Traduciamo qui sotto un articolo pubblicato dall’Asia Times il 7 agosto e firmato dal noto giornalista investigativo ed analista politico Pepe Escobar sulla tragedia dell’esplosione nel porto di Beirut. In questa analisi-ricostruzione, Escobar esamina sapientemente “tutto lo spettro di possibilità”, grazie anche alle fonti d’intelligence a cui ha il privilegio di avere accesso. Senza giungere a conclusioni affrettate, ma al tempo stesso senza escludere ipotesi plausibili.

Buona lettura.

“La narrazione per cui l’esplosione di Beirut sia conseguenza esclusiva della negligenza e della corruzione dell’attuale governo libanese è ora scolpita sulla pietra, almeno nella sfera atlantista. Eppure, se scaviamo più a fondo, troviamo che negligenza e corruzione potrebbero essere state pienamente sfruttate, tramite sabotaggio, per congegnarla. Il Libano è territorio primario di John Le Carré. Un covo multinazionale di spie di tutti i tipi – agenti di Casa Saud, operativi sionisti, “ribelli moderati” usati per la guerra, intellettuali di Hezbollah, “reali” arabi debosciati, contrabbandieri vanagloriosi – in un contesto di disastro economico a pieno spettro che sta affliggendo un membro dell’Asse della Resistenza, un target perenne di Israele assieme a Siria e Iran. Come se non fosse abbastanza, nella tragedia si è inserito il Presidente Trump a mescolare le acque già contaminate. Informato dai “nostri grandi generali,” martedì Trump ha dichiarato, “Secondo loro – e loro ne saprebbero meglio di me – sembra sia un attacco.” Ha poi aggiunto, “Era una bomba di qualche tipo.” Un’affermazione incandescente che ha fatto sfuggire il gatto dalla gabbia rivelando informazioni top secret? Oppure il Presidente stava lanciando un altro “non sequitur”? Trump è poi tornato sui suoi passi dopo che il Pentagono ha rifiutato di confermare la sua affermazione su quanto detto dai “generali” ed il suo Segretario alla Difesa, Mark Esper, ha supportato la spiegazione dell’incidente in merito all’esplosione. Tuttavia, questa è un’altra illustrazione grafica della guerra in corso nella stanza dei bottoni. Trump: attacco. Pentagono: incidente. “Penso che nessuno sia in grado di dirlo al momento,” Trump ha detto mercoledì. “Ho sentito tutte e due le versioni.”

Eppure, vale la pena notare un reportage dell’agenzia iraniana Mehr News, per cui quattro aerei da ricognizione dell’aereonautica statunitense sono stati individuati al momento dell’esplosione. È l’intelligence americana consapevole di quanto è realmente successo lungo tutto lo spettro di possibilità?

 

Quel nitrato di ammonio

La sicurezza al porto di Beirut – il principale centroeconomico del paese – dovrebbe essere considerata una delle massime priorità. Ma, parafrasando una battuta da Chinatown, di Roman Polanski, “Dimenticatene, Jake. Si tratta di Beirut.”

Le ormai iconiche 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio arrivarono a Beirut nel settembre del 2013, a bordo della Rhosus, una nave battente bandiera moldava che era salpata da Batumi, Georgia, ed era diretta in Mozambico. Rhosus finì per essere sequestrata dall’autorità portuale di stato di Beirut.

Successivamente, la nave fu di fatto abbandonata dal suo proprietario, il losco uomo d’affari Igor Grechushkin, nato in Russia e residente a Cipro, il quale sospettosamente “perse interesse” verso il suo relativamente prezioso carico e non provò nemmeno a venderlo – o a svenderlo – per pagarsi i debiti.

Grechushkin non ha mai pagato i membri dell’equipaggio, che per mesi sono a stento sopravvissuti prima di essere rimpatriati su base umanitaria. Il governo cipriota ha confermato che non ci fu alcuna richiesta da parte del Libano presso l’Interpol al fine di arrestarlo.L’intera operazione sembra una copertura – i reali destinatari del nitrato di ammonio potrebbero essere i “ribelli moderati” siriani, che lo hanno usato spesso per fabbricare dispositivi esplosivi improvvisati (IED, Improvised Explosive Device) ed equipaggiare auto-bombe, come il furgone che demolì l’ospedale Al Kindi ad Aleppo.

Le 2.750 tonnellate – impacchettate in unità di una tonnellata ciascuna ed etichettate come “Nitroprill HD” – vennero trasferite presso l’Hangar 12, intorno al molo.  Quel che è seguito fu un caso sorprendente di negligenza seriale.

