Futuro incerto per il trattato New Start

La Cina deve, in un tempo relativamente breve, portare il numero delle sue testate nucleari a mille unità e possedere almeno un centinaio di missili strategici Dongfeng-41. “La nostra nazione ama la pace e si è impegnata a non usare mai le armi nucleari per prima, ma abbiamo bisogno di un arsenale nucleare più grande per frenare le ambizioni strategiche degli Stati Uniti verso la Cina”.

Non abbiamo molto tempo per le discussioni. Parola di Hu Xijin , redattore capo di Global Times, influente giornale cinese che fa capo al Quotidiano del Popolo, l’organo di stampa ufficiale del Partito Comunista.

Secondo le stime della Federazione degli scienziati americani aggiornate a maggio 2020  Usa e Russia possiederebbero circa seimila testate nucleari a testa, mentre la Cina ne avrebbe soltanto 320, di cui nessuna dispiegata.

Per quanto riguarda i missili, i cinesi Dongfeng-41, con una gittata tra i 12.000 e i 15.000 chilometri, sono potenzialmente in grado di raggiungere gli Stati Uniti d’America continentali in mezz’ora.

Ma anche in questo caso, come spiegava qualche tempo fa in un’intervista per RIA Novosti Marc Finaud, esperto in disarmo al Centro per la politica di sicurezza di Ginevra, “guardando al numero di testate e di missili, c’è un enorme squilibrio a favore della Russia e degli Stati Uniti”.

Sebbene “le possibilità di impatto intercontinentale della Cina siano in qualche modo limitate rispetto a pesi massimi come gli Stati Uniti o la Russia, le capacità di Pechino stanno crescendo”, hanno precisato in aprile i falchi del National Interest .

Eppure l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato, il 6 maggio, uno speciale intitolato “Gli Stati Uniti si riarmano per azzerare la supremazia missilistica della Cina”.

Di quale supremazia stiamo parlando? Evidentemente, della supremazia missilistica della Cina in Asia.

Ora che si sono liberati dalle costrizioni imposte dal Trattato INF sui missili a medio raggio, gli Stati Uniti pianificano lo spiegamento di missili da crociera con base a terra nella regione dell’Asia-Pacifico.

A tale proposito, come riferisce la Reuters, il ministero degli Esteri cinese ha fatto una distinzione tra l’arsenale missilistico dell’Esercito Popolare di Liberazione e lo spiegamento pianificato dal Pentagono, osservando che i missili cinesi sono “situati nel territorio della Cina”, mentre “gli Usa stanno spingendo vigorosamente in avanti” le loro posizioni.

Ciò che intende fare il Pentagono, stando alle richieste di bilancio della Casa Bianca per il 2021 e alla testimonianza dello scorso marzo al Congresso di alti comandanti militari Usa, è armare i Marines con versioni del missile da crociera Tomahawk ora trasportato sulle navi da guerra statunitensi.

Inoltre sta accelerando le consegne di nuovi missili anti-nave a lungo raggio. In un radicale cambiamento nella tattica, i Marines uniranno le forze con la Marina degli Stati Uniti negli attacchi alle navi da guerra nemiche.

Piccole unità di Marines armate di missili di precisione potrebbero assistere la Marina per ottenere il controllo dei mari, in modo particolare nel Pacifico occidentale.

In caso di conflitto, queste unità saranno sparpagliate in punti chiave del Pacifico occidentale e lungo la cosiddetta Prima catena di isole, che corre dall’arcipelago giapponese a Nord e si chiude a Sud con il Borneo, passando per Taiwan e per le Filippine e racchiudendo i mari costieri della Cina.

Tuttavia, la recente decisione del presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, di prendere le distanze dagli Stati Uniti e stringere legami più stretti con la Cina rappresenta un potenziale ostacolo ai piani americani.

Come evolveranno gli eventi, se la famigerata “provetta di antrace”, o per meglio dire di Coronavirus, servirà la campagna elettorale repubblicana o addirittura un conflitto armato per riprendersi l’egemonia, possiamo solo immaginarlo.

Da un lato, la Cina è un rivale incredibilmente più impegnativo dell’Iraq, dall’altro però, gli Usa potrebbero non avere occasione migliore di questa crisi per entrare in azione prima che la Repubblica popolare si trasformi in un avversario imbattibile.

La settimana scorsa, in uno scambio telefonico con l’omologo russo, Vladimir Putin, il presidente Usa, Donald Trump, ha espresso il desiderio che la Cina si unisca a Russia e Stati Uniti in un nuovo trattato sul controllo degli armamenti che sostituisca il New START del 2010, in scadenza il 5 febbraio 2021 .

L’accordo attualmente in vigore prevede una riduzione del numero delle testate nucleari schierate da ciascun Paese a 1.550 unità, nonché una riduzione a 700 unità dei missili balistici intercontinentali e dei missili dispiegati su sottomarini e bombardieri pesanti, oltre a ispezioni reciproche e scambi di dati.

Ma c’è di più. Come scrive il Washington Times citando l’inviato speciale della Casa Bianca per il controllo degli armamenti, Marshall Billingslea, è improbabile che gli Usa estendano il New START con la Russia se la Cina non ne farà parte.

Non solo. Washington ha ben pensato di accollare a Mosca il compito di trascinare Pechino al tavolo dei negoziati.

In questo modo, se la Russia proverà davvero a convincere la Cina a unirsi ai negoziati ma quest’ultima rifiuterà l’invito, oltre alla possibile comparsa di attriti nei rapporti tra Mosca e Pechino, gli Stati Uniti avranno ottenuto la chance di dichiarare la Russia responsabile del mancato rinnovo del trattato.

Se invece Mosca non farà da mediatore con Pechino ma continuerà a spingere affinché gli Usa estendano gli accordi bilaterali, Washington allo stesso modo potrà puntare il dito contro il mancato impegno della Russia.

Dal momento che la Cina ha più volte ribadito di non voler partecipare a una variante estesa del trattato New START per una questione di deterrenza, possiamo dire che gli Usa hanno furbamente messo la Russia nell’angolo, e stanno preparando il terreno per la loro uscita definitiva dall’accordo.

Ovviamente, agli occhi della comunità internazionale i responsabili della nuova corsa agli armamenti nucleari che seguirà saranno Mosca e Pechino.

L’industria della difesa, intanto, ringrazia.

 

Giulia Zanette

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