Erdogan sfida la Russia al confine tra Armenia e Azerbaigian

Il 12 luglio si sono riaccese le ostilità al confine tra Armenia e Azerbaigian.

Migliaia di persone sono scese in piazza a Baku per chiedere la mobilitazione e la riconquista del Nagorno Karabakh, mentre l’ambasciatore azero in Russia non esclude la possibilità che tra i due Paesi possa scoppiare un conflitto di grandi proporzioni. Cui prodest?

Per fare luce sulla questione abbiamo intervistato per voi il presidente del movimento armeno “Zargatsum” (“Sviluppo”), Vahan V.  Yeghiazaryan   che ci ha fornito un punto di vista interessante sull’appoggio di Ankara a Baku e, più in generale, sulla politica estera espansionistica che la Turchia sta attualmente conducendo in Medio Oriente.

Lo scorso 12 luglio sono riprese le ostilità al confine tra Armenia e Azerbaigian. Che cosa ha innescato lo scontro e in che modo quest’ultimo si distingue da quelli passati?

In seguito alla vittoria della Rivoluzione di velluto in Armenia nel 2018 e alla sostituzione del negoziatore per la risoluzione della questione del Nagorno Karabakh, è emersa una certa dinamica positiva. La tesi principale del premier armeno, Nikol Pashinyan, riassumibile con la formula “Qualsiasi soluzione al problema del Nagorno Karabakh deve essere accettabile per i popoli dell’Armenia, dell’Artsakh e dell’Azerbaigian”, rappresenta un approccio senza precedenti tra le autorità armene. Purtroppo, però, è stato respinto dalla parte azera, che persegue una politica massimalista di annessione dell’Artsakh con qualsiasi mezzo, inclusa la forza. Il culmine di questa retorica e dell’interruzione del processo di negoziazione è stato raggiunto il 25 giugno con l’intervento del presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, alla cerimonia di inaugurazione della nuova base militare delle forze armate azere: “Il fattore della forza nel mondo sta salendo alla ribalta, e noi dobbiamo accumulare forze e risolvere la questione (dell’Artsakh) in un modo o nell’altro”. Parole che riflettono la natura pianificata dell’aggressione contro l’Artsakh e contro l’Armenia, volta a risolvere la questione del Nagorno Karabakh con la forza. Il 12 luglio 2020, il mondo ha assistito all’inizio di questa aggressione, poi fallita.

Gli scontri sono iniziati a mezzogiorno del 12 luglio nella provincia di Tavowš, nella parte nord-orientale del confine internazionale tra Armenia e Azerbaigian. Un gruppo di soldati azeri ha tentato di attraversare il confine della Repubblica di Armenia e di avvicinarsi al posto di frontiera “Impavido”. Dopo i consueti avvertimenti e le misure di prevenzione intraprese dalla parte armena, il drappello si è ritirato, lasciandosi dietro una jeep militare UAZ. L’esercito armeno, considerandolo un incidente, non ha aperto il fuoco sui soldati. Subito dopo, però, l’esercito azero ha lanciato un bombardamento di mortaio e di artiglieria sulle posizioni armene e sugli insediamenti di confine di Movses e Chinari.

A conti fatti, l’esercito azero ha organizzato un finto incidente con l’obiettivo di innescare un conflitto sul confine nord-orientale dell’Armenia, per distrarre le truppe armene dalla direzione dell’attacco principale, il quale molto probabilmente avrebbe dovuto colpire a Sud-Est, in direzione dell’Artsakh. La tempistica dell’aggressione azera non è stata scelta a caso: l’Azerbaigian sperava che la crisi politica interna in Armenia, in corso da più di un mese, avesse indebolito la coordinazione dell’esercito.

Tuttavia, con grande sorpresa del nemico, l’esercito armeno non solo è riuscito a respingere l’offensiva in breve tempo, ma per mezzo della controffensiva ha anche neutralizzato la minaccia alla popolazione civile, ossia la minaccia di bombardamenti diretti da parte dell’Azerbaigian sugli insediamenti armeni di Movses e di Chinari. L’Armenia ha ripristinato il controllo sulla cresta montuosa di confine, strategicamente importante, e sulla Montagna Nera, da dove sono stati condotti gli attacchi contro le infrastrutture civili e contro gli abitanti di Tavowš. Si tratta delle cime dominanti in questo settore di confine e il loro controllo offre un vantaggio strategico sul nemico.

