Il delitto Mattarella e la necessità di ricordare il passato

Era necessario dedicare un’altra pellicola, Il delitto Mattarella, all’ennesimo delitto di mafia, oltre a quelle che già esistono?

A questo proposito il registra Aurelio Grimaldi afferma la volontà di ricordare una figura sulla quale non è stata fatta giustizia (il killer, seppur identificato dalla vedova, non è mai stato condannato). Era necessario perché nelle grandi città non si è dedicata nessuna strada a quest’uomo incorruttibile; e perché nessuno ancora aveva raccolto e studiato tanta documentazione per raccontare al grande pubblico l’esempio d’ integrità morale che è stato Piersanti Mattarella.  Anzi, era indispensabile parlarne, perché, purtroppo, gli appalti corrotti, la spartizione degli assessorati in base a connivenze piuttosto che meritocrazie, le infiltrazioni criminali nella politica – tematiche principali del film –  sono tutt’altro che argomenti del passato.

Ne Il delitto Mattarella la narrazione comincia con una telefonata minatoria, avvenuta nel 1978, due anni prima dell’omicidio, in cui una voce avverte la famiglia del Presidente della Regione Siciliana che, nella lista delle persone da eliminare, lui è il prossimo.

La storia di Piersanti Mattarella prosegue tra personaggi reali ed inventati, tra racconto del presente e flashback, tra dialoghi e azioni avvincenti. L’atmosfera è quella di un noir in cui complotti e macchinazioni portano alla luce una complicata rete di connessioni, appoggi di partito e scambi di promesse più o meno lecite tra parti in gioco come Cosa Nostra, un gruppo sovversivo legato al fascismo, e alcuni esponenti della Democrazia Cristiana.

Vediamo Mattarella prendere le distanze da politici come Lima e Ciancimino fino a sentirsi isolato, tanto da affermare “mi salvo soltanto perché ho l’appoggio di Roma”. Assistiamo alla definitiva rottura con il mondo che lo circonda quando scopre che la stessa società (intestata a Rosario Spatola, esponente di una famiglia mafiosa), aveva presentato la sua ditta per appalti in sei scuole diverse, nelle quali nessun altro si era proposto.

Al ritmo incalzante si unisce la bravura degli attori, prevalentemente siciliani, come il protagonista, David Coco, e la moglie (Donatella Finocchiaro), nonché un tormentato Leo Gullotta che commuove, nel ruolo di Rosario Nicoletti, personaggio politico che si suicidò nell’84 lasciando aperti una serie di interrogativi. Nel film si delinea il ritratto di un uomo limpido, che non scende a compromessi, che ha attuato una politica sana, a servizio della comunità; di un padre di famiglia che ha insegnato i suoi valori a chi lo ha conosciuto e, proprio grazie al regista, continuerà a insegnare tanto.

Era, dunque, fondamentale ripercorrere questa vicenda perché, ahinoi, il passato non ci ha ancora insegnato come vivere bene il futuro e ogni lezione può essere d’aiuto.

Sabrina Sciabica

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