Israele: il piano di annessione della Cisgiordania funzionerà?

Si avvicina il 1 luglio, una data critica in cui il governo d’Israele prevede di attuare l’annessione unilaterale di parti consistenti della Cirgiordania (West Bank) all’interno del “piano di pace per il Medio Oriente” stilato da Donald Trump.

Il tutto si svolge in piena crisi da Covid-19, mentre si allentano alcune misure di lockdown e di contenimento del virus o se ne implementano altre, come ad esempio la decisione dello stesso governo di Tel Aviv di prolungare il divieto di ingressi dall’estero proprio fino al 1 luglio.

Ma riusciranno Benjamin Netanyahu e Benny Gantz, che con fatica sono riusciti a raffazzonare un’alleanza di governo, a rendere il tutto possibile?

Negli ultimi mesi sono aumentate le critiche sia dall’esterno che in casa. Vediamo un po’ con ordine.

Sabato 6 giugno Piazza Rabin a Tel Aviv è stata inondata da migliaia di persone – sia arabi che ebrei israeliani – per protestare contro l’annessione.

Inizialmente a rischio di cancellazione per i timori da Coronavirus, la manifestazione è stata infine autorizzata ed ha visto la presenza di diversi esponenti politici, inclusi quelli della Lista Araba Unita, come il leader Ayman Odeh.

Pochi giorni dopo, martedì 9 giugno la Corte Suprema di Israele, con 8 voti a favore e solo 1 contro, ha annullato una legge del 2017 che legalizzava retroattivamente gli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Le 4.000 case, “già considerate illegali sotto il diritto internazionale, saranno ora illegali anche sotto la legge israeliana,” ha osservato il New York Times.

Un punto davvero importante. Al riconoscimento della violazione del diritto internazionale si somma infatti il riconoscimento della violazione del diritto costituzionale interno.

Una tempistica straordinaria inoltre, se si tiene a mente la data del 1 luglio.

Ma anche la quantità stessa dei voti a favore è degna di nota e va accoppiata alle migliaia di persone in piazza a Tel Aviv.

Stiamo parlando di un paese, infatti, dalle forti tendenze conservatrici, in cui il consenso dato alle politiche di occupazione è da sempre molto alto sia fra le istituzioni che fra i cittadini. I

l cambio è evidentemente generazionale, sommato ad un’insofferenza crescente della popolazione verso Netanyahu, considerato dispostico e corrotto (è al potere da più di 14 anni, sebbene spalmati in due tempi diversi, e sotto processo per pesanti accuse di corruzione).

A ciò si aggiungano le parole dell’ex diplomatico israeliano Joel Singer, per cui una probabile annessione sarebbe “una chiara e sostanziale violazione degli accordi di Oslo,” di cui lui stesso fu redattore.

Nel frattempo sono spuntate come funghi diverse petizioni internazionali che, impugnando il diritto internazionale, si oppongono all’annessione e in taluni casi chiedono l’intervento diretto della comunità internazionale: lettere firmate da parlamentari di diversa provenienza politica, come nel caso della Gran Bretagna (gennaio, 130 firmatari)  e del nostro paese (maggio, 70 firmatari), come pure petizioni di accademici illustri provenienti da tutto il mondo, incluso Israele.

Da ultimo, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, una lettera sta raccogliendo sempre più consenso fra i senatori americani, persino fra quei democratici che sono sempre stati sostenitori delle politiche aggressive di Tel Aviv, se non membri diretti della potente lobby pro-Israele AIPAC.

Quest’ultima, tramite un suo portavoce, ha dichiarato: “Non abbiamo preso posizione sull’annessione.

Tuttavia, non diamo il nostro supporto a questa lettera.

Essa critica pubblicamente Israele per decidere potenzialmente su una politica che andrebbe adottata solo con l’approvazione del governo USA, non riesce a riaffermare il pieno impegno dell’America nell’assistere Israele in tema di sicurezza e si focalizza solo su ciò che vede come comportamento inappropriato di Israele, mentre non riesce a notare come i leader palestinesi non abbiano voluto tornare al tavolo dei negoziati per quasi un decennio.”

Sinora le firme raccolte sono 90, ma potrebbe essere raggiunta facilmente quota 200, continua il quotidiano, mentre più del 60% dei senatori democratici ha espresso contrarietà verso la mossa pianificata da Netanyahu e Gantz.

Fra le ultime firme si nota quella di Kamala Harris, ex candidata democratica alla presidenza USA.

Uno scenario speculare a quello britannico, dove, nella lettera firmata da 130 parlamentari in quel di gennaio, si nota fra le altre la firma di Jess Phillips, ex candidata leader laburista, membro di Labour Friends of Israel (sorta di versione britannica dell’americana AIPAC, a cui si affianca la Conservative Friends of Israel), da sempre sostenitrice delle politiche aggressive di Israele e che durante l’ultima campagna elettorale per le elezioni anzionali contribuì al massacro mediatico di Jeremy Corbyn e degli esponenti laburisti che osavano criticare le politiche israeliane – compresi laburisti ebrei – bollandoli come antisemiti.

