Libia: Italia mediatore, il ruolo di USA e Russia

“La Libia rappresenta una priorità della nostra politica estera e della nostra sicurezza nazionale. Siamo determinati a difendere i nostri interessi geostrategici.” Luigi Di Maio.

Tripoli, mercoledì 24 giugno.

Ad incontrarsi il leader del Governo di Accordo Nazionale Fayez al-Sarraj ed il Ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio.

Al centro del colloquio, due temi inter-dipendenti: il Memorandum sull’immigrazione illegale e un cessate il fuoco per porre fine all’escalation del conflitto sul suolo libico.

Nelle ultime settimane abbiamo infatti visto le forze di Serraj protagoniste, assieme al neo-alleato turco, di una riconquista dei territori precedentemente sotto il controllo delle forze del Generale Haftar, seguita poi da un colpo di scena con l’intervento dell’Egitto.

Abdel Fattah alSisi intende scongiurare una prevalenza dei Fratelli Musulmani – ed in particolare della Turchia – nel territorio nord-africano.

Già a dicembre dell’anno scorso, il leader egiziano denunciava il fatto che il governo di Serraj fosse “ostaggio” di milizie armate e dei Fratelli Musulmani.

“È importante che il confronto fra le parti sulla nuova linea del fronte a Sirte non diventi il punto di partenza per una nuova escalation militare o per una partizione della Libia,” ha riferito Di Maio in conferenza stampa, “deve essere invece l’occasione per negoziare un cessate il fuoco sostenibile che coinvolga tutti gli attori in gioco.”

Il ministro ha aggiunto: “Siamo convinti che non ci possa essere una soluzione militare alla crisi libica.”

Di Maio ha precisato che il tutto rientra in una “cornice di condivisione europea”, dopo i colloqui avvenuti a Roma col suo omologo francese, Jean-Yves Le Drian, e quello tedesco, Heiko Maas, naturalmente in sinergia con le Nazioni Unite.

Sul tema migratorio, è stato raggiunto un accordo sulla modifica del Memorandum d’intesa del 9 febbraio scorso, per quanto Roma si riservi una lettura approfondita di tutte le condizioni.

La data per un primo incontro incentrato sul tema è orientativamente il 2 luglio.

La mattina dopo, giovedì 25 giugno, Di Maio ha sottolineato un punto importante in un post Facebook, un punto forse mai ben affrontato nei dibattiti sugli sbarchi dei migranti “il conflitto in Libia, che ricordo essere vicina alle coste italiane, significa anche migranti che fuggono da una guerra e cercano riparo altrove.

E tra questa gente che scappa molto spesso si nascondono anche terroristi.

Riguardo al nodo sensibile della Turchia, in seguito al colloquio con Ministri degli Esteri turco Cavusoglu, Di Maio ha ribadito la centralità del ruolo italiano e non ha risparmiato un commento sul flusso di armi dalla Turchia, “Sebbene sia chiara la percezione dell’importanza dell’impegno turco in Libia, l’Italia rimane per Tripoli un partner assolutamente irrinunciabile ed insostituibile.

Nel ribadire il pieno sostegno alle legittime autorità libiche, ho fatto presente che l’afflusso di armi in violazione della risoluzione delle Nazioni Unite che stabilisce l’embargo deve cessare”.

Su questo, Di Maio ha sottolineato l’impegno dell’Operazione Irini, lanciata dal Consiglio Europeo per monitorare l’embargo.

L’italiano Ettore Socci è stato appuntato a fine maggio comandante dell’operazione e rimarrà in carica fino al 19 ottobre.

Armi dalla Turchia, ma anche mercenari.

In un intervento precedente, qui su ecodaipalazzi, abbiamo affrontato il tema dei combattenti siriani trasportati dalla Turchia in Libia, una sorta di patata bollente spostata di fronte in fronte.