Dal 2014 al 2017 una serie di lettere inviate dai funzionari della dogana, come pure delle proposte per sbarazzarsi della merce pericolosa (esportandola o vendendola) furono semplicemente ignorate.  Ogni volta che provarono ad ottenere una decisione legale per sbarazzarsi della merce, non ottennero risposte dall’autorità giudiziaria libanese.

Quando ora il primo Ministro libanese Hassan Diab proclama, “I responsabili la pagheranno,” il contesto è assolutamente essenziale.

 

Né il Primo Ministro né il Presidente e nessuno dei ministri del governo sapeva che il nitrato di ammonio fosse immagazzinato nell’Hangar 12, come conferma l’ex diplomatico iraniano Amir Mousavi, direttore del Centro per gli Studi Strategici e le Relazioni Internazionali di Teheran. Stiamo parlando di un massiccio dipositivo esplosivo improvvisato (IED) nel cuore della città.

La burocrazia portuaria di Beirut e le mafie realmente al potere hanno forti legami con, fra gli altri, la fazione al-Mostaqbal, guidata dall’ex Primo Ministro Saad al-Hariri, lui stesso pienamente appoggiato da Casa Saud.

Il pesantemente corrotto Hariri fu rimosso dal potere nell’ottobre del 2019, in mezzo a grandi proteste. I suoi compagni di merende “fecero scomparire” almeno 20 miliardi di dollari dal Tesoro del Libano, cosa che aggravò seriamente la crisi valutaria della nazione.

Nessuna meraviglia che l’attuale governo – in cui abbiamo il Primo Ministro Diab sostenuto da Hezbollah – non fosse stato informato sul nitrato di ammonio.

Il nitrato di ammonio è alquanto stabile, uno degli esplosivi più sicuri utilizzati nelle miniere. Normalmente non si accende. Diventa altamente esplosivo solo se contaminato – per esempio da petrolio – o scaldato a tal punto da essere sottoposto ad una serie di cambiamenti chimici che producono una sorta di bozzolo impermeabile tutt’attorno, nel quale l’ossigeno può raggiungere livelli tali in cui un’accensione può causare un’esplosione.

Come mai, dopo aver dormito nell’Hangar 12 per sette anni, questo carico ha sentito il prurito di esplodere?

Sinora, la primaria spiegazione diretta al punto, a cura dell’esperto in Medio Oriente Elijah Magnier, dice che la tragedia sia stata fatta letteralmente “scintillare” da un fabbro inetto, mentre lavorava con la fiamma ossidrica molto vicino al nitrato di ammonio, lasciato lì non protetto. Non protetto per via, di nuovo, della negligenza e della corruzione – oppure parte di un “errore” intenzionale che anticipasse la possibilità di un’esplosione futura.

Questa ipotesi, tuttavia, non spiega l’iniziale esplosione con i “fuochi d’artificio”. E certamente non spiega ciò di cui nessuno – men che meno in Occidente – sta parlando: l’incendio deliberato appiccato in un mercato iraniano di Ajam, negli Emirati Arabi Uniti, assieme ad una serie di incendi in magazzini agricoli-alimentari a Najaf, Iraq, subito dopo la tragedia di Beirut.

 

Segui il denaro

Il Libano – che vanta risorse e proprietà immobiliari del valore di trilioni di dollari – è un frutto succoso per gli avvoltoi della finanza globale. Impossessarsi di queste risorse a prezzi stracciati, nel cuore della Nuova Grande Depressione, è semplicemente irresistibile. In parallelo, l’avvoltoio chiamato FMI (Fondo Monetario Internazionale), intraprenderebbe una piena operazione di ricatto e finalmente “perdonerebbe” alcuni dei debiti di Beirut, fintanto che una rigida variante degli “aggiustamenti strutturali” viene imposta.

Chi ne trae profitto, in questo caso, sono gli interessi geopolitici e geoeconomici di Stati Uniti, Arabia Saudita e Francia. Non è un caso che il Presidente Macron, un servo diligente dei Rothschild, sia arrivato a Beirut giovedì promettendo il “supporto” neocoloniale di Parigi e quasi imposto, come un viceré, una serie completa di “riforme”. Un dialogo alla Monty Python, completo di forte accento francese, avrebbe potuto seguire sulla scia di queste battute, “Vogliamo comprare il vostro porto.” “Non è in vendita.” “Oh, che peccato, è appena successo un incidente.”