Ora in USA, apprendiamo, persino il candidato democratico ufficiale alle presidenziali Joe Biden si è finalmente espresso in merito, definendo l’annessione “un grande errore”.

E che dire degli altri alleati “solidi” di Israele?

Persino nelle destre europee più filo-israeliane serpeggia il malcontento, come pure nelle amministrazioni di centro: dal Ministro degli Esteri Austriaco Alexander Schallenberg  a quello della Repubblica Ceca Tomas  Petricek, che ha invero rischiato di perdere l’incarico per la posizione assunta, fino al Ministro degli Esteri Tedesco Heiko Maas.

Tutti i menzionati hanno posto in cima alle priorità il rispetto del diritto internazionale, prima ancora della forte alleanza con Israele.

Uno schiaffo inaspettato per Tel Aviv, che probabilmente si aspettava una strada più in discesa.

Netanyahu, pressato dai coloni, ha persino dovuto riconoscere che, forse, l’annessione sarà di dimensioni più ridotte del previsto.

Va inoltre ricordato che le dichiarazioni individuali dei diversi leader europei si inseriscono in un contesto internazionale più ampio dove, per esempio, l’Unione Europea nel suo insieme ha da sempre condannato l’occupazione illegale dei territori palestinesi, in accordo con le risoluzioni Onu.

Va infine sottolineato che, a prescindere dalle posizioni in merito, dal punto di vista della mera analisi politica, stiamo assistendo ad un cambio di rotta senza precedenti.

Per la prima volta nella sua storia, forse, il governo di Israele si trova privo sia del sostegno internazionale – persino da parte dei suoi alleati più forti – che di quello interno.

A conti fatti, rimane “solo” l’amministrazione Trump a sostenere la mossa unilaterale di annessione nel quadro del “piano di pace”.

Ed anche lì, bisogna capire fino a quanto Washington è disposta a sostenere Tel Aviv, dato tutto il polverone sollevato e i riflettori del mondo puntati.

Ricordiamo che, al di là dei proclami e delle alleanze ufficiali, non tutte le autorità israeliane, all’epoca, furono soddisfatte a sufficienza dalla mossa di Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme e di dichiarare la città santa capitale d’Israele.

Non era per loro abbastanza.

Una risoluzione che l’amministrazione Trump ha ereditato da una legge passata nel lontano 1995 sotto l’allora presidente Clinton – la Jerusalem Act – e ripetutamente rimandata nella sua attuazione.

Allora, furono in pochissimi senatori a rigettare la legge.

Fra essi, il Senatore del Vermont Bernie Sanders, all’epoca Indipendente.

E proprio Sanders, lui stesso ebreo, che fino alle precedenti campagne elettorali si è sempre espresso con cautela sulle politiche d’Israele, nell’ultima campagna presidenziale si è esposto sempre di più.

Probabilmente il Senatore  si è sentito forte anche di un crescente movimento fra i millennials americani, soprattutto molti intellettuali ebrei e studenti nei campus, critici delle politiche di occupazione israeliane e sostenitori del movimento internazionale di boicottaggio BDS.

Una volta ormai sconfitto da un riesumato Biden, si è spinto fino a dare il suo contributo video nelle massicce proteste di tel Aviv di cui abbiamo parlato sopra:

“In questi giorni difficili…non è mai stato più importante ergersi per la giustizia e battersi per il futuro che tutti meritiamo.

Dipende da noi contrastare i leader autoritari e costruire un futuro di pace per ogni palestinese e per ogni israeliano…Per usare le parole del mio amico Ayman Odeh (parlamentare arabo-israeliano della Lista Araba Unita, ndr): l’unico futuro è un futuro condiviso.”

Insomma, tanta acqua è passata sotto i ponti da quel lontano 1995 del Jerusalem Act, in cui solo uno sparuto gruppo di senatori e membri del Congresso (42 in tutto) osava contrastare il compatto fronte bipartisan a sostegno delle politiche di occupazione israeliana.

Netanyahu intanto procede a spada tratta, anche a livello pratico, intraprendendo costose opere infrastrutturali come la superstrada che collegherà gli insediamenti nella West Bank direttamente a Gerusalemme.

Ma dovrà fare i conti con tutti gli elementi esterni ed interni che abbiamo elencato.

Nonché con gli umori di Trump, che, come abbiamo già visto in passato, potrebbe riservare sorprese all’ultimo minuto.

Nel frattempo, in quanto pubblico, non ci resta che monitorare ed osservare attentamente.

Qualsiasi cosa succeda in quel delicato angolo del Medio Oriente, come sottolinea giustamente la lettera dei 70 parlamentari italiani, avrà ripercussioni enormi per l’intera regione.

Di conseguenza, aggiungiamo, in un mondo globalizzato in cui siamo tutti co-dipendenti l’uno dall’altro, anche per qualsiasi paese del globo.

 

Leni Remedios

 

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