Nel M5s pressing per il rimpasto, ma Zingaretti frena. Tutti i “movimenti” estivi

Un rimpasto “per rafforzare il governo” prima delle elezioni regionali, per anticiparne eventuali contraccolpi. Il suggerimento al premier Giuseppe Conte viene da un pezzo di Movimento 5 stelle, alla vigilia della pausa ferragostana. Raccoglie un pressing che si leva da gruppi parlamentari in ebollizione, come dimostra l’assemblea fiume diventata sfogatoio contro il direttivo della Camera. E incrocia voci che si rincorrono da settimane.

Da Palazzo Chigi smentiscono che il tema sia in agenda: finora Conte ha sempre negato di voler mettere mano alla sua squadra. Anche perchè, chiosano fonti parlamentari Dem, un rimpasto “si sa come inizia e non si sa come finisce”. Ma le voci erano tanto insistenti – anche nel Pd c’è chi caldeggia un tagliando alla squadra – che Nicola Zingaretti alza il telefono per rassicurare il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: “Piena fiducia, nessun rimpasto, non mi interessano incarichi di governo”. E’ sulla riforma della legge elettorale che il leader Dem fa capire di voler tornare in pressing a settembre, per incassare il primo via libera alla riforma entro il referendum sul taglio dei parlamentari in programma il 20. Spingere per un sistema proporzionale che bilanci l’effetto ipermaggioritario del taglio dei parlamentari, è un modo per rispondere alle perplessità sul referendum che attraversano la sinistra e parte della base Pd.

Tra i Dem si è già costituito un comitato per il No e c’è chi pressa il segretario perchè vada allo strappo sulla riforma, dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori all’orfiniano Francesco Verducci. “Il fronte si sta allargando”, dicono fonti Pd al Senato. E non aiuta il segretario un’uscita come quella del capogruppo Andrea Marcucci, che chiede di riparlare di legge elettorale solo dopo il referendum costituzionale. A quel punto, sottolinea, su un sistema proporzionale potrebbero convergere sia i renziani che Forza Italia (Renato Brunetta lo ha dichiarato a più riprese?.

Per ora Silvio Berlusconi nega di voler offrire “sponde” al governo e tantomeno di voler entrare in maggioranza. E Matteo Renzi, dopo aver aperto a una discussione sul proporzionale, ribadisce la sua preferenza per il maggioritario: di legge elettorale – spiegano fonti di Iv – si parlera’ non prima della domenica elettorale e comunque quel tavolo dovrà accompagnarsi a un chiarimento complessivo nella maggioranza, quella verifica messa in stand by dall’emergenza Covid. Ma il Pd vuole provarci: portare la legge elettorale in Aula a fine settembre (magari abbassando la soglia di sbarramento dal 5% al 3% o passando al sistema spagnolo) non è impossibile, dicono alla Camera. C’e’ chi spinge per una soluzione intermedia: approvare a settembre la legge costituzionale di Fornaro, che con soli due articoli introduce correttivi dopo il taglio dei parlamentari, incluso il superamento della base regionale del Senato. Se non riuscirà nessuno dei due tentativi, diverrà più problematico affrontare il referendum costituzionale.

Luigi Di Maio ha avviato sul tema una campagna martellante e, ribadendo la sponda al Pd sulla legge elettorale, punta il dito contro un pezzo di “opposizione” che rema contro il taglio dei parlamentari. Se un fronte più largo di Dem dovesse schierarsi per il No, potrebbero aprirsi – dice un pentastellato – problemi nella maggioranza. I sostenitori del No si fanno ora più combattivi e chiedono ai presidenti delle Camere, Fico e Casellati, di dare più spazio alla comunicazione delle ragioni del No, mentre il Partito Radicale chiede ai parlamentari per il No di sollevare il conflitto di attribuzione con il governo sulla data del referendum. La linea del Partito democratico, conferma Andrea Orlando, resta però il Si’.

Anche se Graziano Delrio, che chiede al premier Conte di intervenire sulla legge elettorale, già ventila la possibilità di lasciare libertà di coscienza. Il caso del ministro Vincenzo Spadafora, con la possibile restituzione della delega allo Sport, viene messo in stand by da un incontro con i vertici M5s e i parlamentari pentastellati che si erano opposti alla sua riforma: il ministro apre con loro un confronto, per cercare una mediazione (anche se resterebbe lo scoglio del no dei parlamentari M5s al rinnovo dell’incarico al presidente del Coni Malago’). Ma diversi parlamentari M5s continuano a spingere per sparigliare le carte: “Si tratterebbe di far entrare al governo nomi nuovi, una sostituzione interna ai partiti”.

Nel mirino ci sarebbero nomi come Nunzia Catalfo, considerata dall’ala più a destra del Movimento troppo vicina ai sindacati, e Lucia Azzolina, che sarebbe però difesa dai parlamentari dimaiani. Più difficile viene considerato strappare al Pd una casella come il ministero dei Trasporti. La ministra Paola De Micheli è uno dei nomi che si fanno tra i Dem che più spingono per il rimpasto ma semmai, osservano questi stessi parlamentari, al suo posto andrebbe un altro Dem. Nel partito continua anche a girare l’ipotesi dell’ingresso di Nicola Zingaretti al governo: il tema potrebbe porsi, dicono, dopo le regionali. Ma il segretario smentisce in tutti i modi. “Sarebbe suicida – dice un parlamentare della maggioranza Pd – lasciare la Regione Lazio e mandarla al voto, con il rischio di consegnarla alla destra”.

Quanto all’ipotesi di sostituire Lamorgese al Viminale, i rumor erano cresciuti dopo le uscite di Zingaretti per chiedere al governo di fare di piu’ sull’immigrazione, Quanto a Iv, è Renzi stesso a negare di voler aumentare o cambiare le sue caselle del governo (dove ha già due ministri). Ma tra i pentastellati c’è chi avanza un sospetto: Iv chiederà il rimpasto quando saprà di poter tentare di sostituire Conte.

 Serenella Mattera

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