Hong Kong: possibili scenari futuri

Hong Kong cerca possibili vie d’uscita per allontanare le sanzioni e lavora per positivi scenari futuri.

Non senza l’appoggio di Pechino.

Nel suo intervento al China-US Think Tanks Media Forum del 9 luglio scorso, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha sottolineato la necessità di riavviare le relazioni tra Cina e Stati Uniti “verso uno sviluppo a lungo termine solido e costante”.

A tale proposito, Wang Yi ha fatto tre osservazioni.

Primo, “Cina e Stati Uniti non dovrebbero cercare di rimodellarsi a vicenda”, ma collaborare per trovare il modo di convivere pacificamente.

Secondo, Pechino è tuttora “disposta a coltivare i rapporti tra i due Paesi con buona volontà e sincerità”.

Infine, è importante “mantenere salda la rotta del dialogo e della cooperazione”.

Il capo della diplomazia cinese ha quindi ribadito che “la Cina non ha alcuna intenzione di sfidare gli Stati Uniti o di prenderne il posto, né vuole uno scontro pieno con gli Usa”: infatti l’obiettivo principale di Pechino è quello di “aumentare il benessere del popolo cinese“.
La porta del dialogo resta aperta nell’attesa che l’amministrazione Trump faccia una scelta chiara sul futuro delle relazioni tra le due potenze.

A giudicare dalle ultime dichiarazioni del presidente americano, rilasciate venerdì 10 luglio alla stampa a bordo dell’Air Force One, non è in vista alcun riavvicinamento, anzi rischia di saltare la fase 2 dell’accordo commerciale Cina Stati Uniti.

Gli occhi del mondo intero, intanto, sono puntati su Hong Kong. In che modo gli Usa intendono colpire l’hub finanziario, recentemente dotatosi di una legge sulla sicurezza nazionale che non piace all’Occidente?

Le misure introdotte finora (stop all’export di prodotti militari e tecnologie avanzate verso Hong Kong e sanzioni alle banche in affari con funzionari cinesi coinvolti nel “giro di vite” sulla sicurezza) non hanno provocato grandi sconvolgimenti, ma sotto la calma apparente si cela una frenetica attività delle banche americane ed europee che, come riporta il Financial Times, stanno verificando il livello di esposizione dei loro clienti alle misure Usa.

Non solo. All’orizzonte si affacciano nuove minacce, per esempio quella del blocco dei canali per l’acquisto di dollari Usa.

Nel 1983, il dollaro di Hong Kong fu agganciato al dollaro USA al cambio di 7,8 HKD = 1 USD. Per la regione è estremamente importante che il tasso di cambio rimanga stabile, perché dalla sua stabilità dipende l’appetibilità dei mercati finanziari.

Intervistato in esclusiva dal tabloid cinese Global Times, il segretario finanziario di Hong Kong, Paul Chan Mo-po, ha osservato che “le riserve valutarie di Hong Kong ammontano a 440 miliardi di dollari, un volume doppio rispetto a quello della nostra valuta base”.

E, se necessario, si può sempre avviare un accordo di scambio con la Cina continentale: “noi diamo al continente dollari di Hong Kong, loro ci danno dollari Usa”, ha spiegato il funzionario hongkonghese.

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione riguarda gli enormi interessi finanziari degli Usa nell’hub asiatico, dove “gestiscono assets per circa 516 miliardi di dollari”, quindi “se intraprenderanno azioni contro Hong Kong” le ricadute si faranno sentire anche da loro.
E se Washington decidesse di estromettere le maggiori banche di Hong Kong dal sistema SWIFT?

In tal caso, la Regione Amministrativa Speciale potrebbe affidarsi al sistema di pagamenti internazionali CIPS istituito nel 2015 dalla Banca Popolare Cinese. Con perdite colossali in termini di investimenti, certo. Tuttavia, uno scenario di questo tipo rischia di rivelarsi nel lungo termine molto più pericoloso per l’economia statunitense che per quella cinese.

Vediamo come.
Messa all’angolo, la Cina potrebbe finalmente decidere di mettere da parte la diplomazia e di passare al contrattacco, accelerando l’integrazione del suo sistema di pagamenti internazionali con quello di altri Paesi, per esempio con il russo SPFS.

Al nuovo circuito alternativo aderirebbero prontamente e volentieri tutti quei Paesi che negli ultimi anni sono finiti nel mirino di Washington, tra cui Iran, Venezuela, Siria e…chissà, forse anche diversi Stati membri dell’Unione europea attualmente in odore di sanzioni. La Francia, ad esempio.

