Covid-19: I morti in Uk superano davvero quelli dell’Italia?

Il 5 maggio molti mass media, sia inglesi che italiani, hanno riportato con titoli altisonanti “La Gran Bretagna ha il più alto tasso di morti da Covid-19 d’Europa”, “Record di morti in Gran Bretagna, 32 mila deceduti”, etc.. Sottolineiamo come i titoli e gli articoli, dal tono allarmistico simile, siano stati riportati lo stesso giorno nelle due diverse sponde della Manica e si sono succeduti a ondate in seguito.  I dati arrivano da due fonti principali: l’NHS, ovvero il Sistema Sanitario Nazionale, e l’ONS, l’Ufficio Nazionale di Statistica. I due istituti lavorano in sinergia.

In un momento cruciale, in cui anche il Regno Unito, così come l’Italia ed altri paesi, sta già guardando alla riapertura graduale sia dell’economia che delle scuole (quest’ultima confermata in queste ore, relativamene ad alcune classi, dal 1 giugno 2020), l’impennata delle morti potrebbe avere delle conseguenze non indifferenti a livello di strategie pratiche. O potrebbe persino spingere i “decision makers” verso dei ripensamenti. Siamo andati a riscontrare i dati attingendo direttamente dalle fonti ed abbiamo interpellato l’ufficio statistiche dell’NHS.

A partire dal 28 aprile, infatti, quindi ad una settimana esatta dai titoli di giornali catastrofici, NHS England, nella nota di accompagnamento delle statistiche quotidiane (Data Notes for Covid-19 daily deaths publication), pubblicava le seguenti righe: “Dal 28 aprile, NHS England riporterà il numero dei pazienti morti in cui non c’è stato un risultato positivo al test da COVID-19, ma dove il COVID-19 viene documentato come causa diretta o come causa di fondo  -underlying- nella Parte 1 o nella Parte 2 del certificato di morte“.

Più in fondo, inoltre, si legge:

In aggiunta ai nostri dati, l’Ufficio Nazionale di Statistica sta ora pubblicando resoconti settimanali delle morti in cui il COVID-19 veniva menzionato nel certificato di morte. Questa pubblicazione viene riportata ogni martedì dal 31 marzo. Include i casi di decessi avvenuti fuori dall’ospedale ed anche alcuni casi in cui il COVID-19 è sospettato, nonostante non sia stato svolto nessun test diagnostico formale.

Abbiamo chiesto all’NHS, ufficio statistiche, di spiegare in termini medici il significato di quel “sospettato”. La risposta conferma in parte quanto già riportato nella nota ufficiale, ma aggiunge un dettaglio in più: “In questo contesto, ‘sospettato1 si riferisce ai casi di decessi in cui il COVID-19 viene menzionato nel certificato di morte. Ciò vuol dire che si presuppone che il COVID-19 sia coinvolto nella causa della morte nella Parte 1 o Parte 2 del certificato di morte, ma non è stato svolto alcun test diagnostico formale.

In breve, abbiamo una distinzione fondamentale fra causa ultima della morte, causa scatenante e causa concomitante. Un pò come si distingue in Italia fra morti da Covid-19 e morti con Covid-19, una distinzione per nulla fantasiosa o speculativa, ma che invero rispecchia, seppure in termini colloquiali, una distinzione vigente in ambito medico e relativa alla prassi sui certificati di morte. Ma non è tutto.

Nell’ambito di questa distinzione – e ce lo confermano gli operatori quantomeno del Servizio Sanitario Britannico – si osserva una buona dose di discrezionalità da parte del personale medico, autorizzato a contemplare il COVID-19 come causa ultima, scatenante o correlata anche qualora non si sia in presenza di nessun risultato positivo in seguito a test diagnostico. Terzo punto, e questo è fondamentale ai fini della formazione (o de-formazione, a seconda dei punti di vista) del consenso pubblico: questi dati, già dubbi per i motivi confermati dall’NHS, finiscono nelle statistiche anche qualora il COVID-19 risulti come causa non diretta della morte. Andiamo infatti a vedere cosa dicono le linee guida per  medici professionisti riguardo ai suddetti certificati. Perché in effetti la distinzione fra Parte I e Parte II del certificato di morte risulta di estrema importanza in termini di interpretazione dei dati.

La Parte I contiene sostanzialmente la causa diretta della morte e ed eventuali concause, ricostruendo la catena di eventi che hanno portato al decesso. Per esempio, nel caso di una morte da emorragia cerebrale, la metastasi cerebrale è indicata come causa intermedia, mentre un carcinoma bronchiale è ritenuto la causa scatenante, di fondo (“underlying cause”), ovvero quella che ha provocato la catena di eventi. Fatto sta che nel certificato di morte, Parte I, la causa principale della morte risulta l’emorragia cerebrale, non il carcinoma. Nella parte II viene invece elencata “qualsiasi condizione o malattia significativa che ha contribuito alla morte ma che non è parte diretta della sequenza di cause che ha portato alla morte.”

È palese quindi, in base a quanto reso noto dall’NHS sui parametri seguiti sia dal proprio ufficio che dall’ONS, che è molto semplice far schizzare il numero dei morti come con un colpo di bacchetta: già la presenza del Coronavirus può essere anche meramente “presupposta”, senza risultati da test; se poi il “Coronavirus presupposto” menzionato nella Parte II finisce nelle statistiche, anche solo come fattore concomitante ma non causa diretta,  il gioco è fatto. E questi, in finale, sono i dati che vengono poi pubblicati dai maggiori media nazionali e dagli organi di stampa internazionali, dati in pasto ad un pubblico che difficilmente va a studiarsi tabelle e note di accompagnamento. Restano da chiedersi le ragioni di fondo di questa evidente stortura comunicativa. Chi può avere interesse nel presentare al pubblico come certi dei dati – e adesso ne abbiamo la conferma – sfalsati o quantomeno dubbiosi?

Infine, andiamo a vederli, questi numeri. Le tabelle dell’NHS England più aggiornate parlano di 23,709 decessi dal 1 marzo all’11 maggio, dove il 1 marzo si registrano zero morti, il picco più alto è avvenuto l’8 di aprile, con 887 morti, e all’11 maggio si registrano 44 decessi. Quindi, nella loro totalità, a discapito dei titoli allarmistici dei media, si denota al contrario un vistoso calo.

Di questi decessi, senza andare a considerare altre malattie preesistenti, 12 sono avvenuti in cittadini fino ai 19 anni di età, 9.184 fra i 60 e i 79 anni, 12.451 fra gli ultraottantenni. Quindi stando alle statistiche, pur con tutti i punti di domanda rimarcati, il COVID-19 avrebbe colpito per circa il 90% la popolazione al di sopra dei 60 anni e per quasi il 50% gli ultraottantenni. Il che apre la porta a tutta un’altra serie di considerazioni. Sono dati, lo ricordiamo, che riguardano Inghilterra e Galles, a cui poi vanno aggiunti Scozia e Nord’Irlanda.

I grafici dell’ONS, invece, mostrano un superamento dei 30 mila decessi a livello nazionale, comprendente quindi tutte le quattro regioni. A tutti gli effetti, sono questi ultimi i dati riportati dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo. A onor di cronaca, i giornali nostrani, dopo aver strillato il titolo, accennano negli articoli al fatto che il Covid-19 viene solo “menzionato” nei certificati di morte, ma non si pongono alcuna domanda sulla natura del linguaggio adottato. Lasciamo ai lettori le dovute conclusioni.

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