindi ad uscir fuori dall’immobilismo rivendicativo e a confrontarsi con i problemi della crescita della società civile nella libertà”. Un rapporto, quello tra il leader di Forze Nuove e i comunisti, che ha segnato via via l’intera elaborazione politica di Carlo Donat-Cattin, singolarmente caratterizzato però anche dal profondo rispetto da parte di alcuni dirigenti comunisti verso un avversario che avevano conosciuto soprattutto durante le sue esperienze di sindacalista nella Torino della Fiat e degli Agnelli e poi nell’Italia dell’Autunno Caldo e dello Statuto dei lavoratori. Il 17 marzo 1991 a Torino, in un convegno di studi organizzato dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin e dedicato a ‘La sinistra sociale dc nella storia della Repubblica’, l’ex direttore dell’Unità ed ex parlamentare del Pci, Emanuele Macaluso, così ricordava infatti il ministro ed ex vicesegretario nazionale della Dc: “E’ stato un rapporto difficile, spesso conflittuale, tuttavia un rapporto forte, perché veniva da una esperienza sindacale, maturato nel conflitto con la Fiat e con le organizzazioni padronali. Donat-Cattin difese l’autonomia del sindacato, e tenne insieme il conflitto con i poteri forti e la sinistra”.

In quella stessa occasione, l’allora segretario di Rifondazione Comunista ed ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti (anche lui a lungo sindacalista a Torino per la Fiom e la Cgil), coniò per le posizioni politiche del ‘Ministro dei Lavoratori’ quello che lui stesso definì un “ossimoro politico”: “Un anticomunista sempre democratico. Tuttavia debbo dire che non considero in questo caso un ossimoro la definizione di uomo di sinistra e di anticomunista riferita alla stessa persona”. Un atteggiamento di considerazione, quello di alcuni esponenti comunisti nei confronti dell’avversario democristiano, che fu evidente negli stessi anni del più forte impegno politico di Donat-Cattin. testimoniato da interviste, scritti e polemiche parlamentari, ma anche da corrispondenze private, spesso punteggiate da battute e da toni scherzosi capaci però di svelare una confidenza che in quei casi nasceva dalla stima reciproca. Come si legge in un altro breve messaggio, conservato anch’esso nell’archivio della Fonazione Carlo Donar-Cattin e firmato questa volta dallo storico leader comunista torinese Gian Carlo Pajetta. E’ senza data, ma probabilmente attribuibile all’inizio degli Anni Settanta del secolo scorso: “Caro Donat-Cattin – gli scrive Pajetta -, non so se diventerò mai cattolico, credo di no. Ma socialdemocratico sono sicuro, è impossibile...”.

L’ultimo e fondamentale capitolo dei rapporti tra Carlo Donat-Cattin, l’ideologia marxista-leninista e, in particolare, la prassi politica dei comunisti italiani, è riconducibile infine al cosiddetto ‘Preambolo’. Scritto di pugno da Donat-Cattin, esso rappresenta la sintesi della mozione di maggioranza del XIV° Congresso nazionale della Dc, che, nel febbraio 1980, portò all’elezione di Flaminio Piccoli a segretario del partito.

Il Preambolo segnò la fine della politica di solidarietà nazionale con il Pci. Si riaprì invece la collaborazione con il Psi di Bettino Craxi e con i partiti laici. Donat-Cattin divenne vicesegretario della Dc, mentre la presidenza del partito fu affidata ad Arnaldo Forlani. Il testo originale del Preambolo, redatto su carta intestata del XIV° Congresso della Dc, è conservato nell’archivio della Fondazione Carlo Donat-Cattin e, sin dalle prime righe, esprime il suo preciso intento destinato a mutare il corso della politica italiana: “…la via di uscita dalle difficoltà, può essere percorsa con successo, purché il partito sia orientato, nel presente e nell’avvenire, dai principi e dai valori della sua tradizione popolare e democratica...”.

Una posizione che Donat-Cattin spiegò così nel libro-intervista ‘La mia Dc’ di Paolo Torresani (Vallecchi 1980), con accenni e ragionamenti che paiono proprio rievocare i lavori del X Congresso Dc del 1967: “Non ho mai considerato l’ipotesi di un partito comunista che diventa in certo qual modo socialdemocrazia, in sostanza l’ipotesi di Scalfari e di parecchi nostri amici democristiani… La rappresentatività di classi e di energie nuove sono tutti elementi che sospingono a cercare il pieno coinvolgimento del partito comunista nella vita dello Stato democratico, ma senza abbandonare il compito storico che la Dc ha esercitato e continua a esercitare: quello della garanzia delle istituzioni e della gestione democratica. La questione comunista è aperta: seria, importante e grave”. La reazione del Pci, questa volta, sarà durissima: Carlo Donat-Cattin sarà l’oggetto di attacchi personali condotti dai principali esponenti del partito di Berlinguer. Qualcosa che era già accaduto al momento del varo dei governi di “solidarietà nazionale” e della strategia politica ispirata dall’antico alleato di Donat-Cattin nella galassia Dc, Aldo Moro. In una lettera del 29 agosto 1977, per esempio, il leader di Forze Nuove scriveva infatti così allo statista democristiano: “Le condizioni politiche dell’intesa con i comunisti non sono le migliori per raggiungere e stabilizzare un equilibrio democratico”. La posizione del Pci fu di chiedere alla Dc di escludere Donat-Cattin da quegli esecutivi, a cominciare dal terzo governo Andreotti, insediatosi nel 1976. Moro però non accettò quelle condizioni e il capo della sinistra sociale dc ottenne il dicastero dell’Industria. L’ultimo incarico di governo lo assunse sempre in un governo Andreotti nel 1989 fino al 1991.

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