Già un mese fa, il FMI stava “avvertendo” che “l’implosione” in Libano stava “accelerando”. Il Primo Ministro Diab doveva accettare la proverbiale “offerta che non si può rifiutare”, in questo modo “schiudendo miliardi di dollari in donazioni”. Altrimenti chissà. Il ribasso non-stop della valuta libanese, per più di un anno, era solo un – relativamente educato – ammonimento.

Questo succede nel mezzo di un massiccio accaparramento globale delle risorse caratterizzato, in un contesto più ampio, da un calo del PIL americano di quasi il 40%, una serie di bancarotte, un pugno di miliardari che ammassano profitti incredibili e megabanche troppo-grandi-per-fallire debitamente salvate con uno tsunami di denaro.

Dag Detter, finanziere svedese, e Nasser Saidi, ex ministro libanese e vice-governatore della banca centrale, suggeriscono che le risorse nazionali vengano messe in un fondo nazionale. Le risorse succose includono Electricité du Liban (EDL), i servizi idrici, gli aereoporti, la compagnia aerea MEA, la compagnia di telecomunicazioni OGERO e il Casinò du Liban.

Non è nemmeno abbastanza per il FMI e le mega banche occidentali.  Loro vogliono ingoiare l’intero boccone, sommato ad un sacco di beni immobiliari.

“Il valore economico dei beni immobiliari pubblici può valere almeno tanto quanto il PIL e spesso molte volte di più della parte operativa di qualsiasi portfolio,” dicono Detter e Saidi.

 

Chi risente dell’onda d’urto?

Ancora una volta, Israele è il proverbiale elefante in una stanza ora largamente descritta dai mass media occidentali come “La Chernobyl del Libano.”

Uno scenario come quello della catastrofe di Beirut è stato legato ai piani di Israele sin dal febbraio del 2016.

Israele ha ammesso che l’Hangar 12 non era un deposito di armi di Hezbollah. Tuttavia, in maniera cruciale, lo stesso giorno dell’esplosione a Beirut ed in seguito ad una serie di esplosioni sospette in Iran e all’alta tensione sul confine siro-israeliano, il Primo Ministro Netanyahu ha twittato, usando il tempo presente, “Colpiamo una cellula ed ora colpiamo i mandanti. Faremo tutto ciò che è necessario per difenderci. Suggerisco a tutti loro, Hezbollah compresi, di considerare questo.”

Questo si lega all’intento, apertamente proclamato la scorsa settimana, di bombardare infrastrutture libanesi nel caso Hezbollah danneggiasse le forze di difesa israeliane o civili israeliani.

Un titolo di giornale – “L’onda d’urto dell’esplosione di Beirut sarà a lungo sentita da Hezbollah” – conferma che l’unica cosa che interessa a Tel Aviv è trarre profitto dalla tragedia per demonizzare Hezbollah e, per associazione, l’Iran. Ciò si lega con la legge militare del Congresso USA del 2019 “Contrastare Hezbollah in Libano” {S.1886}, che praticamente ordina a Beirut di espellere Hezbollah dal Libano.

Eppure, Israele è stata stranamente sottomessa.

Per mescolare le acque ancora in po’, l’intelligence saudita – che ha accesso al Mossad e demonizza Hezbollah molto di più di Israele – si è intromessa. Tutti gli operatori dell’intelligence a cui ho parlato si sono rifiutati di essere messi a verbale, considerando quanto la materia sia estremamente sensibile.

 

Eppure, va sottolineato che una fonte dell’intelligence saudita, i cui ferri del mestiere sono i frequenti scambi d’informazioni con il Mossad, asserisce che l’obiettivo originale fossero dei missili di Hezbollah conservati nel porto di Beirut. La sua versione della storia è che il primo Ministro Netanyahu stava per prendersi il credito dell’attacco – in seguito al suo tweet. Ma poi il Mossad si è reso conto che l’operazione aveva preso una piega orribilmente sbagliata e si era metastasizzata in una catastrofe ingente.

Il problema inizia dal fatto che questo non era un deposito di armi di Hezbollah – come persino Israele ha ammesso. Quando i depositi di armi vengono fatti esplodere, vi è una prima esplosione, seguita da diverse esplosioni minori, qualcosa che può durare per giorni. Non è quanto è successo a Beirut. L’esplosione iniziale è stata seguita da una seconda esplosione massiccia – quasi sicuramente una grande esplosione di natura chimica – e poi c’è stato il silenzio.

