Eliseo a rischio chiusura, Barbareschi: “E’ un genocidio culturale, gravissime le responsabilità della politica”.

di Giampiero Cazzato

«Shalom» dice Luca Barbareschi quando ci salutiamo. Ed è una parola che significa sì arrivederci, ma anche pace e prosperità. «Sono un vecchio ebreo socialista», ride dall’altra parte del telefono l’attore, regista, produttore ed ex politico del centrodestra. E di cose “di sinistra”, in verità, ne dice parecchie nel corso dell’intervista. Come sostenere che è giusto pagare le tasse, «perché ogni volta che qualcuno evade, sottrae – e ne sa qualcosa Beppe Grillo che si faceva pagare e nero e che mi ha perfino querelato, perdendo la causa, quando gliel’ho ricordato – soldi alla collettività, denari che possono servire per costruire scuole, ospedali, ferrovie e ponti che non crollino».

Come, ancora, difendere con forza la centralità del parlamento e la rappresentanza popolare, «che non è come qualche rozzo furbetto vuol farci credere una questione di poltrone da tagliare, ma l’essenza stessa della democrazia».  Insomma, spiega l’attore, «sono un uomo libero e corsaro, in un paese in cui abbondano i servi». Ma la libertà ha un prezzo. E il prezzo che Barbareschi paga è l’ostilità, il disinteresse, l’ostracismo. A partire da quello nei confronti della sua creatura, il teatro Eliseo di Roma. A dicembre 2020, infatti, il Tric di via Nazionale, il Teatro di rilevante interesse culturale «meno sovvenzionato d’Italia, verrà messo in liquidazione» dopo un «calvario durato due anni, in cui le istituzioni, a partire dal governo fino al Campidoglio in salsa grillina sono stati latitanti».

Ed è difficile da mandar giù l’idea che questo patrimonio culturale, che nel 2018 ha ricevuto perfino un francobollo celebrativo dal ministero dello Sviluppo economico per il suo centenario e che ha riscosso attestati dal mondo della cultura e soprattutto dal pubblico, non risuoni più delle voci di attori e maestranze. Una chiusura che rischia di cancellare anche la memoria storica del teatro, che in questi anni Barbareschi ha cercato di custodire (la sta perfino digitalizzando per sottrarla alle ferite del tempo). Sul palco dell’Eliseo, per dire, Enrico Berlinguer nel gennaio del 1977 al convegno degli intellettuali fece il suo famoso discorso sull’austerità. Qui Stravinsky ha diretto “L’uccello di fuoco”. E sempre qui Pannunzio dava vita al rinato Partito liberale. «Chiudere un teatro equivale a commettere un genocidio culturale. Tanto più un teatro come l’Eliseo».

L’Italia è un paese finito, Barbareschi?

«Non posso che rispondere come rispose Montanelli, ormai anziano: “il paese è finito gli italiani no”. L’Italia è una non-nazione, ha perso il senso della cultura forte, del merito, delle capacità, dell’orgoglio. Tutto è ridotto ad una tifoseria di basso livello, ma soprattutto abbiamo persone nei posti chiave che fanno pensare che il paese è in un vicolo cieco da cui difficilmente potrà tirarsi fuori. Quando uno sente Di Maio sostenere che Mario Draghi gli ha fatto una “buona impressione” rimane basito, senza parole. È come se incontrando Herbert von Karajan l’ignorante di turno avesse profferito: “il ragazzo se la cava con la bacchetta”. Vede, ci sono battute che vanno bene per il bracchetto Linus che in piedi sulla sua cuccia sogna di combattere con il Barone Rosso, ma se a farle è il ministro degli Esteri è molto grave, restituisce il senso di una sconfitta sociale, politica e culturale di questo paese». Mi vengono alla mente dei versi bellissimi di Pasolini sull’Italia, “Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti, proprio perché fosti cosciente, sei incosciente».

La fatica della conoscenza non serve per fare strada nell’Italia degli uomini nuovi?

