Legge elettorale, intesa prima della Consulta

Pd e Cinque Stelle puntano a un Ddl prima che la Corte decida sul quesito leghista. In Senato per rimandare a dopo le regionali il voto su Salvini per il caso Gregoretti

«La verifica di governo? La vera verifica saranno le regionali in Emilia Romagna». Tra i dirigenti e i ministri del Pd non ce ne è uno che non abbia gli occhi puntati sul 26 gennaio. I sondaggi premiano, anche se di poco, il governatore uscente Stefano Bonaccini. Ma se la regione rossa per eccellenza dovesse “cedere” alla Lega di Matteo Salvini a causa delle decisione di Luigi Di Maio e del M5s di correre in solitaria le conseguenze sull’alleanza di governo saranno inevitabili. Per questo l’annunciata verifica per rilanciare l’azione dell’esecutivo fino al 2023 si farà solo dopo le regionali (si voterà anche in Calabria): il premier Giuseppe Conte dovrebbe avviare incontri bilaterali con i quattro partiti della maggioranza, ma solo a fine mese tirerà le conclusioni. Man mano che si avvicinano le urne, insomma, cresce la tentazione di rimandare a febbraio i veri nodi, dalla giustizia (un vertice di maggioranza con Alfonso Bonafede è al momento fissato per domani, ma non è alle viste un accordo tra M5s e Pd) alla questione della concessione ai Benetton per Autostrade (se ne riparlerà al momento di votare in Aula il Milleproroghe). E in Senato la maggioranza è al lavoro anche per rimandare a dopo il 26 il voto della Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari sull’autorizzazione a procedere contro Salvini chiesta dal Tribunale dei ministri per il caso della nave Gregoretti previsto per il 20. Non perché non ci sia unità di intenti (tutti, dal M5s a Italia Viva, sono per il sì all’autorizzazione), ma perché non si vuole dare al leader della Lega la bandiera di “martire” sulla questione dei migranti da sventolare a pochi giorni dalle urne emiliane.

 D’altra parte – notano alcuni senatori della maggioranza – «il calendario stilato non è mai perentorio in questi casi». Oggi la Giunta si riunirà per la prima volta dopo la pausa natalizia e comincerà a discutere sulla Gregoretti e su altri casi legati alle ultime politiche: basta invertire l’ordine delle priorità. Rimandare e sopire, dunque, sperando in buon segnale dalle urne emiliane. Solo su un tema M5s e Pd sembrano intenzionati a rispettare i tempi previsti: la legge elettorale. L’accordo è quello di presentare un testo condiviso di riforma alla Camera prima che la Corte costituzionale si esprima, il 15 gennaio, sull’ammissibilità del quesito referendario presentato da 8 regioni a guida centrodestra e messo a punto dal leghista Roberto Calderoli. Quesito che mira a trasformare il nostro sistema in un maggioritario secco a turno unico, basato interamente sui collegi uninominali dove viene eletto solo chi prende un voto più degli altri, come in Gran Bretagna: un sistema che favorirebbe il centrodestra a trazione leghista su tutto il territorio nazionale. Non è un caso che l’accordo di massima raggiunto tra i partiti della maggioranza, e suggellato sabato scorso nel vertice tra Di Maio e il segretario dem Nicola Zingaretti, va nella direzione esattamente opposta: un proporzionale corretto da una soglia di sbarramento al 5% («il minimo indispensabile», ha ribadito ieri Zingaretti) come in Germania. Si tratta solo di incardinare il testo in commissione, ma è chiaro l’intento di dare un segnale politico ai giudici costituzionali prima dell’importante decisione. Poi, se il quesito leghista dovesse essere respinto, c’è sempre il tempo per cambiare: in molti, a partire da Matteo Renzi che ha dato il via libera per stoppare intanto il più insidioso simil-spagnolo (in questo caso la soglia implicita arriverebbe nella circoscrizioni più piccole all’8%), sono convinti che nel corso dell’esame parlamentare la soglia si abbasserà almeno al 4%. Con la sinistra di Leu già sul piede di guerra: «Si decide tutti insieme, non solo M5s e Pd», ha avvertito Roberto Speranza.

 

[da il Sole24 Ore, 8.1.20]

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