La “guerra di luglio” ha rappresentato un’escalation senza precedenti negli ultimi anni di scontri militari tra Armenia e Azerbaigian. Per la prima volta si sono verificate azioni militari di grandi proporzioni sul confine di Stato internazionalmente riconosciuto. Azioni in grado di evolvere in un autentico confronto regionale con il coinvolgimento di tutti i principali attori geopolitici, considerata l’adesione dell’Armenia all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) e l’alleanza strategica dell’Azerbaigian con la Turchia. Le azioni rapide e preventive delle forze armene hanno impedito al conflitto di svilupparsi in un’acuta crisi politico-militare a livello regionale.

Va anche notato che per la prima volta, a seguito di un’operazione speciale delle forze armate armene, sono stati eliminati ufficiali di alto rango dell’esercito azero: il capo del quartier generale del corpo di Tovuz delle forze armate azere e il comandante dell’artiglieria dello stesso corpo. Sono stati loro a impartire i comandi per i bombardamenti di mortaio e di artiglieria sugli insediamenti di frontiera armeni di Movses e di Chinari, a seguito dei quali sono stati liquidati.

Consci della completa sconfitta subita, i funzionari azeri sono arrivati a rilasciare un’altra dichiarazione senza precedenti: il portavoce del ministero della Difesa azero, Vagif Dargahli, ha affermato che i sistemi missilistici in servizio all’esercito azero sono in grado di colpire la centrale nucleare armena di Metsamor con elevata precisione. Tale minaccia rappresenta un crimine internazionale: una violazione del diritto internazionale umanitario in generale e più in particolare del primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra. Minacce di questo tipo sono una manifestazione diretta del terrorismo di Stato dell’Azerbaigian, di cui riflettono le intenzioni genocide.

Fino a che punto la tensione in Medio Oriente influenza la situazione tra i due Paesi?

La “guerra di luglio” è per molti versi una conseguenza dello stallo nel confronto tra Russia e Turchia nel governatorato siriano di Idlib. L’Armenia è membro del Csto e un alleato strategico della Russia nella regione, mentre le autorità dell’Azerbaigian e della Turchia promulgano a livello ufficiale il concetto di “Un popolo – due Stati”. È vantaggioso per la leadership turca portare la tensione tra Armenia e Azerbaigian al livello di minaccia alla stabilità regionale e agli interessi della Russia, per poi chiedere alla Russia, in cambio della stabilizzazione della regione, concessioni su Idlib. Allo stesso tempo, lo scongelamento del conflitto serve gli interessi dell’Azerbaigian. Hanno cercato di realizzare questo scenario turco-azero nella provincia armena di Tavowš. Il tentativo è fallito.

Di grande rilevanza è anche lo scontro regionale tra Iran e Israele, esso esercita infatti una forte influenza sulla militarizzazione dell’Azerbaigian. Israele è uno dei principali fornitori di armi dell’Azerbaigian. Gerusalemme vede l’Azerbaigian come un alleato contro l’Iran. Non dimentichiamo che nel Nord dell’Iran vivono gli iraniani di lingua turcica, considerati da Baku azeri etnici. L’Azerbaigian sta aumentando sistematicamente la sua influenza su questa “quinta colonna”, mentre Israele, rafforzando militarmente l’Azerbaigian, prepara un punto d’appoggio settentrionale per un attacco all’Iran.

“Sosterremo l’Azerbaigian nella difesa della sua integrità territoriale”, ha dichiarato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in seguito allo scoppio delle ostilità al confine tra Armenia e Azerbaigian. La reazione di Ankara è cambiata rispetto agli scontri passati?