«Abbiamo perso quella che era una volta la competenza di ogni ruolo. Ho la fortuna di conoscere gente molto competente in tanti settori, non solo il mio. Persone che hanno passato la vita a studiare e a fare cose molto serie. Come faccio io nel mio mestiere di artista e regista. Senza falsa modestia sono bravo. Non perché sono un genio, ma perché studio e lavoro. Ebbene la risposta a questo studio e lavoro, sa qual è? È, quasi ogni giorno, un articolo di “Repubblica” o del primo imbecille che si alza la mattina, che scaricano sul mio lavoro menzogne, quando non veri e propri insulti, sulla mia conduzione dell’Eliseo, sul reato di traffico di influenze di cui mi sarei macchiato».

Avrebbe esercitato pressioni illecite per fare ottenere all’Eliseo quattro milioni di euro dalla Finanziaria del 2017: che risponde a questa accusa?

Risata. «Che vuole che le dica? Che tutti i direttori di teatro dovrebbero avere lo stesso avviso di garanzia che ho avuto io, perché dai tempi di Craxi e Giorgio Strehler, fino a Carlo Fuortes tutti i direttori e soprintendenti passano la vita a mendicare i favori della politica per il “loro” teatro. Telefonate continue per essere ricevuti, per tenere viva la fiammella del teatro. Se questo è traffico di influenze, ebbene sono colpevole, faccio questo dalla mattina alla sera. La verità è che tutti in Italia cercano un contatto con la politica. Nessun collega francese o tedesco è costretto a questa umiliante processione che tocca a noi. Il punto da chiarire è un altro: chiedere favori dando soldi, corrompendo, è un reato, ma io non ho mai dato e ricevuto denaro. Possono dire la stessa cosa quelli che oggi si erigono a Soloni?».

Ci sono teatri che prendono soldi, e tanti, eppure nessuno ha nulla da ridire. Due pesi e due misure?

«Il Piccolo di Milano prende complessivamente 18 milioni all’anno dal Mibac, dal comune, dalla provincia e alla Regione Lombardia. Mi passi la rudezza, se si rompe un cesso nei bagni del Piccolo, la riparazione la paga il comune; se succede la stessa cosa all’Eliseo pago io. Ci ho messo i miei soldi su quel teatro, 7 milioni per comprarlo, altri sette per rifarlo. Eliseo e Piccolo Eliseo funzionano meglio di altri teatri: mentre i miei colleghi, forti della montagna di soldi che ricevono, vendono i biglietti a 5 euro, noi li mettiamo a venti e ciò nonostante riempiamo la sala grazie alla qualità del nostro cartellone. Il punto è proprio questo, non mi perdonano di aver rotto il meccanismo delle rendite di posizione in una realtà in cui i teatri sono in mano alle stesse persone da decenni e decenni. Tutti “pensionati” di 70 anni di nomina politica, piazzati lì per rispondere ad altri interessi che con la cultura c’entrano poco o nulla! In alcuni casi addirittura digiuni della storia e della mission delle istituzioni che vanno a dirigere. L’arroganza della politica è diventata insopportabile. Sfido chiunque a vedere i conti dell’Eliseo. Sono trasparenti. Però voglio vedere anche quelli degli altri, di quelli che pagano – e sto parlando di famosi teatri di Roma – gli attori in nero. Ci sono colleghi che si fanno pagare 2000 euro a serata. Ho recitato in importanti teatri inglesi, con attori del calibro di Kenneth Branagh. Sa quanto prendevo per otto spettacoli? Quanto ricevono per una sera i nostri attori così politcally correct? L’Eliseo chiude, ma lo Stato con noi così arpagone in altre occasioni ha largheggiato, basti pensare agli studios ternani di Papigno di Benigni. Sono falliti ma con una finanziaria di qualche anno fa hanno sanato il debito. Nel silenzio».

Ci si accanisce con lei perché è stato un parlamentare del centrodestra?

«No, si accaniscono con me perché sono un uomo libero. E in questo paese di servi è un problema. Poi guardi, la legge per l’Eliseo, i 4+4 milioni che ci hanno permesso di arrivare almeno ad oggi, è stata voluta, dalla sinistra: da Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, dal presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia e dall’allora presidente del Consiglio Gentiloni. E alla sinistra italiana va il mio sincero grazie per aver capito che senza quella legge sul Centenario saremmo morti già da quattro anni. Certo poi ho i miei nemici».

Chi sono?