Provenienti dai ceti più poveri, privi di un appropriato addestramento militare, spesso giovanissimi se non minorenni, partono lusingati da un buon salario, dall’offerta della cittadinanza turca e/o dalla possibilità di fuggire poi nei paesi europei.

È forse anche a questi elementi che si riferisce Di Maio?

Oltre a numerosi mercenari di diversa provenienza già presenti in suolo libico?

Si capisce bene come le due dimensioni – la strategia diplomatico-militare e la politica migratoria- siano fortemente intrecciate.

Non è nell’interesse di nessuno, tantomeno dell’Italia, incoraggiare nella regione un conflitto diretto fra le forze turche da una parte – che potrebbero coinvolgere l’alleanza Nato – e le forze egiziane dall’altra  – che potrebbero a loro volta coinvolgere la Russia.

È il senatore 5S Gianluca Ferrara, della Commissione Esteri, a sottolinearlo.

A meno che non ci sia l’intenzione esplicita, da parte di qualcuno, di riprecipitare l’intera regione nel caos.

L’intraprendenza dei turchi intanto sembra non fermarsi.

Secondo le parole del portavoce dell’Esercito di Liberazione Nazionale (LNA) Ahmad Al-Mismari, riportate dal portale libanese Al Masdar, la Turchia sta continuando a mandare mercenari attraverso voli che atterrano negli aereoporti di Matija e Misurata.

Ad essi si aggiungono almeno 5 navi da Guerra avvistate proprio il 24 giugno (stesso giorno dell’incontro Serraj-Di Maio) al largo della costa libica.

Al-Mismari inoltre accusa Erdogan di lavorare in sinergia con i servizi segreti di altri paesi che non ha voluto nominare.

Ma va anche sottolineato che l’Italia, mediatore diplomatico in questo delicato snodo geopolitico, ha da poco ultimato contratti militari da miliardi proprio con l’Egitto.

Solo due settimane fa circa, infatti, l’Italia ha venduto a Il Cairo due fregate Fremm (Fincantieri)  per un valore di 1,2 miliardi di euro, a cui si aggiungono potenzialmente altre 4 fregate, 20 unità navali più piccole, 24 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon, 24 jet 24 Airmake M-346, 20 lanciamissili e un satellite da ricognizione radar.

Il tutto per un valore complessivo di 10 miliardi di euro.

Non sono mancate le proteste, sia da parte degli alleati del governo del PD (con alcune eccezioni, come Alberto Pagani e Carlo Miceli) che da parte della famiglia Regeni e di Amnesty International.

Ad ognuno la propria valutazione: iniziativa altamente indelicata o mossa strategica che arriva come un messaggio chiaro rivolto ad Ankara?

Del resto i precedenti insegnano che della parola di Erdogan è meglio non fidarsi e che della diplomazia, in assenza di deterrenti militari, viene spesso fatta carta straccia (Siria docet).

Usa e Russia

Ora si attendono le possibili reazioni e dichiarazioni in merito da parte dei leader delle superpotenze ai poli opposti: USA e Russia.

Gli USA, al momento, tacciono.

Almeno ufficialmente.

Il 10 giugno, Trump – che in passato espresse sostegno verso Haftar – sollecitò dei colloqui per un cessate il fuoco in Libia, ma non è poi più intervenuto.

La Russia, probabilmente memore dei voltafaccia di Erdogan, è stata sinora in cauto silenzio.

Fino alla video conferenza fra Putin e Macron di venerdì 26 giugno.

Il presidente francese, riporta Euronews, ha espresso preoccupazione verso la crescente presenza della Turchia nella regione, in sostanza proseguendo insieme a Mosca e ad altri paesi il supporto verso le forze di Haftar, continua il portale.

Si parla anche, puntualizzano le fonti del Cremlino, di un consenso sul ripristino del dialogo inter-libico di pace, in conformità alla Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020.

Seguiremo con attenzione le vicende da qui al 2 luglio ed oltre.

 

A cura di Leni Remedios

 

 

 

 

 

 

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