Di fatto la Turchia è parte del conflitto del Nagorno Karabakh, sostiene l’Azerbaigian con istruttori militari ed equipaggiamento della NATO. I due Paesi conducono una pianificazione congiunta e un’attuazione coordinata delle politiche militari. Nelle prime ore dell’inasprimento della situazione, lo scorso 12 luglio, il ministero degli Esteri turco ha rilasciato una dichiarazione sul pieno sostegno all’Azerbaigian, a cui è seguita una dichiarazione analoga del ministero della Difesa turco. Non solo. Nella fase acuta del conflitto, una grossa delegazione della leadership militare azera si è recata in visita in Turchia. Il giorno successivo, un aereo da trasporto dell’aeronautica turca atterrava all’aeroporto di Baku con un carico militare segreto: secondo alcune fonti, a bordo c’erano armi moderne della NATO donate all’esercito azero. Secondo altre fonti, invece, trasportava diverse centinaia di militanti filo-turchi dell’Esercito siriano libero provenienti dalla provincia siriana di Idlib, da impiegare per un’offensiva su larga scala contro le posizioni dell’esercito armeno, come accadde nell’aprile del 2016. All’epoca i militanti vennero usati come “carne da macello” per evitare grosse perdite tra gli azeri. Infatti la questione dei militari caduti è fortemente sentita nella società azera ed è in grado di provocare tumulti politici interni e persino un cambio di potere in Azerbaigian.
In base alle informazioni disponibili, nelle località siriane di Junderis, Raju e Afrin sono stati aperti centri per il reclutamento di mercenari. Secondo il quotidiano curdo Firat, i militanti riceveranno 3500 dollari mensili sulla base di un contratto di lavoro semestrale. È interessante soffermarsi sulla durata del contratto, segno che l’Azerbaigian e la Turchia stanno pianificando una nuova aggressione contro l’Artsakh e contro l’Armenia.

Inoltre, nei giorni successivi allo scoppio delle ostilità, un drone da ricognizione turco, presumibilmente un Bayraktar TB2, effettuava voli di ricognizione vicino al confine tra Armenia e Turchia, un’altra testimonianza dell’aggressività della politica di Ankara nei confronti dell’Armenia.

Gli Stati Uniti hanno condannato gli scontri e invitato le parti a interrompere immediatamente l’uso della forza, mentre il ministero degli Esteri iraniano ha offerto il suo appoggio per alleviare le tensioni tra i due Paesi Between-Azerbaijan-Armenia).

Stando a queste dichiarazioni, le posizioni di Washington e di Teheran sulla questione collimano. L’apparenza inganna?

La tensione è svantaggiosa sia per la Russia sia per gli Stati Uniti, sia per l’Unione europea sia per l’Iran, e anche per l’Armenia. Serve gli interessi dell’Azerbaigian, e della Turchia che lo appoggia. Turchia e Azerbaigian sopravvalutano le loro forze e conducono una politica estera e militare aggressiva. Creando attorno a sé una coalizione di stati regionali.

Come valuti l’attuale politica estera della Turchia? Le sue forze armate sono impegnate in Libia, in Siria e in Iraq, mentre a livello diplomatico è in conflitto con l’Unione europea per le trivellazioni al largo di Cipro. Perché aprire un nuovo fronte?

La politica estera della Turchia moderna può essere valutata come un tentativo di restaurazione dell’influenza imperiale in tutte le regioni legate agli interessi vitali dello Stato turco. Si tratta di una politica aggressiva, con elementi di panislamismo, panturchismo e neo-ottomanesimo.

Nella regione della Transcaucasia, la Turchia ha ceduto la sua leadership alla Russia già nel XIX secolo. Attualmente la Turchia è in competizione con la Russia non solo in questa regione, ma anche in Siria. È vantaggioso per la leadership turca portare la tensione tra Armenia e Azerbaigian al livello di minaccia alla stabilità regionale e agli interessi della Russia, in modo da ottenere uno strumento con cui spingere Mosca a fare concessioni su Idlib.

Sono profondamente convinto che l’Unione europea, Italia compresa, avrebbe dovuto reagire più severamente all’occupazione di Cipro del Nord da parte della Turchia nel 1974.

Da qui, infatti, è partita la rinascita dell’imperialismo turco e adesso l’Europa, il Medio Oriente e la Transcaucasia stanno soffrendo a causa del proseguimento della politica neo-ottomana di Ankara. Allo stesso tempo, la Turchia si serve del suo status di membro della NATO per raggiungere fini egoistici che non riflettono gli interessi della NATO, né dell’Unione europea.