«Il primo e Salvo Nastasi, quello che il Fatto Quotidiano tempo fa definiva con termine azzeccato “signore onnipotente dello spettacolo dal vivo”.  Il nuovo Segretario Generale del Ministero dei Beni culturali e del Turismo, solo pochi mesi fa mi rassicurava rispetto al destino dell’Eliseo: “risolveremo tutto”. Poi, inspiegabilmente oggi uno dei più accaniti contro di me. Mistero! Come un altro enigma è la posizione del capo di gabinetto di Franceschini, Lorenzo Casini. Casini per la cronaca è quello che ha firmato l’emendamento dell’Eliseo 4+4 milioni per il 2017-2018, dovrebbe essere solidale con noi e invece….».

E in tutto questo qual è il ruolo di Franceschini?

«A ottobre ho incontrato Franceschini che si è fatto il selfie col Leone vinto a Venezia dal film da me prodotto. Io avrei preferito una legge che regolarizzasse tutto, come accade in  Francia, ma tant’è. L’ho cercato più volte in questi mesi, non risponde nemmeno al telefono. Sparito. Sulla questione Eliseo il ministro nel passato si è rimesso alla volontà della competente commissione parlamentare. Tipico atteggiamento di chi non vuole assumere responsabilità di sorta. Poi è arrivata la formula magica per affossare ogni speranza: è stato aperto un tavolo. Un tavolo non si nega a nessuno, è il modo più furbesco per non risolvere nulla. Ho fatto parte delle commissioni parlamentari e posso dire con contezza che quando si apre un tavolo è per metterla a quel posto ai lavoratori. Il teatro non può stare in piedi senza fondi: è una ovvietà che capirebbe pure un bambino delle elementari. Avendo fatto l’onorevole ho molto rispetto per il lavoro dei parlamentari e in genere dei politici, ma esigo altrettanto rispetto per il mio lavoro come per quello di qualunque altro cittadino».

C’è un altro grande assente nella vicende dell’Eliseo: il Comune di Roma.

«Della sindaca Raggi è meglio tacere. La caratterizzano una incompetenza assoluta ed una altrettanto assoluta arroganza. Virginia Raggi non ci ha dato nemmeno i soldi che ci dovrebbe per legge. Abbiamo poi un assessore alla Cultura che non perde occasione per parlar male del teatro. Ho lavorato moltissimo all’estero e le nefandezze che ho conosciuto qui non le ho viste altrove. Negli anni 90, a Los Angeles, ho prodotto film, spettacoli, show: sono arrivato, ho aperto uffici, presentato progetti, chiesto finanziamenti. Non ho mai conosciuto il sindaco di quella città. Non ve n’era bisogno. In Italia è diverso devi essere amico dell’amico, fare atto di vassallaggio sennò ti chiudono le porte in faccia».

Barbareschi, uno si aspetterebbe che la comunità artistica fosse solidale con l’Eliseo, invece le critiche più feroci sono venute proprio dal suo mondo, in una sorta di mors tua vita mea.

Non esiste comunità, né comunità romana, né comunità dello spettacolo. In tutti questi anni tutto lo spettacolo italiano ha lavorato nelle mie produzioni, negli spettacoli, nelle fiction. Ebbene a parte Francesco Montanari, Umberto Orsini e pochissimi altri non c’è nessuno che si sia esposto pubblicamente a favore dell’Eliseo. Ed è, lo confesso, una cosa che amareggia».

Come finirà?

«Se non arrivano i soldi, siamo costretti a finire l’anno per rispetto nei confronti del nostro pubblico, poi se non metteranno in finanziaria i soldi per andare avanti chiuderò».

Se l’Italia è quella che lei tratteggia ha ancora un senso rimanere nel Belpaese? Non è meglio andarsene?

«Ma siamo matti! Questo è il paese più bello del mondo, dobbiamo solo salvaguardarlo dai furbi e dagli incompetenti. Dario Fo un giorno mi disse: non andar mai via, sennò gliela dai vinta”. Ecco, romperò i coglioni fino alla fine. Intanto quello che dovevo vincere l’ho vinto già vinto: ho avuto una carriera piena e ricca di soddisfazioni, ho una famiglia meravigliosa e numerosa. Non ho pentimenti se non dei rimorsi per aver fatto soffrire donne cui pure ho voluto bene. Ero irrequieto. Oggi sono più riflessivo, studio molto, leggo la Torah. Shalom».

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