Gomito di Sicilia, l’isola di luce attraverso lo sguardo di Di Girolamo

Gomito di Sicilia è un libro piccolo di dimensioni e immenso di significati. È, insieme, lo studio di una cultura antica, una mappa geografica, un invito al viaggio per chi non la conoscesse e un invito alla riflessione per chi, su questa ‘isola in un mare di luce’ – come diceva un vecchio slogan – ha le sue radici.

Terra amata, terra deturpata (e il giornalista ne racconta numerosi esempi), terra decantata da poeti ed artisti, terra criticata proprio da noi siciliani, che la conosciamo bene.

«Immobili e uguali», ecco il nostro difetto. E, se nella parte orientale della Trinacria c’è un enorme vulcano che minaccia movimenti e rigenerazioni, nell’altra punta non c’è neanche questa «apocalittica speranza di poter annientare e ricominciare».

Nessun cambiamento, solo un sguardo passivo, perché  «Contemplare è la nostra condanna», scrive Di Girolamo, direttore della radio Rmc 101 e della testata Tp24.it., autore di saggi sulla mafia e sulla criminalità organizzata.

Gomito di Sicilia, pubblicato a marzo dall’editore Laterza, denota uno studio approfondito della storia e della politica siciliana e ha il merito di condensare in poche parole concetti profondi.

Lo scrittore usa un linguaggio limpido, senza orpelli, senza scusanti dietro le quali nascondere le nostre colpe. E sì, perché le colpe, o meglio, gli errori, sono di entrambe le categorie di siciliani, di chi è andato via e di chi è rimasto, di quel pessimismo atavico che ci fa lamentare e mai agire, reiterando gli atteggiamenti gattopardiani che Di Girolamo perfettamente descrive – anche se preferisce il “Mi ci romperò la testa” de Il giorno della civetta.

Il narratore, in prima persona, si rivolge alle sorelle e ai fratelli che sono andati via, con lo sguardo di chi è rimasto e non ha neanche la consolazione dei lavoratori fuori sede, quella di apprezzare i paesaggi e i monumenti, come chi da lontano ritorna per un breve periodo; come se per lodare la Sicilia fosse necessario allontanarsene, come per ammirare una statua di marmo.

E se questa bellezza fosse effimera, come la pasta di zucchero con cui decoriamo le cassate? Tra l’altro, noi isolani, non siamo neanche capaci di difenderli, i nostri prodotti – il vino Marsala è solo l’esempio più recente.

In molte di queste pagine ogni vocabolo è una ferita, la rassegnazione dilaga, e l’ironia è “salata”, come il mare che qui si sente sciabordare… o come le lacrime di chi guarda alla propria terra sperando di poterla cambiare in extremis.

Eppure, da giornalista siciliana emigrata, ti dico, fratello mio, che un dubbio sorge durante la lettura: che ciò che viene descritto come prettamente siculo sia, ahinoi, divenuto condizione esistenziale di un’intera nazione, che ha preferito trovare scuse per tirare avanti, svendendosi alla corruzione, adattandosi a percorsi apparentemente facili, accettando atteggiamenti mafiosi e cedendo a peccati di conoscenze e incompetenze.

Questo pensiero amaro lo confermi tu, negli ultimi capitoli, scrivendo di «un’area enorme che appartiene a tutto il Paese – mica solo al corno ottuso di Sicilia – di complicità, in cui pezzi della classe dirigente si sono “fatti” mafia.» E quindi, dopo aver letto e amato Gomito di Sicilia, mi piace annoverarti tra gli intellettuali siciliani che hanno mantenuto l’ardore, la passione – intesa anche come sofferenza – tipici del meridione, e quell’instancabile spirito da combattenti che, come armi, usano le parole.

Pirandello, Verga, Tomasi di Lampedusa, Vittorini, Sciascia…che tu citi con rispetto, sono coloro che hanno saputo, coraggiosamente, ammettere le proprie lacune creando, almeno, uno stimolo, un punto di partenza per migliore, se non l’intera isola, almeno il singolo individuo. E, come scrivi tu, «senza stare sempre con la testa rivolta all’indietro, ma cercando la libertà».

Sabrina Sciabica

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