Thierry Meyssan, molto vicino all’intelligence siriana, avanza la possibilità che “l’attacco” sia stato perpetrato con un’arma sconosciuta, un missile – non una bomba nucleare – testato in Siria nel gennaio del 2020. Né la Siria né l’Iran han mai fatto menzione di quest’arma sconosciuta e non ho alcuna conferma riguardo la sua esistenza.

Supponendo che il porto di Beirut sia stato colpito da “un’arma sconosciuta”, il Presidente Trump potrebbe aver detto la verità: è stato un “attacco”. E questo spiegherebbe perché Netanyahu, contemplando la devastazione di Beirut, abbia deciso di mantenere un profilo molto basso.

 

Guardate il cammello in movimento

L’esplosione di Beirut a prima vista potrebbe essere vista come un colpo mortale all’Iniziativa Una Cintura Una Strada (Belt and Road Initiative), tenendo presente che la Cina considera la connessione fra Iran, Iraq, Siria e Libano come la pietra angolare del corridoio del Sudovest asiatico.

Eppure ciò potrebbe risultare in un boomerang. Malamente. La Cina e l’Iran si stanno già posizionando come principali investitori post-esplosione, in chiaro contrasto con gli scagnozzi del FMI, e come consigliato dal Segretario Generale di Hezbollah, Nasrallah, solo poche settimane fa.

Siria ed Iran sono in prima linea per la fornitura di aiuti al Libano. Teheran sta mandando un ospedale d’emergenza, scatole di cibo, medicine ed equipaggiamento medico. La Siria ha aperto il confine con il Libano, inviando squadre di medici e ricevendo pazienti dagli ospedali di Beirut.

È sempre importante tenere a mente che “l’attacco” (Trump) al porto di Beirut ha distrutto il principale silos di stoccaggio di grano del paese, oltre a comportare la totale distruzione del porto – ancora commerciale di salvezza chiave per la nazione.

Ciò rientrerebbe nella strategia di affamare il Libano. Nello stesso giorno in cui il Libano è diventato grandemente dipendente dalla Siria per il cibo – al momento ha una fornitura di grano che durerà per un mese – gli USA hanno attaccato dei silos in Siria.

La Siria è un grande esportatore di grano biologico. Ecco perché gli Stati Uniti colpiscono regolarmente i silos siriani e bruciano i raccolti – cercando quindi di affamare la Siria e forzando Damasco, già sottoposta a rigide sanzioni, a spendere i soldi di cui ha molto bisogno per comprare cibo.

In chiaro contrasto con gli interessi dell’asse franco/americano/saudita, il Piano A per il Libano sarebbe progressivamente staccarsi dalla morsa franco-americana e dirigersi dritto verso l’iniziativa Una Cintura Una Strada e pure verso l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Vai verso est, la via euroasiatica. Il porto e persino gran parte della città devastata, a medio termine, possono essere ricostruiti celermente e professionalmente da investimenti cinesi. I cinesi sono specialisti nella costruzione e nella gestione dei porti.

Questo scenario apertamente ottimista implicherebbe una purga degli iper-ricchi, i corrotti furfanti legati ad armi, droghe e beni immobiliari della plutocrazia libanese – che in ogni caso si precipitano ai loro appartamenti parigini al primo segno di guai.

Mettete insieme questo con il sistema di stato sociale di vero successo di Hezbollah – l’ho visto con i miei occhi lo scorso anno – che ha vinto la fiducia delle classi medie impoverite, diventando così il fulcro della ricostruzione.

Sarà come le fatiche di Sisifo. Ma comparate questa situazione con l’Impero del Caos – che necessita del caos ovunque, specialmente attraverso l’Eurasia, per fornire una copertura all’imminente caos da Mad Max all’interno degli Stati Uniti.

Torna alla mente ancora una volta il noto discorso del Generale Wesley Clark sui 7 paesi in 5 anni – ed il Libano rimane uno di quei 7 paesi. La lira libanese può essere collassata, la maggior parte dei libanesi può essere completamente al verde ed ora Beirut è completamente devastata. Potrebbe trattarsi della goccia che fa traboccare il vaso o della pagliuzza che spezza la schiena al cammello – mettendo il cammello in libertà o finalmente facendolo tornare sui suoi passi verso l’Asia lungo la Nuova Via della Seta.

Traduzione a cura di Leni Remedios

 

L’intero articolo originale è  disponibile qui 

Originariamente pubblicato qui:

Who profits from the Beirut blast?

 

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