Sarebbe un autentico colpo di grazia per lo status del dollaro Usa.

Difficilmente si arriverà a tanto, almeno nel prossimo futuro, intanto però la linea del fronte va delineandosi sempre più chiaramente. Nelle ultime settimane, la posizione di Mosca nel confronto tra le due potenze è emersa con grande nitidezza, a partire dal rifiuto di partecipare a un G7 allargato contro Pechino.

“Senza la Cina, è semplicemente impossibile discutere di determinate questioni nel mondo di oggi”, ha commentato il viceministro degli Esteri russo, Sergej Rjabkov, ribadendo la necessità di indire un vertice dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Inoltre, il presidente russo, Vladimir Putin, ha espresso il suo pieno sostegno al desiderio della Cina di garantire la sicurezza nazionale a Hong Kong, mentre l’ambasciatore russo negli Usa, Anatolij Antonov, ha chiarito che Mosca non intende fare pressioni sulla Cina affinché si unisca ai negoziati tra Usa e Russia sul rinnovo del Trattato New-START.

Mosca “è molto preoccupata per le attività della NATO nelle immediate vicinanze della Russia”, dunque “ritiene più importante il coinvolgimento di Francia e Gran Bretagna” nei colloqui, perché entrambe sono “potenze nucleari e membri della NATO”, ha precisato Antonov, citato dalla TASS.

Pechino, da parte sua, si è detta pronta a unirsi ai negoziati nel caso in cui gli Usa riducano il loro arsenale nucleare ai livelli di quello cinese, venti volte più piccolo.

Ma per il capo della diplomazia russa, Sergej Lavrov, a Washington hanno già deciso di non rinnovare il New-START. “Concordo sul fatto che negli ultimi tempi il rischio nucleare è cresciuto notevolmente, e che la situazione nel campo della sicurezza e della stabilità strategica globale sta degradando. Anche le cause sono evidenti a tutti: gli Stati Uniti vogliono riconquistare il dominio globale e ottenere la vittoria in quella che chiamano rivalità tra grandi potenze, abbandonano il termine stabilità strategica e la chiamano rivalità strategica. Vogliono vincere”, ha osservato Lavrov .

Russia e Cina, comunque, non sono sole. Anche i rapporti di Teheran con Pechino di recente si sono fatti più stretti, tanto da far perdere il sonno all’Occidente. Degli ultimi giorni la notizia che i funzionari dei due Paesi hanno finalmente portato a termine la stesura di un accordo di collaborazione della durata di 25 anni e del valore iniziale di 400 miliardi di dollari.

Il primo quinquennio vedrà la Cina investire 280 miliardi di dollari nello sviluppo del settore petrolchimico, petrolifero e del gas della Repubblica Islamica, e i restanti 120 miliardi di dollari nel potenziamento delle infrastrutture industriali e di trasporto.

In cambio, le aziende cinesi avranno il diritto di opzione sui nuovi progetti in ambito energetico, oltre a sconti minimi garantiti per gli acquisti nello stesso settore e alla possibilità di pagare con moneta debole accumulata facendo affari in Africa e nelle ex Repubbliche sovietiche.
Ma l’aspetto più interessante dell’accordo è quello militare, probabilmente in grado di cambiare l’intero equilibrio del potere geopolitico in Medio Oriente.

Prevede, infatti, “una completa cooperazione militare aerea e navale tra Iran e Cina, con la Russia che assumerà anch’essa un ruolo chiave”, ha dichiarato una fonte iraniana al sito OilPrice.com.

“C’è un incontro in programma nella seconda settimana di agosto tra le parti iraniana, cinese e russa, in cui verranno concordati gli ultimi dettagli.

Se andrà come previsto, a partire dal 9 novembre i bombardieri, i caccia e gli aerei da trasporto sino-russi avranno accesso illimitato alle basi aeree iraniane”, ha aggiunto. Un simile accordo non può che fortificare ulteriormente l’asse Russia-Cina-Iran in Medio Oriente e in prospettiva anche al di fuori della regione.

L’Iran, a sua volta, ha firmato un accordo di cooperazione militare con Damasco che andrà a irrobustire il sistema di difesa aerea della Siria e la volontà dei due Paesi “di far fronte alle pressioni di Washington”.

È probabile che quest’ultima, da parte sua, alla luce di tutti i fatti sopra menzionati, stia valutando con estrema attenzione quali misure prendere, continuando, nel frattempo, a servirsi della retorica anti-cinese per spostare l’attenzione degli americani dagli enormi problemi interni emersi con forza negli ultimi mesi.

Giulia Zanette

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