Esteri. Gran Bretagna, May lascia il 7 giugno, si apre la corsa alla successione

“Darò le dimissioni da leader del partito conservatore il 7 giugno, sicché possa essere deciso un successore”.

Logorata dall’interminabile rompicapo della Brexit, incapace di attuare il divorzio dall’Ue deciso dai britannici nel referendum del 2016, Theresa May ha annunciato in lacrime il suo addio, cedendo dopo giorni di assedio da parte dei membri del suo stesso partito.

Si apre così la corsa per la successione: per arrivare a Downing Street il nuovo premier dovrà prima essere scelto come leader del Partito conservatore. “Per me è questione di grande rammarico, e lo resterà sempre, il fatto di non essere stata in grado di portare a termine la Brexit”, ha detto May nella breve dichiarazione pronunciata davanti al numero 10 di Downing Street poco dopo avere concordato l’uscita di scena con Sir Graham Brady, il presidente del comitato 1922 responsabile dell’organizzazione del Partito conservatore. La premier ha poi avvertito il successore: a lui, o lei, spetterà adesso il compito di trovare quel consenso che May non è riuscita a raccogliere per portare a compimento la Brexit. Fra i tanti aspiranti alla leadership e i nomi che si sono ventilati nelle ultime settimane come possibili successori il favorito è Boris Johnson. “Ora è tempo di seguire le esortazioni” di May, “di unirsi e portare a compimento la Brexit”, ha scritto su Twitter l’ex ministro degli Esteri e capofila dei Brexiteers. Ma le elezioni interne ai Tory si sono sempre concluse con finali a sorpresa. Oltre a Johnson, circolano i nomi di Andrea Leadsom, Michael Gove, Dominic Raab, Sajid Javid e Amber Rudd.

La nomina del nuovo premier avverrà entro il 20 luglio, cioè prima che cominci la pausa estiva del Parlamento. Mentre il leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn chiede nuove elezioni: “Chiunque diventerà il nuovo leader dei Tory deve lasciare che le persone decidano il futuro del nostro Paese, tramite elezioni generali immediate”. Un compito non facile attende l’erede di May e la situazione fa temere che un’uscita in scenario di no-deal sia ora più vicina. “Una hard Brexit sembra in queste circostanze una realtà quasi impossibile da fermare”, ha commentato il governo della Spagna poco dopo l’annuncio delle dimissioni. Mentre da Bruxelles la Commissione Ue ha chiarito che l’addio della premier non cambia la posizione dei 27: l’accordo di uscita resta non rinegoziabile. Theresa May, ex ministra dell’Interno, era arrivata al timone dell’esecutivo a luglio del 2016, prendendo il testimone da David Cameron poco dopo il referendum che il 23 giugno di quell’anno aveva votato al 52% a favore della Brexit. Ma non è riuscita a raccogliere la classe politica dietro una visione unitaria del divorzio, con il suo partito profondamente diviso al suo interno. Per Nigel Farage, leader del Partito della Brexit dato per favorito nelle elezioni europee per cui il Regno Unito ha già votato giovedì, May ha “valutato male politicamente l’umore del Paese e del suo partito”. Nel discorso di addio lei ha riconosciuto il suo limite: “Ho fatto il possibile per convincere i deputati a sostenere l’accordo (di uscita raggiunto con Bruxelles ndr.), purtroppo non sono stata capace di farlo. Ho provato a farlo tre volte. Credo sia stato giusto perseverare”. Poi la chiusa carica di emozione, con la voce rotta: “A breve lascerò l’incarico che è stato l’onore della mia vita ricoprire”, “con enorme e duratura gratitudine per avere avuto l’opportunità di servire il Paese che amo”. Martedì, in un ultimo tentativo, aveva presentato un piano da lei definito “l’ultima chance” per attuare la Brexit: è stato proprio quel testo, con i suoi compromessi, a catalizzare l’uscita di scena, scatenando critiche tanto dal Labour quanto dagli euroscettici dei Tory.

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