Qual è la posizione di Mosca in tutto questo?

La Russia è un alleato strategico e politico-militare dell’Armenia nella Csto, ma allo stesso tempo la Russia è anche copresidente del Gruppo di Minsk dell’OSCE. In quanto tale, sin dai primi giorni del conflitto ha negoziato con le parti armena e azera per il raggiungimento di un cessate il fuoco e per il ritorno al tavolo dei negoziati. Gli sforzi della mediazione russa hanno avuto successo durante il conflitto dell’aprile 2016. Anche oggi sono in corso azioni volte al ripristino del regime di cessate il fuoco.

Come si posiziona il governo armeno nello scontro tra grandi potenze, Cina e Russia da un lato, Stati Uniti e loro alleati dall’altro? Qual è lo stato dei rapporti tra Armenia e Iran e tra Armenia e Siria?

L’Armenia non si percepisce come parte dello scontro globale tra centri geopolitici. Erevan intrattiene relazioni eccellenti sia con la Russia che con la Cina, nonché con gli Stati Uniti e con l’Unione europea. Costruisce relazioni di fiducia con i suoi vicini, Georgia e Iran. Uno dei fattori che consentono l’attuazione di questa politica multi-vettoriale è rappresentato dall’enorme diaspora armena presente sia in Russia sia negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in altri Paesi.

Anche in Siria c’era una grande diaspora armena, formata dai sopravvissuti al genocidio del 1915 nella Turchia ottomana. Comprendeva gli insediamenti secolari degli armeni cattolici, Kessab e i villaggi adiacenti. Si tratta della regione meridionale – l’unica conservatasi – della Cilicia armena, territorio sotto il mandato francese trasferito alla Turchia nel 1939 dalle autorità francesi. Da qui, nello stesso anno, la popolazione armena fu costretta a trasferirsi in Siria e in Libano, a causa della mancanza di garanzie che scongiurassero il ripetersi di un genocidio come quello del 1915.

L’ambasciatore azero in Russia non esclude lo scoppio di un conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la riconquista del Nagorno Karabakh.  A tale proposito, migliaia di azeri sono scesi in piazza nei giorni scorsi a Baku chiedendo alle autorità di ordinare la mobilitazione nel Paese. Come si sentono, invece, gli armeni riguardo al rischio che tra le parti possa scoppiare un conflitto di grandi proporzioni?

Manifestazioni simili si svolsero a Sumgait e a Baku negli anni 1988 e 1990, accompagnate da persecuzioni di massa e da uccisioni di armeni che numerosi esperti, anche europei, hanno definito “genocidio”.

Il raduno di Baku del 15 luglio 2020 non è diverso dai raduni di 30 anni fa. Anche gli slogan sono gli stessi: “Morte agli armeni” o “Morte agli infedeli”, ma anche “Russi, iraniani e armeni sono nemici del nostro Paese”. Allo stesso tempo, i manifestanti hanno chiesto che venisse annunciata la mobilitazione, anche questa una prova della volontà di annettere l’Artsakh all’Azerbaigian con la forza, liquidandone la popolazione armena. Questo odio per gli armeni è il risultato di decenni di politica statale dell’Azerbaigian volta alla promozione dell’odio e dell’armenofobia. L’intera identità azera è costruita sull’odio verso l’Armenia, gli armeni e tutto ciò che è armeno. Consentitemi di ricordare che il corteo, formatosi spontaneamente, è stato diretto dalle autorità dell’Azerbaigian, le quali hanno esercitato il loro controllo sia sulla manifestazione che sui suoi risultati, disperdendo tempestivamente eventuali manifestanti dissidenti.

In una situazione di questo tipo, l’unico garante della sicurezza della popolazione armena dell’Artsakh risiede nell’autodeterminazione e nella protezione del diritto a vivere nel proprio Stato sulla propria terra. Da parte sua, la Repubblica di Armenia agisce come garante del diritto all’autodeterminazione dell’Artsakh. L’Armenia non trae alcun beneficio dalla guerra, ma si riserva il diritto di difendere con risolutezza i suoi interessi nazionali e la sicurezza degli abitanti dell’Artsakh.

 

Intervista a cura di Giulia Zanette

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