Realtà oltre l’apparenza nell’arte di Saverio Mercati

di Antonella Pesola

Saverio Mercati è un artista toscano (nasce a Sansepolcro nel 1961 e vive e lavora a Monterchi) che sperimenta nuovi linguaggi, nei vari aspetti della comunicazione come la scrittura, la scultura, la fotografia, i video e l’installazione. La realtà oggettiva e la finzione rappresentativa sono i nessi su cui incentra i suoi lavori per sottolineare la funzione dell’opera d’arte in modo univoco e per far emergere dal suo interno altre possibilità di significato per una condizione estetica più autentica. La fotografia (scrittura della luce) è la modalità principale che utilizza e la rappresentazione fotografica ribadisce il suo esistere dell’opera nel suo stesso supporto, per superare la tecnica stessa, che permette di esprimere solo sé stessa in un atto precedentemente e realmente accaduto. I light boxes di Mercati eseguiti dal 2009, raffigurano l’impianto tecnico di una retroilluminazione attraverso la fotografia sovrapposta alla scatola che si illumina. L’artista in un intento reale e virtuale sovrappone combaciando e interscambiando, l’artificiale della fotografia, che fa rendere percepibile la realtà del meccanismo dell’illuminazione appositamente ricreata, che smette di essere tale nel momento in cui si palesa.

Pregnanti nella visione, ipnotici per la ricerca di identificare i piani della realtà, della finzione e della rappresentazione tecnica, queste opere invitano ad un coinvolgimento visivo verso nuovi parametri, in cui l’oggetto in sé rappresentato non può far altro che rimandare a sé stesso senza finzioni e mediazioni. L’operazione che svolge Mercati è di vedere l’opera d’arte da un’altra prospettiva, non come un fatto entro altri avvenimenti, ma come un tutto, cioè “dal di fuori”, grazie ad una visione che permette di non compiere solo la descrizione dell’oggetto, ma di attribuirgli un valore “assoluto”. L’essere “compiuta in sé” implica la piena autonomia intesa come autoreferenzialità: queste caratteristiche appartengono all’opera d’arte come tautologia. La luce consente all’universo che ci circonda di prendere corpo, ma le cose non hanno bisogno della luce per esistere. Sono piuttosto le “idee”, i “pensieri”, i “progetti” che si materializzano. È l’esperienza cui ci invita l’artista Saverio Mercati con una studiata sensibilità per le soglie, le transizioni e i ribaltamenti, con la serie dei light boxes. La superficie luminosa è un lembo astratto di luce che costruisce, lo schermo ovattato diventa uno scrigno, uno spazio da attraversare. La luce imprigionata nella materia si fa architettura, dissolve ogni resistenza, nel nitore e nell’essenzialità geometrica. I confini tra materia e vuoto si dissolvono e la luce si trasforma in un unicum palpabile e l’insieme di neon e fotografia inscatolati da’ vita a un’onda di potenza che evoca una domanda: tra l’oggetto e la sua ombra, cos’è più reale?

L’opera oltre a indagare la luce e i suoi effetti sulla nostra percezione, rimanda anche all’importante questione della natura della visione, poiché attinge ai nostri archivi interiori e alle proprietà dei materiali che ci circondano, ai sentimenti dell’artista e alla coscienza condivisa della nostra fisicità in relazione agli altri, per rivelare come le nostre storie personali contribuiscono a definire il nostro ruolo di osservatori. Tutto ciò ci fa riflettere sul rapporto tra arte e linguaggio, che non è di analogia, bensì di puro confronto; l’arte descrive la realtà e le opere d’arte a differenza del linguaggio, hanno nello stesso momento la possibilità di descrivere come loro stesse raccontano la realtà, vale a dire che l’arte “mostra”, manifestandosi, come funziona. La scatola lignea come oggetto, il congegno elettrico (con l’impianto delle luci al neon costruito ed applicato al pannello retrostante l’opera) e la fotografia di questa apparecchiatura con una stampa a dimensione naturale che ricopre la struttura, distanziata dallo spessore della “cornice contenitore” e posizionata a registro con l’illuminazione retrostante, non hanno valore come oggetti in sé, né è importante il loro riferirsi a qualcosa che sta nel mondo reale, ma interessa il rapporto istituito tra di loro, come relazione interna tra i vari elementi e che nulla ha a che fare con il fondamentale rapporto al mondo. La ricerca di Saverio Mercati è sempre incentrata sulla visione dubitativa delle relazioni ambivalenti tra verità e finzione, realtà e inganno visivo, simulazione e immaginazione e lo spettatore prova a chiedersi confuso dove stia la verità. Ecco l’operazione più importante, destabilizzare togliendo quell’innocenza dello sguardo che vaga alla deriva nei labirinti creati dall’artista. Per Mercati la rappresentazione non significa realtà, l’immagine di un oggetto non è l’oggetto stesso, egli mostra ciò che la realtà è senza libertà e ciò che potrebbe essere senza condizionamenti e manipolazioni. L’artista quindi individua e raccoglie le potenzialità del reale confrontandosi con la realtà, che non è pura registrazione di avvenimenti, ma guarda a una prospettiva che trascende i fatti stessi. L’opera d’arte è rivelazione della realtà effettiva delle cose, come manifestazione di verità trascendendo il suo contesto storico.

Per approfondimenti si veda la recente monografia Saverio Mercati con testi di Claudia Bottini, Antonella Pesola e con dieci narrazioni dell’artista, edita per ADDart, 2020

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