Pandemia. Una riflessione sulla normalità che richiama all’«autotomia» del premio nobel Szymborska

L’Autotomia – Un ritorno alle “cose com’erano”. Ma le cose com’erano?

Il titolo rimanda alla poesia “Autotomia” di Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996, e indica il procedimento per cui alcuni animali dinanzi al predatore abbandonano una parte di sé e con l’altra si mettono in salvo: la parte mutilata è in seguito destinata a ricrescere. Occorre interrogarsi sulla nostra abitudinarietà e sui suoi impatti ambientali, sociali e sanitari per comprenderne le falle e modificarne l’assetto, conservandone la parte sana e intercettando e modificando quella cancerosa”

La pioggia alla finestra si infittisce. Aprile si muove indisturbato oltre i vetri. Una primavera nitida e fiera si insinua fra le foglie e le tegole, tra i sampietrini sotto forma di boccioli, dentro l’aria ricolma del congedo dei petali ai rami, sospesi in volo, sopra i marciapiedi e l’asfalto, sotto un cielo di perla.

Incurante e brutale. L’umanità assiste attonita, quando se ne ricorda. La dirompente palingenesi di ciò che torna a nascere suggerisce un monito al nostro presente. La normalità cui le privilegiate nostre noie, trepidanti e smaniose, vogliono in fretta far ritorno, vuole essere discussa e indagata, sindacata e revisionata. Il vento che sferza i tricolori assopiti alle ringhiere dei balconi suggerisce un movimento che vada oltre la retorica, che non si faccia flebile come lo sba(di)glio che scandisce il tempo sull’attesa di un ritorno acritico e indolentemente felice alle “cose com’erano”.

Il concetto di normalità è intrinsecamente quantitativo: un’azione compiuta da novantotto individui su cento la rende normale, consuetudinaria, cristallizzata nell’immaginario collettivo come giustificata, non necessariamente come giusta. Come ripensare allora una normalità che prediliga scelte condivise e legittimate non su una base quantitativa ma qualitativa? Lo stato d’eccezione dentro il quale viviamo concede ad una più fortunata parte di noi lo spazio e se non lo spazio concreto, quello temporale per una approfondita analisi della vita precedente e di quella successiva alla pandemia.

Cosa preservare e cosa cambiare, abiurando alla collosa abitudinarietà? Cosa conservare, migliorandolo e cosa riconoscere come parte del tessuto ulceroso che ha concorso alla battuta d’arresto del pianeta e modificare? È il tempo necessario – ed urgente – prima ancora che delle risposte, delle domande. Possediamo un tempo interiore per esplorare il dubbio e tutte le possibili diramazioni che da esso originano, per comprendere, sia pure talora non condividendoli, di ognuno di quei sentieri i rispettivi perché; possediamo un tempo esteriore per valutare le azioni quotidiane nei loro riverberi meno sospetti.

Possediamo un tempo comune per accorgerci, finalmente, che ogni individuo è l’individuo, che ognuno di noi possiede nei confronti dell’Altro una silente enorme responsabilità. Possediamo un tempo pensato e pesato per sapere ciò di cui è capace l’uomo che diventa foll(i)a, nugolo e valanga, sordo, cieco, arrabbiato con il suo simile e dunque con sé stesso; possediamo un tempo sotterraneo e fecondo per sapere ciò di cui è capace l’uomo che con l’altro e attraverso sé stesso diventa catena, abbraccio silente, comunità, solitudine solidale, complice di un riscoprirsi simili, di un bene rivolto a sé che non è tale se non passa da un bene rivolto all’altro. Possediamo il tempo della cura e dell’accuratezza, di un esame di ciò che è stato affinché non sia più, di ciò che non sia più affinché sia un domani nuovo, consapevole di ieri.

Cos’è allora una crisi? Dall’etimologia, una scelta. Più accuratamente, il momento che la precede. Ecco alcune domande che siano uno spunto: la produzione e il consumo di carne animale attraverso i circuiti e nelle quantità attuali non suggeriscono forse una modifica del sistema che ne è alla base? La diminuzione di inquinamento che della primavera che abbiamo intorno sta facendo l’avvento di un miracolo, non produce forse costanti suggerimenti sulla urgente necessità di prenderci cura del nostro pianeta? I gesti quotidiani capaci di acquisire una forza dirompente non sono forse quelli individuali, da consumatori, che prediligano il piccolo produttore ad un frutto imbavagliato nella plastica, sostegno dello sfruttamento del lavoro legalizzato e di quello randagio delle terre? E ancora, il considerare le nostre esistenze come percorse su binari paralleli non ha forse dissimulato l’idea per cui viviamo un reticolo di connessioni tale per cui la singola azione di un individuo sfiora, talora impatta, comunque giunge ad una vasta moltitudine d’altri? E l’ironia che possiede, se esiste, il dio che ci ha rivelati identici, tutti ugualmente vulnerabili, lo stesso dio che in una Italia pronta a gridare all’untore proveniente dalle coste, ha fatto viaggiare il virus in business-class dentro la ventiquattrore del distinto imprenditore padano, non suggerisce forse un legame inestinguibile ma soprattutto inestinto fra gli uomini?

In nome di questo legame, allora, ricostruire. In nome di questa cura al pianeta che ci ospita e a chi lo abita, ricrescere. In nome degli errori e delle responsabilità, responsabilizzarci. Lasciare andare, scrostando la patina e il sedimento di una normalità senza qualità, ciò che l’ha resa tale. Riconoscere, facendone manifesto, il valore di quegli slanci che hanno consentito ai legami tra gli uomini, in questo nostro tempo così dilatato e precario, di rinsaldarsi e divenirne equilibrio, corroborando le ragioni del mutuo aiuto e della vicinanza reciproca. Nei confronti di questa nostra normalità, di questo vagone di realtà individuali e collettive il cui viaggio ha inevitabilmente subito un arresto, comportarsi – riflettendo durante la sosta in quanto individui e in quanto collettività – come l’oloturia, l’animaletto marino protagonista della poesia “Autotomia” di Szymborska, e cioè “Morire quanto necessario, senza eccedere. Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato”.

Gloria Riggio

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