Coronavirus: Modello Svezia rivalutato

Coronavirus, il modello Svezia andrebbe rivalutato? A chiederselo, in un articolo di opinione del 28 aprile, è niente di meno che il New York Times. La Svezia dell’epidemiologo Anders Tegnell, additata sino a ieri da molti scienziati come irresponsabile per non aver applicato le rigide norme di lockdown prese altrove, riprende quota nelle grazie del consenso mainstream.

E lo stesso dicasi per il concetto di “immunità di gregge”. Non solo. Come riportava il giorno seguente il sito ufficiale del World Economic Forum, Michael J. Ryan, Direttore del Programma sulle Emergenze dell’Oms, dichiarava, “Se dobbiamo raggiungere una nuova normalità, la Svezia in molti modi rappresenta un modello futuro.”

Ma cos’ha di divererso l’approccio di gestione del coronavirus nel modello Svezia? Ha applicato anch’esso norme di distanza sociale, ma molto meno rigide, consentendo assembramenti fino a 50 persone, l’apertura e libera frequentazione di bar e parchi e soprattutto l’apertura delle scuole per gli studenti sino al 15esimo anno di età.

Certo non senza errori, come quello di non essere intervenuti tempestivamente nelle case di riposo, come ammettono sia lo stesso Tegnell che il suo maestro e datore di lavoro Johan Giesecke, epidemiologo svedese di fama mondiale.

Ma è un errore che, in fase iniziale, hanno commesso in molti, anche i paesi con lockdown più rigidi come l’Italia, dove infatti il numero maggiore di infezioni, stando ai rapporti recenti dell’Istituto Superiore di Sanità, si è verificato nelle Rsa.

Sugli esperti per cui non sussistono prove che i guariti  al Covid-19 siano immuni poiché hanno sviluppato gli anticorpi, Tegnell, intervistato da USA Today, ribatte, “Questo indebolisce l’argomento di coloro che sono alla ricerca di un vaccino: se non possiamo ottenere l’immunità dalla popolazione, come possiamo pensare che un vaccino possa proteggerci?”

In merito alle scuole aperte: la misura venne suggerita in prima battuta anche dal governo britannico, sulla base della minore esposizione dei minori al virus. Inoltre dava sollievo ai lavoratori “in prima linea”.

Il rischio pratico, sollevato dai consiglieri scientifici del governo Johnson ma sottolineato dagli stessi scienziati svedesi, era che personale sanitario ed altri lavoratori essenziali, in assenza di scuole e asili disponibili, si trovassero nell’evenienza di rinunciare al proprio lavoro o, peggio, far accudire i figli dai nonni, circostanza da evitare accuratamente vista l’alta esposizione al virus degli over 65, categoria a rischio (5).

Ovviamente il tutto prima della svolta di Londra verso un lockdown un po’ più rigido, in seguito alla pubblicazione del documento dell’Imperial College di Londra. Una parabola sorprendente, poiché, come osserva il prof. Giesecke, si tratta di un documento scientifico privo di peer-review, quindi senza riconoscimento ufficiale, e che però, con le sue previsioni shock sulle migliaia di morti in caso di mancanza di forti misure restrittive, ha esercitato una grande forza persuasiva sul governo britannico (6).

Ora, anche la Gran Bretagna parla di un progressivo allentamento del lockdown e graduale riapertura di scuole ed attività economiche prima del previsto, sulla scia di Germania e Danimarca. Naturalmente, precisano sia il New York Times che il funzionario dell’Oms, il modello svedese va seguito con criterio, combinando “fiducia nella popolazione, controlli strategici e comunicazione chiara,” precisa Ryan.  Ma la tendenza sembra ormai essere quella. Il vento sta cambiando?

 

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