Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità, ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa” afferma il Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo.

Eppure chi ama l’odore polveroso dei tendoni, chi dà il chi è di scena, chi scrive immaginando dialoghi, scene e personaggi, chi si siede in trepidante attesa di scoprire cosa succederà sul palco, è rimasto spiazzato da queste parole. C’era qualcosa che non quadrava e oggi, a distanza di qualche giorno dalla dichiarazione, dopo lucida riflessione, si tenterà di spiegare cosa.

Si prenda per buona l’intenzione di rianimare ciò che è in stato comatoso, ma il teatro non è forse voce, mimica, prossemica, interazione, coinvolgimento di tutti e cinque i sensi?

Detto così, il pensiero di Franceschini sembra quello di considerare la cultura alla stregua di ogni altro prodotto che deve vendersi da sé, piuttosto che essere sostenuto e finanziato. Eppure, per chi fruisce di questo “servizio”, una pièce è molto di più, è una pallina da tennis che si sposta sorprendentemente da una parte all’altra del campo. Lanciata dagli attori provoca sensazioni che il pubblico rimanda prontamente attraverso applausi, risate o commozione.

Un match del genere, può svolgersi ugualmente su uno schermo piatto?

Mettiamoci nei panni di chi lavora nel settore.

In questo caso sarà ben lieto di non essere stato completamente dimenticato ma si chiederà, poiché si accenna alla creazione di una piattaforma specifica su cui trasmettere, sarà il caso di spendere del denaro su questa iniziativa piuttosto che per supportare future rappresentazioni e festival “reali”?

Mettiamoci nei panni del pubblico.

Siamo sicuri che ciò che vuole è accontentarsi di due sensi, la vista e l’udito, rinunciando alla molteplicità di emozioni che soltanto uno spettacolo dal vivo può provocare? Per di più a pagamento?

Pur apprezzando il suo tentativo di proporre alternative, ci si chiede se, proprio ad un ministro della cultura, non dovrebbe sembrare un ossimoro la creazione di un teatro on line, come è sembrato a chi ha ascoltato la proposta.

Ma davvero occorre ricordare al ministro che il teatro è catarsi, è vita, è realtà? Non è forse un’ossessione, o una sbrigativa soluzione, questa attuale volontà di riportare qualsiasi argomento, tematica, mestiere, discussione, al virtuale?

Si deve, per forza, ammodernare nel senso unico della digitalizzazione, ogni settore dell’umana esistenza? O ci è ancora concesso un diritto alla disconnessione per dedicarsi a pratiche sensoriali reali che, per fortuna, al di là della pandemia, siamo certi riprenderanno?

Caro ministro, in un momento come questo, in cui gli artisti si prodigano per donare il loro tempo all’amato pubblico e continuare a coinvolgere la gente tramite ogni tipo di social, unicamente per amore della cultura e della conoscenza, siamo certi che la sua esperienza professionale formalizzerà proposte più proficue del Netflix  a pagamento. Per iniziare, le suggeriamo di ricordare cosa ha provato l’ultima volta che ha assistito ad uno spettacolo teatrale.

E dunque, per citare uno che il teatro lo ama tanto, Provaci ancora, Dario!

Sabrina Sciabica

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