Lavoro agile, nessun diritto ai buoni pasto

La recente sentenza del Tribunale di Venezia n. 1069 dell’8 luglio 2020 – che ha negato il riconoscimento del diritto ai buoni pasto ai lavoratori in smart working, peraltro aderendo ad una precedente pronuncia del giudice di legittimità (Cass. 29 novembre 2019, n. 31137) – riaccende l’attenzione sul lavoro agile, modalità flessibile di svolgimento dell’attività lavorativa, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro, non vincolata da orario né da luogo di lavoro.

Tale modalità di svolgimento dell’attività lavorativa -introdotta dalla legge 7 agosto 2015, n. 124 (legge Madia) e disciplinata dalla legge 22 maggio 2017, n. 81- che già dalla sua originaria applicazione sperimentale aveva mostrato indubbi aspetti positivi (flessibilità e maggiore autonomia nell’organizzazione del lavoro, fiducia nel rapporto tra datore e lavoratore,  responsabilizzazione del dipendente, collaborazione, ottimizzazione degli strumenti e delle tecnologie, superamento della logica della presenza fisica a favore della logica del risultato), è risultata particolarmente strategica ed efficace durante la pandemia Covid-19, ed è stata generalizzata e applicata in deroga ai limiti posti dalla legge (in particolare agli accordi preventivi tra datore e lavoratore e agli obblighi informativi) al fine di ridurre i rischi di contagio.

Il pasto a lavoro da casa si prepara (e si paga) da soli

Tuttavia, se durante l’attuale situazione emergenziale, al fine di contenere la diffusione del virus Covid-19, il Governo ha fortemente potenziato tale strumento attraverso l’adozione di numerosi interventi normativi, sia di rango primario che secondario (tra i quali, il d.l. 17 marzo 2020, n. 18, cd. Cura Italia, conv. con modificazioni in legge 24 aprile 2020, n. 27, il d.l. 19 maggio 2020,  n. 34, c.d. decreto Rilancio, conv. con modificazioni in legge 17 luglio 2020 n. 77, il DPCM 11 marzo 2020), la recente giurisprudenza ha negato il diritto al buono pasto al dipendente che lavora in modalità agile.

Le predette pronunce, seppure da molti criticate, si fondano sulla natura del buono pasto, il quale costituisce per il lavoratore un’agevolazione di carattere assistenziale meramente occasionale – e non invece un elemento della retribuzione – la cui fruizione è legata alle modalità concrete di organizzazione dell’orario di lavoro ed è subordinata a determinati requisiti di durata giornaliera della prestazione. Al contrario, quando la prestazione è resa in modalità agile, questi presupposti non sussistono, in quanto il lavoratore è libero di organizzare come meglio ritiene la prestazione sotto il profilo della collocazione temporale.

Silvia D’Oro

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